Afterhours – Io so chi sono, Milano

Arriva in scena con i capelli legati, la camicia abbottonata stretta intorno al collo, la giacca elegante d’altri tempi.
Arriva dall’alto degli spalti e scende giù tra le gradinate recitando Io so chi sono. Tremo un pochino di imbarazzo e emozione, che chi si esprime con tutta la sua fisicità mi lascia sempre sgomenta.
Una delle prime canzoni è Il sangue di Giuda, bagnato da un rosso vivo per tutta la sua durata, tra le mie cosce in rovina e le sue parole buttate fuori dai polmoni.
Io giuro che sta canzone è stata quasi da lacrime come quella volta – passatemi il paragone – a vedere Roger Waters, quando è uscito in scena e ha iniziato a cantare In the flesh.
Che botta.
Giusto perchè lo sappiate, mettiamo bene in chiaro che lui è il mio pornosogno da anni, quindi potrei essere leggermente di parte.
Comunque oltre ai soliti pezzi, questo tizio nella stessa sera ci regala: Gramsci che odia gli indifferenti e odierebbe anche me, che non partecipo e son sempre piú individualista. Ma cazzo, letto cosí quasi quasi mi fa credere di poter fare qualcosa che serva. È che io non ho figli e non ne voglio neanche, non sono mossa da tutto questo amore per un futuro che non sia il mio. Comunque mi ha quasi convinto eh, cazzo se legge bene.
Altre canzoni con la nuova formazione della band, finalmente un batterista in prima linea e non nelle retrovie.
Segue momento di assolo con strumenti acazzo di Xavier: non so cosa siano quel batticarne e i fischietti che usa ma di sicuro esplodono quando arriva la lettura di Ginsberg. Moloch, Moloch con una passione folle, che ce ne vuole a rimanere credibili urlando Moloch succhiacazzi, ma lui non solo è credibile, è bravo di una bravura da lasciare senza fiato. Giuro. Non perchè son di parte, eh. E non perché adoro Ginsberg. Giuro.
Mi rigira le viscere e le scombina, questo Moloch.

Non mi sto soffermando granchè sulle canzoni perché le amo prepotentemente, non saprei cosa aggiungere a quei testi e al suo modo di scrivere cosí sporco e stracciacuore.
E lui è pallido, conturbante e ambiguo come sempre, il suo viso schivo e sfrontato.
Comunque magari ci faró un altro post, sulle canzoni.
E la cover di Lilac Wine.
E il mio ruolo è il pensiero malvagio.
E i violini pungenti di Rodrigo.
E Non è per sempre unplugged in mezzo al pubblico. Sottovoce. Quasi davanti a un faló di luci basse da teatro, con noi che sussurriamo e loro che ci lasciano fare.
Amore puro. Piero Pelù tra il pubblico non canta però, magari non sa le parole. Ripassino prossima volta prima del concerto, eh Piero.
E inaspettata arriva Caroline Says II, una delle mie preferite di Lou Reed. Canta Dellera e non Agnelli, ma amo comunque moltissimo la scelta di fare sto pezzo che ancora mi canto it’s so cold in Alaska.
Comunque Dellera sembra sempre più uno dei New York Dolls. Niente, dovevo dirlo.
Subito a seguire, potentissima Inside Marilyn.
Qualunque cosa facciano e scelgano, loro colpiscono nel segno.
Agnelli è boss e artista e direttore artistico, sicuro dentro tutto ció che centra diretto il fondo dello stomaco e riempie le vene.
Il tuo odore è ossigeno.
E cazzo, dimenticavo Pessoa.
Legge sto pezzo che non conoscevo, dal libro dell’inquietudine. E sembra un po’ Mimì, mentre lo legge.
La vita quotidiana di un cuoco e un cameriere attraverso gli occhi soggettivisti di un poeta.
Un pezzo bellissimo, che inizia come una critica alla quotidianità banale e sfocia nell’apatia dell’intelletuale che davanti a nulla si stupisce.

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In chiusura arriva la pugnalata con Oceano di gomma, che risveglia sentimenti sepolti e ci lascia con un sorriso che sa di nostalgia gelida sciolta nel petto.
Io torno a casa, come dopo ogni suo concerto – pardon, loro concerto – completamente stravolta e un po’ più sveglia.
Neanche un pezzo da Hai paura del buio?, ma dopo l’ultimo anno interamente dedicato a quell’album, ci sta.
Abbiamo salutato come si deve Giorgio Prette e lo ricordremo chiudere da solo su Televisone, tutto il palco per lui. Amen.
Non abbiamo salutato il Cicca e ancora non capisco perché.
Arriva infine un personalissimo ringraziamento a chi ha scelto di seguire gli Afterhours ancora una volta, nonostante i cambiamenti e con una fiducia religiosa in Agnelli.
Unica nota un po’ castrante del concerto, lo star seduti a teatro. Meravigliosa scenografia, acustica da vibrazione interiore, ma star seduti su Ballata per la mia piccola iena è stato davvero complesso.
Scalpitavo come non mai.

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E avrei voluto moltissimo fare un carezzino ad Agnelli e dirgli che sí, son serissima, come lui non ce n’è davvero.
Poi chiedetemi perché lo amo.
Anzi, #poichiedetemiperchéloamo.


Photo credits © Lucilla Cosenza.

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