Amando El Tofo

Negli anni l’ho incontrato in un sacco di posti, Davide Toffolo.
Oltre che ai suoi concerti, intendo.
O meglio, diciamo che nel mio mondo pieno di figure dimmmerda ci ho avuto a che fare.
Una volta lo becco su un aereo Ryanair, di ritorno dalla Sardegna.
È con una tatuata bella. Io e lei ci guardiamo le braccia a vicenda.
Credo di essere finita in uno dei filmati che Toffolo gira in giro, quel giorno.
Che lui si porta sempre dietro una telecamerina con cui riprende tutto.
Lo dice, nei suoi libri.
Gli scrivo una volta, tipo per capodanno, mandandogli una scimmietta disegnata da me.
Mi ringrazia, dicendo che gli è piaciuta e augurandomi buon anno.
E poi al Mi Ami, l’anno scorso. Suonano i Tre Allegri quella sera, ma io non vedo il concerto perché ho il mio banchetto con le robe da vendere e devo stare lì.
Verso le 3 di notte a me e alla mia amica viene voglia di patatine e mi trascino fino al bar del Magnolia per prederle.
In fila, mi trovo davanti Davide Toffolo. Da solo. E questa volta gli parlo, cazzo.
Lo invito alle bancarelle, mi dice che il giorno dopo farà sicuramente un giro. Mi stringe le mani mentre mi parla. Lo saluto.
Lo ritrovo un attimo dopo che attende la pizza.
Mi metto di fianco a lui, aspettando le mie patatine.
Gli sorrido, lui mi guarda le braccia.
Mi chiede che bancarella ho, gli spiego dolcetti e shottini.
Deve assolutamente passare da noi che gli offriamo qualcosa, dico.
Mi conta i tatuaggi, mi chiede quanti ne ho.
Farfuglio qualcosa dicendogli, molti, sai, me li faccio io.
Facevo la tatuatrice, fino a qualche tempo fa.
Osserva il mio braccio dei fantasmi.
Guardiamo in avanti aspettando le rispettive pappe.
Decido che non me ne fregherà un cazzo della figura dimmmerda che sto per fare, gli chiedo di fare una foto insieme.
Fantastico selfie.
Mi abbraccia forte e come punto la fotocamera del telefono mi spernacchia la guancia.
Cosí. Scopriró tempo dopo che è una cosa che fa sempre con le tipe che si vogliono fotografare con lui.
Un attimo dopo le mie patatine son pronte, non ho piú scuse per stare lí.
Bacini e rock’n’roll e lo saluto.
Il giorno dopo uno shottino al nostro banchetto riesco pure ad offrirglielo.
Salvo poi fare altra figura dimmmerda, chiedendogli un’intervista sul mio solito tema sogno.
Non ricordandomi di ciò che c’era scritto anche in Graphic Novel is dead.
Lui non sogna più. Con rammarico, mi dice che non sogna più. Che usava il sogno come processo creativo ma ora è spento. Black out. Andato. Off.
E io ormai la cazzata l’ho detta. Amen.

Comunque,  passiamo alla spiegazione del perché dovreste amare e sorridere ogni volta che vedete quest’uomo.

Uno.
Lui è l’uomo vestito da scimmione.
E come cacchio si fa a non amare la bestia?
Ditemelo.
Lui canta pacato di sentimenti e natura, di ossa e fantasmi.
Lui ama gli animali.
Lui ama Pepito (povero Pepito, Davide. Se per un fantastiliastico caso mi leggi, mi dispiace moltissimo. Capisco la sofferenza nel perdere un animaletto).
Lui mi ricorda che siamo tutti animali.
Lui capisce la tenerezza, i musini dolci e anche gli istinti primitivi.
Lui è punk in un modo personalissimo e indipendente.
Lui si mette a nudo nei libri.
Lui si disegna realisticamente stilizzato.
Bestia non feroce, gorilla buono immerso nel momento.
Nel suo corpo pieno di esitazioni ma senza disagi e illusioni.
Con la panza e i capelli non più folti.
Lui mi fa venir voglia di abbracciare ogni animale che disegna.
Lui mi fa venir voglia di essere uno degli animali che disegna.
Per non cercare significati nella sporcizia della natura modificata.
Per far vincere l’istinto e sotterrare la ragione.
Lui mi fa desiderare un letargo nella dimensione delle sue pagine, un letargo che non mi sveglio fino a dopo l’inverno.
Che poi la voglia ritorna anche a me.

Due.
La prima volta che l’ho visto disegnare dal vivo, sotto le musiche dei Dorian Gray.
Le figure che si formano d’inchiostro nero sporcate poi con un rosso sangue.
Stavo per mettermi a piangere. Giuro.
Sintesi grafica perfetta, suggestioni oniriche e quella mano morbida e decisa, una linea, poi un’altra linea.
Animali e uomini che prendono vita, figure antropomorfe e sfregamenti.
Gocce rosse e gocce nere.
Il fluido scurissimo che dilaga sul foglio.
Madonnassanta.
Come cazzo si fa a non amarlo.
E i suoi ritratti a Pasolini.
E a Lou Reed appena è morto.
E alla regista del musical che quanto cazzo ci vedo la me che verrà, in quel disegno.
E il Re bianco – mioddio – quel disegno è la fine.

Tre.
Oltre i suoi libri must have, ho trovato una produzione indipendente stampata da Zooo.
25 disegni di Davide Toffolo da un lato, 25 disegni di Arrington De Dionyso dall’altro.
Disegni un po’ zozzi e crudi, di corpi nudi e intrecci.
E io lo amo per la mancanza di volgarità, nel disegnare queste cose.
Per la diversità dei corpi nei loro dettagli.
Per la loro anatomia.
Per i loro movimenti.
Per l’accenno di imbarazzo.
Per le facce che ti guardano.
Per gli occhi chiusi che aspettano l’esplosione.
Per le sensazioni che vanno oltre la bellezza.
Per la realtà della diversità.
Per la meraviglia, di questa diversità.
Le sue pagine sono un mondo di nudità senza impicci.

Vi basta?

Se non vi basta ve ne dirò ancora, nel tempo.

E quanto cazzo lo avrei voluto, come cattivo maestro.
Che mi insegnasse a disegnare come si deve.
Percepire la sua visione e capire meglio come far coincidere pensiero e matita.
Sudare fuori il talento.
Mannaggia a me che non sono abbastanza brava.
Non credo che lui possa farci nulla.

Ma prima o poi la troverò un’altra scusa per chiederglielo, di essere il mio cattivo maestro.


Photos Via.
Video dimmmerda fatto da me all’Arci Bellezza.

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