Germi, Afterhours

Germi è il terzo album degli Afterhours.
I primi due non li ho mai ascoltati, confesso che non mi esalta particolarmente l’idea che siano cantati in inglese.

Ma Germi apre le porte a quell’era di cut-up, testi surreali e significati nascosti. E musica – oh, musica non paragonabile a nient’altro.
Che le influenze si intravedono qui, ci si lascia infettare ma in un risultato talmente personale da non risultare simile a nulla.

Avevo pochi anni, quando uscì Germi. Per anni ne ho ignorato l’esistenza.
Che dove abitavo io non è che ci fosse proprio una scena indipendente a trascinarti. O ti tiravi fuori da solo in uno slancio di indipendenza o niente.
Forse anche per questo il 90% dei sardi è indipendentista. Perché se siamo fuori da tutto tanto vale esserlo anche dal governo. Sto divagando, anyway. Questo è un altro discorso.

Dicevo, Germi l’ho conosciuto da adulta, dopo Quello che non c’è, Hai paura del buio? e Ballate per piccole iene.
Mi ricordo di questo pomeriggio di primavera nei primi anni di università, dove per la prima volta decido di passare da un ascolto superficiale e un po’ ostico alla comprensione dei testi.
Lo sgomento. Come quando ascolto la maggior parte delle parole messe insieme da Manuel Agnelli.
Lo sgomento e la certezza di non aver mai sentito una poesia così cruda e un surrealismo così metaforico da essere legato pesantemente alla realtà. No, non è una contraddizione. I
t’s poetry, baby.
Lo sgomento di Strategie. E tutte le volte che ho messo il loop su quei quattro minuti.
Nessuno mai mi aveva urlato nelle orecchie in quel modo. Nessuno mai mi aveva urlato nelle orecchie parole così dirette e sogni così tangibili.
Nessuno mai mi aveva scopato le orecchie in quel modo.

L’aria tesa ed elettrica di Nadir apre l’album, come quando il vento tira e sa di tempesta.

Germi sa di conflitti interni ed esterni, verso una società che non vuole il nostro germe un po’ malato e morboso ma solo quello piatto e provinciale e prevedibile delle 8 ore in ufficio.
Ma questo germe si ripriduce comunque, è vivo in me. Cos’è?

Plastilina porta ancora dentro quell’aria di pioggia, il fresco del caldo appena finito, il male di settembre. Farsi modellare tra le mani dei padroni come plastilina o ucciderli.
Una canzone di sangue, pause dentro le lenzuola e malessere che scorre nelle vene e nel seme nero e lento.
Il turbamento di settembre, con tutti i suoi mutamenti e le sue riprese, il turbamento di settembre che arriva sempre in un baleno a ricordarci le nostre personali condanne di cittadini di tutti i doveri.

E Dentro Marilyn, falsità come radioattività. Un’apnea che non capisci quando ti scoppieranno i polmoni, un addestramento all’attesa e alla sospensione.
E chissà poi cosa c’era per essere sovversivi in quell’amore. Di errori, eliminazioni e pianeti.
Ancora l’apnea del ritornello, che anche se non lo credevi possibile forse ancora sai respirare.
Non c’è torto o ragione. Pausa. Di nuovo musica come un flusso e una corrente inevitabile, dannosa e dolorosa che uccide i sensi e la carne. Che dentro il fallimento ci si culla sempre aspettando di essere i sovversivi che cambieranno le sorti della propria vita ma tutto scorre inesorabile come un fiume pieno di detriti.
È il naturale processo di eliminazione.

Siete proprio dei pulcini sveglia i timpani dall’atmosfera decadente e sembra quasi una premonizione de Su i giovani d’oggi ci scatarro su. Siamo dei pulcini che a lui va di mangiare. Indifesi, caldi e ingenui.
Che lui sarà pure vecchio e passato ma pulsa comunque e da preda è diventato un predatore pronto ad ucciderci. Lui è spesso il predatore. Anche in altri album torna questo tema.

Sempre sulla linea segue Giovane coglione, scorre il calore bianco nelle vene e si perde nella sua realtà tossica paradossale senza nebbia esterna.
Che non ti frega più e capivi pure di piú.

Ossigeno è la prima canzone che ti fa sorridere di complicità. Che un prigioniero della tua essenza fa sempre comodo e ti lasci accarezzare dentro sapendo di essere il desiderio.
E al solo pensiero chiavo la mia mente, he says. Il tuo odore è ossigeno, il tuo odore è ossigeno. Un pezzo tutto sommato solo dichiarato, meno sofferto se non per passionalità. Una canzone d’amore e necessità. Chi ami è un angelo che uccide se lo tocchi. Il tuo odore è ossigeno. E non riesci a non pensare a questi giovani Aftehours vestiti da ragazzine, che saltano mentre suonano, come nel video. In questa ossessione un ghigno di complicità è obbligo.

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo, come una cantilena e il pensiero formulato per uscire che non arriva. Tradurre il concetto in parole. Si annuvola tutto, dentro l’ansia crescente di quel minutino strumentale. 

E poi arriva lei, la regina di tutto l’album. Due note sussurrate e lo scoppio veloce della canzone. Aggressiva, che percorre le corde più sottili mettendoci su le dita e premendo un pochino, facendo male di un male masochista, ambito e famelico. Dentro una primavera malata con dei tocchi di nero, il vero che muore e gli insetti malvagi che ti perseguitano e il gusto che ti perseguita e le note che ti perseguitano. Gabbie di strategie, fa quasi impazzire so cos’è. Questo pseudoerotico velato, ma poi pseudo e velato neanche tanto. E ancora quel giro di chitarra che ti comprime lo stomaco e lo rilascia, che contrae il cuore in sistole e distole, sempre più veloce che ti devasta il prezzo che si ha. Madonna che pezzo. Madonna che sangue alla testa, Strategie.

Vieni dentro è la canzone che mi piace meno. La porta di un segreto e ti invito dentro, musicalmente brutta ma sicuro che io non capisco un cazzo. La porta di un segreto che attraversi e scopri non esserci niente dietro. Che il sangue risolve da sè. E un sole fastidioso che ti piglia alla testa e non accieca. Sole bastardo marcisici su di me. Vieni dentro. Muah.

Posso avere il tuo deserto? è la noia e l’abitudine che conduce all’apatia del non capire più cosa sia desiderabile o meno. Tipo la razionalità scontata, tipo la quotidianità e il male di vivere soffocato dalla ragione.
Di persone spente dalla condanna della conforme regolarità. Sul lavoro, sul sesso, sulle relazioni. Violentati dall’abitudine. E tu passi sopra la corrente di quel modo di vivere inserito e da dare per scontato, senza domande che altrimenti impazzisci, senza riuscire in nessun modo a combatterla, quella corrente. Dando alla violenza la profondità che ha. Razionalità. Razionalità. Razionalità.

Una canzone pop rilassa un attimino la depressione acquisita. Muore l’idea di me che c’è nella tua mente e accetti che ti uccido l’anima. E va bene cosí.
E progettidiscorsifrasistrofe che diventano pure un po’ banali, mentre ci uccide l’anima come il vincolo di una condizione che ti tiene guinzaglio.
E di rabbia non ne è neanche rimasta forse, che ti hanno definitivamente sepellito la volontà. Proprio come tutto il resto ha fatto già.

Mio fratello è figlio unico. E che dire, una cover che sa di canzoni con cui sei cresciuto ci sta.
L’album prima della maturità, l’album ancora giovane e un po’ acerbo con dei bagliori dell’uomo che sarai. Quel momento prima della consapevolezza. Figlio e fratello declassato e disgregato. Il cut-up sulle canzoni altrui.

Porno quando non sei intorno, lieve e rilassato e zappato con l’inquitudine nelle viscere. Prima della lucidità.

Una rabbia cieca e una passionalità da strapparti il cuore a morsi.
Che se non ti piace una cosa lo gridi a polmoni aperti e se ti piace – beh, se ti piace lo gridi ugualmente.

 

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