Il regno animale e Milano 

Ne Il regno animale sembra che ogni descrizione narrata mi guardi egoisticamente dentro. Potrei quindi risultare un po’ noiosa nel parlare di me, anziché del protagonista del Bianconi.

Il regno animale narra di Alberto, un ragazzo che abbandona la provincia toscana e spera di venir abbracciato dalla Milano delle possibilità. Ma quel tipo di Milano vive solamente in un immaginario comune poco tangibile e un po’ fiabesco.

Quel tipo di Milano è una leggenda poco accurata, una pillola di zucchero per superare nebbie fitte e inverni gelidi.

Modella bene una Milano di parole, il Bianconi.

La descrizione del vuoto e della solitudine di Milano, zona Bonola.
La metro, le apparizioni vacue di esseri umani usurati.

Che sembra sempre meravigliosa Milano, appena arrivi.
Sembra la porta sul mondo, il controller tra le mani.
Ma in realtà non sai dove andare, appena arrivi a Milano.
Cerchi il conforto di un Bonola Center, o di un Metropoli. Nel mio caso era il Metropoli.
Cerchi nella luce delle vetrine del centro commerciale un qualche spiraglio di realtà rispetto a tutto ció che pensavi avresti trovato.
Ti accorgi che Milano è formata da piccole, minuscole, chiuse comunità.
Che la gente non è migliore che in provincia – o in Sardegna.
Non trovi le stravanganze che volevi, non trovi l’underground e non trovi compagnia.
Inizia a formarsi questo strano buco nero in mezzo al petto, questa voragine che non sai da dove arriva e dove finirà.

Bianconi racconta di Alberto a Milano e, cazzo, sono io nel 2003.
Una bambina che non vedeva l’ora di scappare, di afferrare la grande città per le palle e diventare qualcuno.
Siamo tutti noi migranti strappati via da casa.
Ma la leggenda, il sogno e l’illusione della Milano che offre ma non chiede, è tutta una montatura messa in atto dalla TV.
Milano non vale un cazzo, a Milano non vali un cazzo e dopo più di 10 anni hai a malapena 2 o 3 amici.
Milano affatica e ingrigisce, Milano è ingestibile a momenti e noiosissima in altri.
Milano ti devasta e tu, perverso provinciale che non torna sui suoi passi, continui a farti sodomizzare dalle sue vie e dai suoi meccanismi perversi.
Sperando sempre di trovarla, quell’immagine che ti avevano venduto, di Milano.

E il Bianconi – o il suo Alberto – prosegue.
La descrizione di Porta Venezia e degli Afro, del Mono, dell’Atomic, di Yamato e la borsa del fumetto, di Bloodbuster.
Una volta il mio tipo mi regaló una bambolina cadavere, da Bloodbuster.
In tempi non sospetti, molto prima delle spose cadavere di Tim Burton. Il packaging era a forma di tomba e aveva una corda intorno al collo. Vestito in pizzo e velo bianco sporchi di sangue.
Sopra il Bloodbuster abitava il mio amico gay per eccellenza dei tempi del PoliMi.
Lui mi adorava ma era una persona pesantissima.
Mi riempiva di regali ma mi chiamava a qualunque ora del giorno e della notte per raccontarmi di pompini fatti nei bagni dei locali, delle sue scopate indicibili e dei vestiti bondage che prendeva al Sexsade.
Ogni volta che andavamo al Sexsade mi montava una rabbia a vedere la commessa trans, meravigliosa, con due chiappe sode da fare invidia e le cosce lunghe e compatte. Sapevo benissimo che era un uomo, ma a me montava la rabbia comunque, per le mie ciccette e per tutte le indecisioni del mio corpo.

Anyway.

Bianconi descrive la Milano che conosco, quella che mi fa ancora avere voglia di stare qui nonostante le croste di sporcizia e smog, nonostante la puzza di piscio in metro e le stagnole bruciate per sciogliere ero o coca, fa lo stesso.

Bianconi descrive tutte le mie Milano, e io mi infilo tra le pagine del suo libro come ne fossi protagonista.

Un po’ somiglia alla me dell’università anche la borderline che si innamora di Alberto.
Solo che io magra e figa non lo sono mai stata.
Ma mi somiglia nei modi e nei pensieri, nelle frequentazioni.
Mi rileggo anche un po’ in lei.
Ma i Jesus and Mary Chain di cui tanto parla io non li conosco, domani me li provo a sentire mentre vado al lavoro.

Bianconi racconta Quaro Oggiaro, o meglio non lo racconta che tanto Quarto si racconta da solo, dice.
Lo spaccio, il degrado e la mafia.
Son stata talmente poche volte a Quarto che per me potrebbe essere un reportage giornalistico ben fatto, questo pezzo del libro.
E dire che ci abitavo vicinissima, quando stavo ad Affori.
Comunque racconta cocaina e motorini e vedette e targhe di poliziotti memorizzate dai pischelli che sognano di fare i boss.

La Milano del nuovo quartiere Isola.
I grattacieli orribili, asettici, sterili e invivibili che hanno tirato su.
I non luoghi riversati all’esterno.
Superfici specchiate pulitissime e scivolose.
Lo specchio di un’immagine che Milano vorrebbe dare di sé. Lo specchio di un’immagine deformata e un po’ ricca e cafona, decisamente cocainomane.

E poi Le rane. Devo controllare se è venuto prima il libro o la canzone.
Beh, per me è venuta prima la canzone e vederla espandersi cosí, per pagine e pagine, è stato come descrivere nel dettaglio la partenza di tutti noi, sradicati e buttati a sperare invano in zone d’Italia che non ci appartengono. L’immenso cordoglio per chi rimane, invecchia e sceglie di non scegliere.
Senza sognare un lavoro migliore e un futuro di possibilità.
La tristezza densa e calda per quei corpi che un tempo contenevano tutto il nostro mondo.
E ora sono vuoti a perdere, rovinati e deformati dalla noia.
Maschere grottesche della provincia immobile.
Ma noi ci sentiamo ancora bambini pieni di possibilità, bambini scappati di casa per non morirci.
Non siamo meglio dei resti di quella giovinezza che marcisce al bar del paese, sappiamo solo come illuderci meglio.
L’ultima volta che ti ho salutato poi sono scappato nel cesso del bar ed ho pianto sul tempo che fugge e su ció che rimane.

E Robertino.
Un tossico che Alberto incontra al bar tutti i giorni e convince a raccontare la sua storia.
Che negli anni ’90 l’album del gruppo di RObertino dovevano pubblicarlo addiritura i CSI.
Moroccolo fintoreale che parla nel libro.
La descrizione di Firenze, l’attitudine al punk e il primo batterista dei Diaframma.
Robertino che sputa sopra la new wave.
Certo che alcuni autori abbracciano tutto ció che conosci, oh.
Quello che ascoltavi in quegli anni, i Marlene, Ferretti.
L’ondata di ritorno ed essere protagonista tra le sue pagine.
Cazzo, Bianconi, non puoi centrarmi così il bersaglio.

E un personaggio a caso: la Betty. Cristosanto se mi è stata sul cazzo, la Betty.
Lei e il suo rifiuto per Milano, per l’impegno, per il provincialismo italiano.
Che come tutti quelli che vantano un estero migliore, che disprezzano il qui e ora.
Incredibile il verismo dei nostri anni nel suo carattere.
E poi sta scema, a lamentarsi di dover fotografare After, Marlene, Baustelle…
Ma vedi di andartene un po’ affanculo, Betty. Anche se sei un personaggio di un libro.
Ecco.

E pagine e pagine di occasioni colte e di Rolling Stone e di Cinema di Venezia e di starlet e di Tarantino e Danny Trejo e metaracconti metartistici che non capisco più chi parla e chi immagina, visto che Bianconi parla di Alberto che incontra Bianconi.
Che trip.

Devo dire che questo libro mi è piaciuto parecchio.
Come un parlarsi addosso su cose che si conoscono o si percepiscono alla perfezione.
Che comunque vederle scritte e incise da qualcun altro rafforza i pensieri, li rende reali.

Senti la città viverti sotto i piedi. Seduto sul sudiciume della rossa hai la percezione di tutte le linee della vita che si intersecano folli e pure prevedibili.
E non ti senti più cosí solo – o scemo – in questa solita annoiata asfissiante Milano.

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