Ferretti, a cuor contento

Sono una fanatica del tempo che passa e amo pettinare i ricordi. Mettere ordine tra gli eventi e collezionare ciò che è stato.

Ferretti io l’ho aspettato per una vita.

Avevo 15 anni quando sentii per la prima volta unerezioneunerezioneunerezionetriste e i CCCP non c’erano già piú da un bel po’.

La storia della mia vita, arrivare tardi.

I CSI erano ancora in giro peró, mi comprai In quiete amandolo moltissimo, anche se non mi dava quell’esaltazione tipica da punk filosovietico che mi lasciava invece Jurij.

Tanto piú che ero una piccola scema politicizzata, allora.

Comunque è finita che per 16 anni un concerto del Giovanni Lindo non son mai riuscita a vederlo.

Sono già un po’ scettica su questa data a Venezia, a teatro Goldoni.

Mi chiedo come si faccia a stare composti ascoltando Tu menti, Curami.

Dopo una giornata passata a perdermi su treni diretti a Trieste anziché a Venezia, a non capire il labirinto di calle una volta giunti finalmente a destinazione, dopo aver macinato kilometri in cerca di un qualunque punto di riferimento, l’idea di un concerto da seduta non mi dispiace più di tanto.

Siedo a poche file dal palco, laterale.

Il teatro è bellissimo ma sembra finto.
Un castello in pizzo per una Barbie lirica, con i decori, gli spalti, l’oro e le tende pesanti in velluto impolverato.

Il concerto inizia nel buio piú totale e, come intravedo la sagoma dell’uomo dall’ideologia piú altalenante della storia, spremo quasi una lacrimuccia.

Per tutto quello che ha sempre significato, per le sue poesie e le sue parole plateali, per un canto al popolo forse piuttosto populista.

Amandoti. Amarti m’affatica.

Lui è un 60enne ben tenuto, solcato dal vento della sua campagna e dalle sveglie all’alba per dar da mangiare agli animali.

Vestito da magazziniere, con le mani in tasca durante la maggior parte del concerto, mi dà l’idea di uno che non vorrebbe un granché stare lí.

Un uomo un po’ decaduto con il tempo, che crede ormai in poche cose, lontanissimo, molto piú lontano di quanto avessi inteso, lontanissimo da quel poeta punk odiato dai suoi compagni di band, venerato da un milione di credenti fedelissimi e devoti a san Giovanni Lindo dall’Emilia.

La formazione dei musicisti è scarnissima, basso e chitarra.

In qualche canzone violino.

La voce è sempre quella che rapisce qualunque cosa dica.

Con l’aria da comizio o da predicatore attento.

Le parole che gli vengono fuori rapide, dure e spigolose come i suoi zigomi da pastore dell’Appennino.

Passa Tu menti, Tomorrow, oh Battagliero! un concorso al ministero segna la maturità

Mi ami? in una versione strana e incantabile, come mi manda a male non riconoscere neanche che canzone sta iniziando tanto son diversi gli arrangiamenti.

La batteria elettronica proprio non si puó sentire.

Una serie di decisioni musicali che mi puzzano di necessità, una scena scarna per raccogliere noi fanatici del tempo che fu e fare qualche soldino per tirare a campà.

Occidente, Cupe vampe meravigliosa – che Cupe vampe sí che andava bene con questi pochi suoni – Annarella, Del mondo.

Le canzoni dei CSI e dei PGR vengono sicuramente meglio di quelle rime urlanti dei CCCP. Fa le cover di se stesso, il Ferretti, ma forse ci sta anche questo.

Poi un pezzetto de la morte è insopportabile per chi non riesce a vivere, in una versione stringata e sacrificata. 

Conformeechi conformeacosa, Unità di produzione macchinautomatica – no anima, Curami, finalmente Spara Jurij un po’ piú mossa, ma siamo tutti abbastanza ridicoli mentre ci dimeniamo sulle poltroncine per bene.

Io di questo concerto vorrei parlarne male.

Sputare sentenze su quel venduto di Ferretti, abbandonato da tutti a ragion veduta per il suo essere persona dimmerda – a quanto pare.

Vorrei parlare male di quest’uomo che ha cambiato volto mille volte, o che forse siamo noi che non abbiamo mai capito.

Giorgio Canali nella sua biografia racconta che Ferretti è sempre stato uno spirituale, uno da preghiera.
Solo che i suoi fan non hanno mai voluto capirlo, mentre pogavano sottopalco e lui cantava Madre.

Vorrei parlar male del suo essere pomposo – come il mio uomo mi ha fatto notare piú volte, a me piacciono solo i cantanti pomposi e pieni di sé. Vorrei dire che il concerto era noioso e che io son rimasta delusa nel constatare che, dopo anni di venerazione cieca, Ferretti non è poi un granché.

Ma la verità è che l’affetto che mi ricorda, è che l’umore in cui mi riporta, beh, mi fa passare sopra a tutto il resto.

Mi catapulta a quando, quindicenne, i miei amici piú grandi mi istruivano su chi fosse questo personaggio trasportato dell’Est che fu, mi riporta a quando lo amavo prendendo i suoi significati alla lettera, fidandomi di una dittatura felice.

Mi riporta su una panchina di uno sputino di città sulla costa occidentale della Sardegna, quando passavo le serate su una panchina a fumare e ci si cantava miannoiomortalmentenormalmente miannoionormalmentemortalmente. Vedendo anche il resto del pubblico del Goldoni, noi non si era lí per Ferretti e basta.

Noi si era lí per un revival adolescenziale piú o meno tardo, dove tutto era ancora netto e privo di sfumature e sicuro e fuori discussione come solo un’ideologia adolescenziale puó essere.

Noi si era lí per avere ancora il guru delle nostre certezze, non importa se lui le sue le ha cambiate mille volte.

Le nostre rimangono le sue prime e, per una sera, è stato bello abbandonarsi tra quelle braccia di comfort e sicurezza senza domande e controparti.

Lasciarsi cullare dall’assolutismo, comunista o cattolico che fosse, non ancora mutato dalla vita e dagli anni.

Farsi guidare da un Ferretti vecchio – sí, perché vecchio é – e stavolta neanche troppo convinto. Senza pretese di giustificazioni nelle scelte, tacendo incoerenze e seppellendo logiche più adulte. Abbandonandosi con fiducia cieca, proprio come quando le casse dello stereo gracchiavano di sue parole e profezie, tanti anni fa.


Photos (e video) fatte dal mio uomo mentre io mi divertivo.

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