Grande raccordo animale, Andrea Appino

Stamattina ho ascoltato il nuovo di Appino. Ieri lo presentava alla Feltrinelli vicino casa ma non avevo nessuna voglia di andare, dovevo fare la piega.
Certo, se avessi scelto lui anziché la parrucchiera, avrei potuto chiedergli il perché di questa svolta Silvestri-Gazzé.
Che poi a me Silvestri-Gazzé piacciono pure, con parsimonia. Ma l’oscurità, oh, l’amarezza erano un’altra cosa.

Che già dal titolo qui mi si para davanti Guzzanti in versione Venditti, non posso farci nulla.

Scaccio l’immagine e guardo la copertina. Bianca, popolare di luce, nuvole non degne del #porncloud di Instagram e a giacche Hendrixiane immacolate.
Già qui non mi convinci, Appo, stavolta.

Succede questo senza Favero? Le influenze del bassista de Il Teatro degli Orrori si coglievano tutte ne Il testamento, ma non pensavo che Appino rimanesse da solo in balia delle correnti, senza una base elettrica cosí solida.

Il testamento era un album molto più oscuro, e ok, possiamo accettare l’umore migliori un pelino. Ma era cupo di una cupezza empatica verso la condizione dei pensanti e un po’ anche verso se stessi. Verso l’odiarsi e farci i conti. Verso un vivere tendente al Bukowskiano idealizzato e quotidianizzato, almeno a parole.

Ulisse e per me si va subito di Vento d’estate o giú di lì.
A no, qui è settembre che porta il vento.
Non è malaccio comunque, ma qui non scherzare Itaca non c’è.
Di smarrimenti, fughe, viaggi, distacco.
E Poseidone dagliela una mano in mare, sù, che questo sta in tempesta sia sulla terra ferma sia in mare.
Avevi Penelope a cui ritornare ma qui Itaca non c’è.
Lascio certo qualche cosa di incompiuto.

Andiamo di Rockstar.
Testi più consueti del solito, temi uguali a rotazione.
Aggiungiamoci il “so’ una rockstar e non so se la cosa mi piaccia.
Voglio snobbare anche questo che tanto sono nichilista e cinico.”
E tutte le attitudini nazional-popolari criticate come sempre, e svegliatevi emmò pure basta, dai, scopriamo altre sfumature, Appo dai, puoi fare di meglio! Cazzo.

Grande raccordo animale meglio, bella canzone.
Bella, nella media leggera ma curata di Silvestri-Gazzé.
Comunque almeno du’ paroline messe giù meglio, un poquito più ispirate.
Il tempo passa o passa la voglia ma soprattutto le circostanze e tutti quanti a camminare nel grande raccordo animale. E sembra proprio un girotondo sull’asfalto, con la testa che si muove a tempo e consapevolezza a renderci pesanti. Più Silvestri che Gazzé questa.
Comunque primo pezzo promosso davvero, Appo. Vai.

New York.
E che te lo dico a fà che se lui se fosse una città sarebbe il suo paesone della grottesca provincia e lei, oh, lei sarebbe New York.
Cazzo, proprio un NO questa. Lui che si trascura per lamentarsi e lo ammette pure.
Mi pare che ogni cosa esca da quella bocca sia parte di un personaggio ben scelto e non sudata, stavolta.
Tutta immagine? Non so Appino, a me sei sempre piaciuto ma questo album faccio fatica a sentirlo vivo e sincero.

La volpe e l’elefante. Silvestri-Gazzé again.
Caruccia però.
Bella melodia popolar-circense e sicuro orecchiabile.
Tipo favola di Fedro dei nostri giorni, peculiarità di animali antropomorfizzati nell’immaginario comune e tanto di morale finale.
Saggio è chi non perde la testa.
Furbo e veloce ma non durerà.

Linea guida generale è un no. NO.
No di piattezze una di fila all’altra, su musica un po’ degli Zen.
Ma senza i testi pungenti dei primi album, solo l’ombra di se stessi. Stesso effetto che mi fece Canzoni contro la natura.
Che comunque era meglio di questo, ça va sans dire.

L’isola di Utopia.
Silvestri ci perseguita, a quanto pare. Anche se più sciattino sta volta.
Non credo agli ultimi perché non credo agli angeli, non credo ai primi perché non credo ai diavoli.
Non credi a un cazzo. Beh, manco io, ma agghindamelo un po’ meglio questo bagliore filosofico.
E il destino lo facciamo noi.
Seh ok, d’accordo. Ma mi manca di mordente, Appo, manca cazzo!

Niente. Sta mancanza di ispirazione che aleggia e perseguita le tracce di quest’album.
Vedo qualcuno che le cose le ha già dette, ha funzionato e vuole riprovare.
Vedo un disco che sembra nato più per necessità del dover fare che per passione intensa e connaturata.

E si sente.

In ogni caso questo è quello che sento io. Datemi della povera cazzona, è solo un’opinione. Dammi della cazzona, Appino.
Magari a detta tua è il tuo best album ever.

Nabucco Donosar e altre rimine un po’ logore e ovvie, prevedibili e poco incisive.
Testo tendente all’onirico e musica che si trascina. Rispetto ad altre puó piacermi, comunque.

Ecco. Buon anno (il guastafeste) è proprio brutta e rimpiango Abdul e il solito paio di guanti.
No dai, vabbé, non l’avevo sentita bene. Solo noiosina.
Non è male, almeno ricca di spunti molto più personali e angosciati.
No, Appo, non è che devi star male per piacere, ma se ti trascini fuori dall’apatia si sente anche nelle canzoni eh. – Poi sicuro che non ho capito un cazzo io, eh –
È il ritornello che mi sta sul cazzo ma le strofe sui tormenti e sull’anno precedente che è stato una merda mi piacciono, dai.
E che non bisogna sempre migliorare. Vero, dai.
Ok.

Ecco Galassia. Galassia è un SI deciso.
Parole convincenti e musica pure. Vien voglia di impararla e cantarla, questa.
Per quelli che guardano dall’alto e per quelli che se ne fregano dei giudizi e continuano a sentirsi inetti e in errore ma con gli occhi ben spalancati sulla realtá.
Troppo vecchia per il venerdì sera e troppo giovane per la domenica mattina.
Nella periferia lontana come una galassia senza metropolitana e con la macchina guasta.
Mi piace. Seriously. SI deciso.
Cazzo, bella.

Ultima canzone, Tropico del Cancro.
Le tue vacanze anche no, Appo. Sù.
Le tue vacanze a parlare di comunismo con turisti cresciuti sotto il comunismo e mangiare aragosta. Guccini goffo e mal riuscito.
Che ci sta nella tua contraddizione del personaggio, nella contraddizione del vivere senza lo schiavismo di ideologia e essere comunque per storia e cultura di sinistra ma fare solo quello che ti salta in mente. Fottendosene di principi e dimostrazioni.
Ok, abbiamo pure la fisarmonichina cantautorale per chiudere. Madonna, ok il poco rock. Ma too much poco rock forse ora, eh.

E i soliti temi Appino. Senza aggiunte e retrospettive, affrontati con quel velo di superficialitá critica adolescenziale che ne Il Testamento non percepivo proprio.

Insomma non un brutto album ma con molti cambi stilistici musicali poco comprensibili e sicuro al di sotto delle aspettative. Almeno delle mie.
Un album leggero, ecco.
Troppo leggero.

Ma non t’offendere Appo, questo potrebbe essere un male solo per me.

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