DIE, IOSONOUNCANE

Questo post parla di DIE, il nuovo album di IOSONOUNCANE.
Non volermene, IOSONOUNCANE, ma per comodità qui ti chiamerò solo CANE.
Su Rockit potete ascoltare l’album in streaming.

Allora CANE, io ti ho messo in cuffia mentre ero sull’aereo per Cagliari.
Che volevo prepararmi per il ritorno in terra sarda con una macarena su Elmas.
Che mi costa pure fatica tenere su gli auricolari in aereo, che mi pare di perdere il controllo e se non sto con l’orecchio teso verso la hostess mi sembra di precipitare.
Ma, nonostante questo, ti ho ascoltato pure sull’aereo del rientro, mentre altri sardi migranti come una marea tornano con me a MilanoRomaBologna con la panza piena e il cuore pesante.
E ascolto suoni che sanno di isola e campagna bruciata da maggio a ottobre, di macchine scassate che viaggiano su una 131 in perenne lavori in corso, di traffico rallenato e culi non ammortizzati mentre si prende in pieno una buca nelle provinciali disastrate.
Che la Sardegna sempre chiama e travolge.
I rumori amplificati di una campagna dell’isola dei pastori, con i campanacci degli animali e alle cime bruciate ritornare.
E la spensieratezza un po’ anni ’60 di un corpo al sole, corpo vivo fra gli alberi.
Le rive, gli stormi e gli scogli. Di vacanza e leggerezza, ritorni e creme solari e testa libera.
Di quando si atterra a Elmas dal mare e sai che, sì, da lí in poi tutto ok.
E di voci profonde come quelle dei tenores, che cantano vestiti in velluto e non capisci quel che dicono, di voci profonde contrapposte a dita leggere e riflessi sull’acqua e i due volti dell’isola eccoli, son tutti lí.
Tra la sabbia e le pecore.
E le spine secche dei campi dove si cercano lumache dopo pranzo vicino al mare.
E gli ombrelloni in lontananza e pochi chioschi mal tenuti.
E le viti e il fuoco nei campi che porta la morte e distrugge i lavori di una vita.
E la domenica nei paesi croccanti di maialetto e mirto e cancelli aperti mentre si pranza.
E tutte le giustapposizioni dell’amore e della fuga, i gabbiani e i porticcioli malandati che nei sabati di noia primaverile si va a vedere le barche.
E l’aria cristologica di certe barbe e di oscuri personaggi mai andati via, sfidati da lamentele e progressive metal ma rimasti lí.
A perdere i capelli e crescere la pancia di Ichnusa.
CANE, tu parli delle mille isole tutte familiari alle quali ci avvinghiamo e sulle quali sputiamo sempre.
E il sole sembra protagonista, tra le rive, il sale e il vino.
Protagonista nei campi, protagonista quando sparisce e comunque rimane ancora quella luce sbiadita e costante e l’afa e l’umido che cade sulla pelle.
E ancora il sole protagonista appena sorge, vero unico personaggio delle storie di questa terra di sale e pianto.
Raccolte le mani ti prenderó.
E tutti i venti che levigano le braccia e le rocce, scirocco che non si respira e maestrale che niente lascia intatto.
Il sole anche nel buio, conservato sotto le coperte e steso di nuovo su tutta la vita tra i monti e il mare.
CANE, tu riesci a cogliere gli aspetti ricorrenti e peculiari di una madre che ci ha un po’ cullato ma anche preso a calci in culo.
Questa negazione è presente e imprescindibile per ogni studente fuorisede che si è trasformato in immigrato.
E le mani battute segnano sempre un tempo di onde e grilli e ronzii di campi arsi, ronzii all’interno dei quali siamo silenti e stazionari anche noi.
E l’unica fuga da quel sole re e primadonna è qualche riva, qualche sferzata di vento che asciuga la fronte. Che si deve per forza stare senza far niente, sotto quei cazzo di raggi.
E la pressione bassa e l’abbraccio familiare del giorno che muore sulla spiaggia.
Cane, i tuoi mantra godono di tutte le influenze sotto le quali siamo cresciuti. Quelle esterofile e quelle inevitabili della TV come unica connessione con l’oltremare.
Quelle del pane guttiau e bottarga e quelle del McDonald’s.
Che come sempre si mischia tutto fuoriosamente, rimanendo in bilico in un’incoscienza sopita dal vento, tra i pascoli intravisti dal finestrino di un’auto arruginita e la voglia di scappare.
Per poi pregare isterici e meccanici un ritorno che no, non avverrá.
E allora ci aggrapperemo ad album come DIE, per risentire i suoni familiari e confortevoli di un’infanzia cozy&warm e solcata da un sole e da un umido perenni.
E con questa raggiunta consapevolezza ci aggrapperemo ad album come DIE, per sentire un nostro coetaneo cantare versi che parlano di noi, per avere ancora un po’ di quel conforto nostalgico condiviso da chi si è condannato a una vita di aerei low-cost, mezzi pubblici di cui non conosceva l’esistenza e inverni freddi di un freddo che non credeva esistesse.
Un po’ di quel conforto che comunque no, non fa mai decidere per un ritorno.
Un album che è un placebo per sardi che hanno voglia sí di quelle rive e di quelle campagne, ma solo per due sufficienti settimane all’anno.
Un CANE mai banale e comunque familiare.
Die è l’album del migrante trentenne in perenne guerra tra quelle estati nell’isola e le stazioni suburbane di una città a cui mai appartiene davvero.

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