Perfect Day

Ero riuscita a registrarlo una volta questo video, quando Red Ronnie lo passava su Video Music.
Non ricordo che altri metodi avessi per procurarmi le canzoni, allora.
Riavvolgevo il nastro a ripetizione e riguardavo le immagini, mi lasciavo abbracciare dalle parole.
E dal labirinto, in quel Perfect Day colmo di artisti vari raccattati dalla BBC.

Il verde, di quel parco che sapeva di paese delle meraviglie e animali liberi anche se si parla di zoo e serenità di mani prese e passi leggeri sul sentiero in mezzo alle siepi.
Il giardino che mi accecava di sorprese e cantilene voodoo su ciò che sarebbe avvenuto di lì a poco.

Che con la mia primavera di educazioni sentimentali e casi umani surreali quel Perfect Day non tardò ad arrivare.
Anzi, si mise a nudo davanti a me più di una volta.

E i presagi neri mi aleggiavano già sulla testa ma quel verde, oh quel verde, li uccideva tutti.

Era il verde delle stagioni con gli ormoni a mille e la testa leggera per aria.
Il verde che scoppiava di natura e ormoni anche lui, un giardino che avvolgeva qualunque cosa e qualunque cattivo umore.
Il verde bosco, il verde smeraldo e il verde acqua di mani addosso e sperimentazioni.

E in tutto quel verde io non vedevo l’ora che qualcosa succedesse, in quell’isola remota del Mediterraneo di desolazione decadente e provincia.
Aspettavo che qualcuno arrivasse, fosse una rock star o un principe azzurro.

E intanto continuavo a farmi delle pere incredibili di Lou Reed aspettando il Perfect Day.

Non un principe ma un vagabondo polacco arrivò, un viso bellissimo tagliato dal vento, gli occhi gelidi come fessure e capelli lunghi e biondi.
Mio dio, quando mi fermó per la prima volta.
Che lui era solo un passaggio, un connettore che serviva a guidarmi, tra baci e sabbia nelle tasche, fino a conoscere il fottuto amore impossibile.
You just keep me hangin’ on.

E Lou Reed ancora girava nello stereo, Perfect Day passava da un pomeriggio all’altro, dalle mattine in cui non entravo a scuola e tiravo sera ai giardinetti.
E l’aria calda che già soffiava, spingendo veloce un treno che doveva ancora capire dove fermarsi.

E quell’amore impossibile viaggiava là dentro ed era verde anche lui, in tutte le sue varianti.
Nei passaggi preliminari, nelle stazioni sperdute, nelle campagne del Campidano, nelle Tirrenia scassate.
Nella stazione con un unico binario, nella stazione in cui si fermò, nella stazione in cui il polacco ci presentò.
Era verde l’amore impossibile, nei labirinti di foglie ancora tenere e già ustionate dal sole, con quella frase pronunciata da Bowie che ti guarda e dice I thought I was someone else, someone of good.

E le ombre lunghe del sole alto, in tarda mattinata quando era un delitto entrare a scuola e noi stavamo semplicemente lì, sporchi di prato e carezze, ad aspettare che il tempo passasse e arrivasse il nostro momento.
Drink Sangria in the park.
E senza capirlo erano quelli, tutti i nostri Perfect Day.

E la luce forte del proiettore per le diapositive di noi in quei momenti maledetti e irripetibili, che ci respiravamo addosso speranze e sudore.

E le nuvole che si muovevano nel cielo veloci, correvano via come i giorni e come i cavalli sulla collina – cantava Bono, ma questa era un’altra canzone -, si impennavano appena per poi venire domate nell’illusione istantanea della nostra giovinezza.

E Lou Reed che ci muoveva le mani veloce, simulando il pianoforte e il crescendo della giornata perfetta nella luce tra le foglie.
E se pioveva, pioveva di gioia e asfalto bagnato.
E pioveva sempre di baci e saliva e ingenuità mai comprese.

Oh, e ancora Bowie e Bowie e Bowie in quell’attimo. You made me forget myself.
E a Bowie, sì che sarebbe spettato un altro compito.
Il compito della distruzione bohémienne, il compito delle case abbandonate dove trovare rifugio fino a sera, il compito delle candele accese, delle vene rotte e della morte del sogno.

Ma dalla primavera di Perfect Day all’inverno di Heroes sembravano passati secoli e, in un certo senso lo erano.
E questa è un’altra storia, di diapositive bruciate e di luci spente.

E il giardino, ancora.
Un giardino diverso, 10 anni dopo a Milano.

Il giardino di quando ho catturato veloce quello sguardo tra gli alberi nella strada che porta al Piccolo Teatro, quando con un’occhiata fulminante ho colto ancora i suoi lineamenti, un cappello da zingaro e la sedia a rotelle.

E la solitudine, di quel corpo amputato e senza gambe.
Come una fitta al sangue, di quelle che ti fanno scoppiare le vene e divampare il terrore.

Il giardino che lo avvolgeva, e lui che non era più lui.
Le macerie di un uomo diventato invisibile.

I suoi resti in queste vie di Milano, mentre il 4 arrivava al capolinea.
Ancora il verde, il verde acqua plastica e metallo.

I suoi occhi azzurri gettati al vento e le sue braccia che spingono le ruote.

I thought I was someone else, someone of good.

Le siepi tagliate di fresco e una primavera atomica e luminosa – quasi al neon -, di un Perfect Day mai tornato e lasciato morire dentro un cassonetto per i rifiuti ospedalieri.
Ma che vuoi, you’re going to reap just what you sow.

E Lou Reed che ci fa segno di tacere e noi chiudiamo la bocca e pure gli occhi, che con la fine della canzone si ritorna alla realtà pensando di aver dormito profondamente per anni interi, rifiutando quello straccio di presente che abbiamo intravisto dal finestrino di un tram.

Che di Perfect Day in fondo ne abbiamo da ricordare ed è meglio oscurarle e seppellirle vicino al recinto di quel giardino, certe verità.

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