Notturno Americano, Emidio Clementi

La tipa sulla copertina è Joan di MadMen. Nessun dubbio. Le spalle scese, il collo lungo e sottile, le tette enormi.
Sí sí, è Joan. Sono sicura che se sovrappongo la copertina a una foto di Christina Hendricks corrispondono. Solo che non c’ho sbatti di aprire Photoshop, mó.
Comunque.

Ci addentriamo nella storia di Emanuel Carnevali e dei suoi occhi encefalitici, tema caro, carissimo a Clementi come forse solo il parlare nelle canzoni di Leo Mantovani.

Come mio solito, il live di Notturno Americano è passato da una settimana, io non son riuscita ad andare e aspetto le nuove date.

La storia inizia in punta di piedi, come la musica.
Inizia su una nave, persa nell’oceano nella speranza di una nuova America.
Quando gli italiani emigravano per fame e necessità.

Capisci subito quanto Clementi abbia preso stilisticamente da Carnevali, nel modo di scrivere.
O forse che lette con la sua voce tutte le cose sembrano sempre sue.
Capisco quanto Clementi abbia preso da Carnevali quando non riesco a distinguere il racconto e la lettura, la poesia originale dal contorno dell’interpretazione.

Inizia tutto nel 1914, quando Carnevali intraprende il viaggio verso New York e verso la speranza di un mondo differente da quello di un’Italia misera che faceva fatica a reggersi in piedi.
Inizia il viaggio e quando viene svegliato dal trambusto della nave che vede le spiagge del Jersey in lontananza rimane quasi deluso.
Deluso dai grattacieli, che altro non sono che scatole più grandi atte a contenere uomini, scatole poco diverse tutto sommato da quelle a cui era abituato in Italia.

Ben presto Carnevali si scontra con il tempo della povertà e dei cambi repentini di lavoro. Il tempo dei licenziamenti, dei camerieri maltrattati, il tempo delle cimici.
E in tutta la sporcizia spietata di questo nuovo mondo che prende a calci in culo gli italiani, i greci e i polacchi che non fanno parte di nessuna élite, in tutta questa miseria spietata l’unica cosa che Carnevali può fare è comporre. Scrivere.

E ha ragione Mimì, quando dice che in fondo Carnevali è Bukowski senza essere Bukowski, nessuno mai gli riconoscerà durante la sua vita di essere a tutti gli effetti un poeta americano.
Che si aspetteranno i vari Ginsberg e Ferlinghetti, e Carnevali povero immigrato mai fu tenuto in considerazione.

Deriso nei bar, maltrattato dai capi nei ristoranti, Carnevali descrive un’America grottesca e assoluta e bipolare.

Da un lato la borghesia, con le sue dame ricche e grasse, la borghesia dei bambini capricciosi e dei clienti che stronzeggiano, la borghesia che mangia nei locali in cui l’altro lato dell’America lavora. E l’altro lato è quello degli stracciati, costretti a strisciare per un tocco di pane, l’altro lato dell’America rinsecchita sotto il peso di una libertà voluta in maniera talmente prepotente da essere disposti a cedere ogni briciolo residuo di dignità.

O forse l’America inaspettata della necessità, che chissà come si sperava di ottenere qualcosa di diverso, l’America delle possibilità che cazzo però funziona per uno su un milione.

Per gli altri l’America riservava lo stomaco vuoto e la pelle raggrinzita e disidratata, simile a cuoio.
Per i poeti affamati l’America riservava un breve momento di agonia tra gli ubriachi, per poi spegnersi sotto il peso dell’umiliazione e immolarsi, come racconta Clementi, offrendo ciò che tutti si aspettano dagli italiani: le canzoni popolari.

E per Carnevali l’aggettivo massimo di bellezza e vita è “morbido”, ripetuto in più canzoni e contrapposto in tutta il suo conforto al terrore duro della quotidianità, massima comprensione della condizione umana affamata e alla ricerca di qualcosa che riporti alla stessa sicurezza di una morbida madre.

Questa America in bianco e nero, l’America delle vecchie foto, si rivela spietata per chi non ha la pellaccia della sopravvivenza.

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