Montage of Heck, Kurt Cobain

Cinema Ducale, Milano.
Manco la locandina fuori, hanno esposto. E in biglietteria il film era segnato come Cobain.
Ma dico, vorrai almeno mettere il titolo corretto? Cazzo di approssimativi, gli italiani.

Anyway. Montage of Heck.

Un documentario spaventoso, se si pensa che è stato prodotto da Frances Bean Cobain.
Con pochi momenti in cui si è aperto il cuoricino dell’empatia.

Per lui deriso a scuola e cacciato da mille case che, non giustifica, ma chissà che cazzo di cagacazzo doveva essere.
E quando parlava a mezzabocca davanti alle telecamere, che lui odia e ama tutti e odia se stesso e vuole rifarsi solo suonando guarda a caso per milioni di persone.

Che poi se metti su una band, registri un album e vai in giro in tour è un po’ ipocrita coprirti la faccia di capelli e sputare sul microfono di un giornalista che no, tu il successo mica lo volevi.
E allora te ne stavi nella tua cazzo di saletta ad Aberdeen a comporre. In fondo quel che conta è la musica, no?

Che di infanzie travagliate ne abbiamo avuto tutti, fidati.

E il successo ti sarà pure scoppiato in mano, ma non dire che non lo hai cercato.
Non faceva che accrescere il tuo ego bipolare in frantumi.

E poi la madre e la girlfriend cicciona e Courtney, che tutte ti hanno curato e trattato come un bimbo-toy.
Un viso che ti viene per forza da fargli da madre. Cucciolo scheletro puppy eroinomane.
La sua ipersensibilità si metteva in cerca di sole donne forti.

Anche fisicamente le sue donne sembravano sempre sovrastarlo.
Courtney che non finiva mai, la tipa ora ciccionissima che forse si sarebbe fatta sfruttare per sempre pur di far da infermiera e chioccia a quel biondino slavato, che con la scusa della debolezza un po’ controllava gli altri a ricatti morali.
Comunque la cicciabomba che riscatta tutte le cicciabomba in the world potrà sempre vantare un certo Kurt Cobain, tra i suoi ex.
E scusa se ti basta.

E la band di provincia, il suo underground di fumetti venduto a MTV, le fasi calanti, l’apatia e le ondate di energia.
La band di ragazzini che spacca lo schermo all’improvviso.
Il sogno che ti fagocita e diventa incubo.
E tutto questo quando era a malapena adulto, la nascita di Frances e la perdita del controllo. 

Il suicidio a 27 anni, il primo tentativo imbottendosi di pillole a Roma che sa sempre solo di richiesta di attenzione.
Un bambino che batte i piedi per terra e vuole essere la star nell’universo di tutte le persone che conosce.

Un paranoico.
Che come gesto ultimo sceglie di sparire, all’apice del successo, in maniera eclattante.
Lasciando una vacchissima bionda vedova, e una figlia piccolissima.

Che l’unica cosa che ha mai amato erano forse gli shottini di ero.

E io Kurt Cobain non l’ho mai osannato, mai amato alla follia.
Che la parte più vera era forse morta un attimo prima che Nevermind saltasse al numero 1 delle classifiche.
Ho amato sì il grunge sporco e malaticcio dei Nirvana ma, per carità, mai venerati.
Che tutto questo lasciarsi andare mi infastidiva. 

E Chris e Dave erano i pilastri a sorreggere il genio.
Un genio profondamente disturbato, con manie di protagonismo per riscatto e masochismo che urla al mondo Ehi, guardatemi, cosí che io possa respingervi!

Eddai. 

E le scene pietose della bimba.
E lui succube delle scempiaggini di Courtney, strafatto che lotta per tenere in braccio una figlia che non è in grado di crescere.
Che amarezza. In fondo che importa vedere quanto cazzo erano fatti? Cosa importa mostrare al mondo questi video privatissimi, che tutti possano scandalizzarsene spalancando la bocca?
Non avete mai visto uno strafatto? Non è un bel momento, cazzo.
Non è lo zoo.

Ed è proprio la figlia a mostrare al mondo l’ennesima umiliazione.
Da brividi, la lucidità e la spietatezza di tutto ciò.

E Kurt è sto bambino, padre di una piccina cicciosa che ha per madre la ragazzina grossa e dispettosa delle medie.
Quella che si coalizza col maschio alfa e rende la vita impossibile agli sfigati.
Forse lo avrebbe sfottuto pure lei, Kurt, al liceo.

E poi però ascolti le canzoni, e alcuni testi e leggi i fumettini e vedi che forse sono io stronza e che non ho capito ‘na sega, che forse lui poi tanto poser non era.

E la prima vera empatia che ho provato guardando il film, sí forse la prima vera empatia era proprio verso quegli scarabocchi. Verso i diari, verso gli appunti mal presi e verso la carta sporca su cui costruiva le sue mini storie.
Verso il caldo nelle vene di Something in the way.
Ed è lí che percepisci la persona.

E la mente, e il dolore allo stomaco, e le ossa in evidenza e la pelle di varecchina, lí percepisci l’America bastarda dei vincenti e la necessità di essere lasciato in pace.
Senza che qualcuno chieda scusa, o ringrazi, o ti elegga ennesimo dio.

Che quando navighi nel male, nel male vuoi rimanere.
Ti nutre e ti corrode, il male. Non puoi accettare di lasciarti andare a una felicità che non vuoi.
Meglio continuare a stare confortevolmente di merda.
E se le cose ti vanno bene è davvero inaffrontabile, tutto ciò che vuoi è morire.
Zap!, sparire senza lasciate traccia.

Sparire che la serenità non è condizione corretta per l’essere umano, non per te.
Che senza il dolore non sai comporre, senza il dolore non sei nessuno.

Che tu sei il dolore.

Comunque neanche un’intervista a Dave Grohl in sto film.
E gli unici realmente commossi ricordando Kurt erano la sua ex ciccia e Krist Novoselic.
E Krist ci mostra anche cosa fa il tempo alle rockstar che non si ammazzano.
Imborghesisce, sto tempo bastardo.
Ingrassa.

Tutti gli altri intervistati plastici come in ogni documentario d’America che si rispetti.
Mother Cobain identica a Courtney. Courtney tra vent’anni. Uncanny, they say.
Poi ditemi che non cercava una madre, in lei.

Il padre un po’ meno in cerca di telecamere, più pastore evangelista convertito nel pentimento.

Ma le biondone principali, mygosh, non puoi non odiarle.
Non puoi.

Il documentario scava a fondo ma non aggiunge niente che non sapessimo. Approfondisce di voyeurismo.
Ficcanasa morboso in situazioni domestiche che, cristo, era meglio ignorare.
Che ormai è andata.

Forse se tutti non lo avessero adorato a ‘sto livello lo avrei capito di più anche io, questo Cobain.

Che i ricordi che ho di lui da me quindicenne sono di una decadenza e di un grottesco pauroso.
I cd ascoltati con sorpresa, un viso troppo naif per farmi innamorare, un’amica alquanto scema che si ubriaca e passa la notte a piangere su una panchina, cantilenando che Kurt l’ha abbandonata.
Ditemi come potevo io cadere ai piedi di questo cristo american-ariano, quando veniva trattato come il leader di una boy band.

Non ce la potevo davvero fare, questo è quanto.

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