In sala prove con i Colour Moves

Da un tram all’altro, arrivo in periferie mai viste di una Milano che si perde nei vicoli oltre i binari. Sotto un cielo che sospira di speranze e mezzi sorrisi.
La saletta è in un garage, arrivo e intravedo Giorgio dal vetro del fonico.
Arrivo – ovvio – a inizio canzone. Aspetto che finiscano il pezzo fuori dalla doppia porta nera.
Sergio, il cantante dei Colour Moves, mi ha invitato alle loro prove.
Mi guardo intorno e potrebbe essere il mio salotto di mobili Ikea e poster di The Dark Side of the Moon.
Silenzio. Apro, mi vengono incontro Giorgio e Sergio.
Una custodia rovinata di basso, degli ampli enormi, uno sgabello troppo alto.
Mi arrampico a stento, fuck me il mio metro e uno sputo. Mi piazzo sotto la cassa. E che botta.
Qualche scambio di parole tra di loro e iniziano subito.
Un altro po’ e picchio pure io sui piatti ma sappiamo tutti che non converrebbe con il mio famoso senso del ritmo.
Sto seduta di fianco a Daniele, il batterista.
Questi 4 mi parlano di una vita che è passata in quasi 30 anni, di come ci si perda e ci si ritrovi in mille possibilità diverse.
Far away from nothing.
There.
Era da prima dell’università che non sentivo un gruppo in saletta.
Era da mai che non sentivo un gruppo cosí.
Spio la scaletta sotto Sergio.
Slipping away.
Inizia lenta. Il batterista di fianco. Il basso di fronte.
Le prove per Berlino.
Che non si capisce perché cazzo un gruppo cosí non riesca a trovare date a Milano.
Stare in mezzo al suono è sempre da paura.
Cazzo, un concerto per me praticamente.
Alla faccia della prima fila. Sto in sala prove io.
La fanatica della transenna. Dalla transenna alla saletta. Stica.
Quando viene un ospite ci gasiamo subito – dicono.
Ok, eh. Sentendomi pure importante.
Toni più bassi e In my room I know where you are.
Partenza veloce e In my room I know where you are.
Ma che cazzo di figata essere qui.
Altro che transenna, altro che attese sottopalco. La saletta è la svolta. Uh-uhuhuh-uh-uh.
Vi risparmio di mettermi a fare i video che non ho tempo, e mi si spanano già piacevolmente le orecchie a me, figuriamoci all’aifono vecchio e lento.
Guardo questo gruppo che poteva essere assurdo, con gli anni. E invece la vita ci si mette di mezzo e si smette in qualche modo. Potevano essere assurdi. In my room I know where you are.
Considerazioni. Altobassoalto.
Prova pezzettino.
Tastierista assenteista poiché di Pescara.
In questa periferia di Milano, i cori e ancora batterebatterebattere le bacchette e il piede.
Mando una foto fatta malissimo alla mia fotografa preferita, mi chiede se sia io a suonare la batteria.
Ah! Sicuro. Ma certo che pure potrei da qui.
Suoni sparsi con le dita sulla chitarra, Giorgio scorre le corde.
The trace of one man inizia tesa.
Sergio si piega sul microfono.
Daniele momentaneamente fermo si allaccia scarpa.
Guardo Luca, il bassista, con la faccia da telefilm, la faccia di uno quei medici bene di Los Angeles o giù di lì.
Da qui ne esco con l’udito rotto, come a tutti i concerti. Ma che bello, cazzo.
Prima pausa e mi becco subito il regalo. Vinile doppio di A loose end. Una questione in sospeso, proprio.
E mi hanno pure dato della giornalista. Ah! Ma pensa.
Grazie, Colour Moves.
Certo che passi anni di sogni pensando di disegnare e tatuare e scrivere fumetti e ti sbatti ammmille e ti imparanoi ammmille e all’improvviso ti dai uno stop forzato per riprendere in mano i fili che intanto avevano fatto un groviglio mostruoso. Ed eccola lì, la tua vita. Quella beyond the scenes, quella per passione e per vocazione. Quella non del vorrei ma del sono. Quella del quando smetti di cercarti, vedrai che ti trovi.
Parlano della logistica per il concerto a Berlino, felici per la gita.
Sergio prova testo introduttivo in Deutsh e…
Ooooh Slow!
Cazzo, se mi piace sta canzone.
Slow is my tongue, slow e slow is my mouth e mi ricordo me in una serata un po’ particolare dopo un concerto di Edda.
Slow is my life.
Moving lightly, shiny steps.
When I fall.
Dreaming of you.
I close my eyes, I close my eyes.
I scream I whisper.
Feed my soul.
Giorgio scorre piastre metalliche sulla chitarra. E finisce.
Uh cazzo anche questa mi piace un sacco.
Ah sí, già sentita prima. Far away from nothing.
La mia memoria stracorta.
Ma figata comunque, eh.
Provano la scaletta 2 volte. 40 minuti di fila. Pausa. 40 minuti di fila.
La mia recensione l’aveva trovata Daniele, il batterista.
Scrivendo Colour Moves e cercando le ultime 24h su Google.
Ed era l’unico modo di essere trovati, mi sa. Che io me ne fotto un po’ tanto del SEO e ci son da poco e non sono indicizzata.
Una storia di coincidenze.
Come quando ho incontrato Sergio al Ducale, per il film su Kurt Cobain.
Un passo dietro l’altro che quando non cerchi non si sa come finirà.
In my room etc etc.
Concerto doppio, mi son beccata.
La compostezza del bassista.
Cloudlike.
Menomale che quelle bacchette le ha ben salde, il batterista.
Se ne parte una mi sconca (Daniele, i tuoi son sardi, questa puoi capirla!).

Finiscono le prove, aspetto un po’ mentre ritirano, il disco sottobraccio, la sigaretta in mano.
Luca va via che abita fuori Milano, quasi in Svizzera.

Giorgio deve scappare ma mi accompagna sotto casa in macchina, Sergio seduto dietro, io davanti.

Daniele ci fa strada con la sua auto.
Giorgio mi mette in guardia che lui due cose insieme non riesce a farle. O guida o parla, ma ci proviamo comunque.

Inizio a fare le domande che mi ero preparata e, come nelle migliori occasioni, l’app per registrare le interviste col cazzo che funziona.
Inizio a prendere appunti veloce.

Come mai questo silenzio lungo 20 anni?

Sergio: sia io che Giorgio siamo rimasti in contatto solo con Daniele, è grazie a lui che abbiamo riiniziato a frequentarci.
Daniele è stato un po’ il collante di tutto, sia per Giorgio che per me. Ci siamo rivisti per i suoi 50 anni e gli abbiamo regalato una serata in sala prove.
Serata disastro perchè nessuno si ricorava niente nel rifare i pezzi, ma ci è piaciuto ritrovarci così.
Le prove successive sono andate sempre meglio…

Giorgio: avevamo dei pezzi nelle cassettine sopravvissute agli anni ’80 e siamo partiti da lì.
A un paio d’anni dall’esserci ritrovati abbiamo un disco registrato. Dopo un anno esatto di prove ci siamo trovati in studio e, dopo un anno ancora siamo usciti con il disco per l’etichetta tedesca Interbang.
Luca aveva lo stesso basso di 28 anni fa, persino le corde erano le stesse. Nessuno di loro aveva più pensato di suonare da allora. Forse solo Daniele, ma per fare le cover degli AC/DC e cose simili!
E da gioco di amicizia le prove si sono trasformate in album.
In quei 4 anni in cui abbiamo suonato insieme abbiamo condiviso davvero tanto, i sogni dei 18/20 anni sono dinamite, si diventi quasi fratelli.

Come mai avevate mollato, ai tempi?
Sergio: sono stato il primo ad andarsene. Non era facile allora andare avanti per degli autodidatti, ma provavamo per 3 o 4 sere a settimana e siamo migliorati tanto.
Ai tempi abbiamo smesso per morte naturale. Uno di noi è partito per il militare e due per l’università. Ci siamo persi di vista.
La verità è che siamo arrivati in anticipo di un paio d’anni su tutti.
Anche gli After hanno iniziato praticamente quando noi stavamo prendendo strade differenti e forse lí sì, che i tempi sarebbero stati maturi.

Chi scrive i testi?
Sergio: i testi li scrivo io, nella parte 2 del disco ci sono quelli originali che scrissi all’epoca, con l’inglese maccheronico e scolastico di un ragazzino ere prima dell’arrivo di wordreference e di internet.
Allora a cantare in italiano erano solo i Diafamma e i Litfiba e non ci è mai venuto in mente di provare a farlo anche noi. Era naturale pensare i testi in inglese, seppur in un inglese del genere.
I testi del disco 1 sono invece riscritti in maniera corretta ma comunque come li avrebbe pensati un 19enne dell’epoca.
Tutto il disco è continuo mescolarsi di tempi, passato e presente.
È un disco venuto fuori da un’apnea di 28 anni.

Si parla un sacco della scena ’80-’90, era davvero cosí diverso? L’impressione di quelli nati nella mia generazione è quella di esserci persi tutto. Siamo cresciuti ascoltando gruppi già sciolti e venerando cantanti già morti da un pezzo. Nei vostri vent’anni eravate consci di creare una scena e non subirla o rimpiangerla?
Giorgio: Sicuramente c’era davvero fermento in quegli anni, ma te ne rendi conto dopo. Mentre vivi il momento non ti poni il problema. Sei dentro la scena. Della diversità me ne rendevo conto vedendo la differenza tra Milano e la provincia.
Lavoravo in un negozio dischi e al sabato vedevo i ragazzi arrivare dalle montagne nel bergamasco.
E notavo che si vestivano magari come noi due anni prima. Lì è stata davvero la fortuna di vivere a Milano, di cogliere l’attimo.

Aspettiamo un nuovo disco ora?
Sergio: magari dopo la promozione di questo.
Ora siamo senza tastierista, che abita a Pescara. Per il disco abbiamo registrato tutto senza di lui poi Giorgio è andato giù e in un giorno ha completato tutti i pezzi.
Daniele (riprendendo l’argomento poco dopo): Noi abbiamo sempre fatto improvvisazione a luce spenta in sala prove e venivano fuori delle robe psichedeliche da paura. Il metodo di comporre era questo. Poi uno di noi chiedeva: aspetta cos’era quel motivetto che hai fatto a circa un quarto d’ora dall’inizio? Lo riascoltavamo e si iniziava una nuova canzone.

Arriviamo sotto casa mia.
Certo che se a settembre, al Carroponte, all’ultimo concerto degli After che ho visto con i 2 Giorgi, certo che se a settembre mi aveste giurato che un giorno il Ciccarelli mi avrebbe riaccompagnata a casa in macchina beh, vi avrei riso in faccia in maniera piuttosto plateale.

E invece here we are.

– Ma le domande sugli After sono fuori discussione? – gli chiedo.
– Mah, no, se hai da chiedere chiedi.
Ah, ops. Ma che davvero?
– Ma posso chiederti cos’è successo? Cioè, com’è che te ne sei andato così all’improvviso?
Giorgio si gira di scatto, mi guarda. Spegne la macchina.
– No scusa, ma guarda che non me ne sono andato io. Chiariamola subito questa cosa. Mi hanno cacciato, una storiaccia che ha pure fatto parecchio male.
– Come ti hanno cacciato?! Cioé, il boss ti ha cacciato?
– Ma non hai letto che anche su Facebook avevo scritto un po’ di post su questo fatto?
– Ehm… no, mi sa che me li sono persi – apertaparentesi: che figura dimmmerda. chiusaparentesi.
– In realtà è stata una doccia fredda anche per me questa estromissione, quando Manuel mi ha parlato ero incredulo. Noi avevamo già dalla nostra i due nuovi componenti, perché Giorgio Prette era appena andato via e Roberto Dellera doveva staccarsi per un po’ per la promozione del suo disco da solista. Invece, all’improvviso, hanno fatto fuori me. Sai, io non mi sono mai adattato alle dinamiche di amicizia dopo concerto, del prendere la birra insieme e uscire. Io semplicemente non sono così e, evidentemente, la cosa infastidiva.
– Sì, in effetti sei sempre un po’ passato per l’antidivo del gruppo… – (PS: lo dicevo con rispetto Giorgio, con stima. C’era bisogno di un antidivo negli After)
– Non è come hanno scritto sul comunicato stampa che i rapporti si fossero logorati, semplicemente è avvenuto tutto di colpo. Senza le discussioni dichiarate da Manuel.
– Ma quindi dici che non sarebbe proprio mai riconciliabile la situazione?
– No, credo proprio di no.
E che amarezza, cazzo, aggiungo io.
– Mi piacerebbe parlare meglio e approfondire questo discorso, ma ti lascio andare che sei di fretta.

Gli stringo la mano e scendo dall’auto.
Grazie, Giorgio.

Daniele parcheggia e prendiamo qualcosa da bere. Io, Daniele e Sergio nella pizzeria sotto casa.
Daniele inizia subito il controinterrogatorio.
Che musica mi piace. Cazzo, sono sempre in imbarazzo sulle classifiche personali.
Butto lì un sempre adatto CCCP, giusto perché mi fa brutto e un po’ fuoriluogo sparare subito gli After.
Iniziamo a parlare di musica, degli album preferiti e delle voragini di differenze tra la fruibilità della musica degli anni ’80 e Spotify e Youtube di oggi.
Sergio dice che allora qualunque album te lo dovevi sudare, ti dovevi guadagnare anche solo di scoprire un nuovo gruppo. Ora è tutto più semplice e sovraccarico di informazioni, saturato dal troppo.
Vero, ma senza Spotify io non vi avrei mai ascoltato, gli dico.

Sergio fa il grafico, gli chiedo della copertina. Volevano una foto contemporanea con un sapore di passato. La foto è stata scattata da una loro amica, era un’immagine nata per la moda ma rappresenta molto bene quell’apnea durata 28 anni.

Mi raccontano che ai tempi aveva mollato Sergio per primo, del calderone che era Milano negli anni ’80 e delle altre città della scena new wave, Firenze su tutte.
Ai tempi si andava ai concerti un po’ a casaccio per scoprire i gruppi, c’erano le fanzine.
Adesso ci sono i blogger – siete i nuovi fanzinari, dice Sergio.

Chiedo cosa gli piaccia ascoltare.
Con Daniele si parte subito a parlare dei Verdena ed è davvero piacevole dilungarsi.
A Sergio piace Edda. Edda su tutti. E come dargli torto.

Cazzo quanto mi piace andare a fondo alle cose.

Daniele mi offre il mio sfigatissimo caffé d’orzo – madonna, la discesa verso l’inferno straight edge è iniziata -, li ringrazio tantissimo e cristo che bello passare una serata così.

Torno a casa con un disco, il libro con i testi di Sergio e un libro, Sotto Anestesia, su una fanzine dell’epoca. Leggo il libro il giorno dopo e spalanca le pagine alle speranze.
Di un mondo in cui tutto poteva succedere a una velocità folle.
E io sono qui con le mie mille vite e le mie impressioni da bradipo, con quello che è la passione e quello che non osi neanche pensare possa diventare un lavoro. Con in mano quello che tocca fare per tirare a campà. Con in mano le illusioni spezzate di un underground lontanissimo a due passi da me. Cazzo torna, come torna sempre tutto. I nomi di chi ce l’ha fatta e una Milano che mi sembra sempre più tascabile.

Dopo un’oretta sono al letto, dò un’occhiata a Facebook e trovo un messaggio di Giorgio.

Mi manda il link di Rockol dove parla del fattaccio con gli After.
Mi intristisce davvero il trattamento riservatogli dopo un milione di anni e concerti e album insieme.
Che liquidare qualcuno non è mai facile, ma i modi, Agnelli, cazzo i modi!

Concludo dicendo l’unica cosa che mi sento di dover dire ai Colour Moves: G R A Z I E .
Per avermi accolta in sala prove con voi e per avermi fatto sentire come una di casa. Per avermi anche solo per una sera fatto credere che, beh, le cose succedono.
E che Milano puoi sentirtela vibrare nelle tasche e anche afferrarla, a volte.


Photos orrende fatte con l’aifono vecchio. Dai sì, la prossima volta mi organizzo meglio. La mia fotografa ufficiale mi è indispensabile, come potete vedere.

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