La distanza, Baronciani – Colapesce

 

Ciao, principianti della distanza.
Sì, voi. Dico a voi.
Voi credete di sapere cosa sia la distanza?
No, non lo sapete.

Siete forse nati in un’isola? Avete passato la metà della vostra vita a sperare di andarvene da quel posto e l’altra metà della vostra vita a sperare di tornarci?
Dovete attraversare il mare per raggiungere qualunque parte del mondo che non vi faccia sentire anacronistici spettatori del presente?

Sù dai che non lo sapete cosa sia, la distanza.

Ma in questo libro è proprio della distanza, che si parla.
In questa graphic novel del sud.
In questa storia di persone di passaggio che con gli occhi della vacanza pensano di venire a dirci a noi – cazzo di presunzione – che sì, beh come si vive bene, in un’isola.

Si parla della distanza dal mondo, della distanza dall’amore, della distanza che tutto percorre.

Si parla di un triangolo vissuto un milione di volte in quelle estati, quando si aspettava che i turisti venissero a portarci una ventata di contemporaneità.
Che noi siamo sempre i musoni abitanti esotici, cresciuti nell’estraneità di ciò che in tutto il resto d’Italia è piuttosto raggiungibile.

Non veniteci a parlare di provincia, a noi isolani.
Provinciali principianti della distanza, siete.

La sicilianità di Colapesce combacia alla perfezione con la mia sardità.
E non sto parlando di concetti qui.
Sono attitudini, queste.
Attitudini innate, non idee indipendentiste mutate da una chiusa protezione.

La distanza.

Le pose dei corpi. Le telefonate lontane, di chi è partito e ce la sta facendo – in qualche modo.
Le strade popolari battute dal sole.
La nostalgia che ti fotte.
La ventata di aria fresca dei corpi nuovi.

E il tratto di Baronciani.
Come muove i corpi dei personaggi.
E la faccia di Nicola. E non dirmi che non hai disegnato Colapesce, disegnando Nicola.
Dai cazzo, Ale, è lui!
Sarò mica la prima a dirlo.

Ah, sì. Confermo che si capisce tutto.
Forse le parti in siculo, a volte le ho intuite e basta.
Ma ci sta, un po’ di pseudo-neorealismo.

Lo sviluppo casuale di una situazione ambigua e di un ragazzo conteso, mentre lui crede che la testa sia da un’altra parte.
Che la testa sia a Londra.
La situazione che scivola di mano, tra l’ingestibilità del prendere sempre quei cazzo di aerei low-cost e i gialli bruciati e gli azzurri intensi di una nuova estate vissuta nel caso.

E come me le ricordo – gosh – quelle estati vissute nel caso.
Che nel mezzo della noia più mortale – miannoiomortalmentenormalmente – arrivava qualcuno che wow.

Arrivava per un attimo sto vento del nord, a farti girare la testa e desiderare ardente e immediata la fuga.
Oppure arrivava una nuvola d’hashish, e un ragazzo che – cazzo – lui sì che era la mia rockstar.
O l’anno prima, arrivavano voci in spagnolo e lineamenti di indios.
E milioni di imperdibles.
E tutte le persone che non posso elencare.
E tutte le estati di educazioni sentimentali.

Venite ancora a dirmi cos’è la distanza.

Venite a dirmelo, che conoscete a memoria il fango del limbo nell’estate prima di partire.
Nell’estate prima di sradicarvi.
Sarete mica così tanti, a conoscerlo, questo limbo.

Venite a parlarmi di distanza, dell’orribile distanza dal mondo e dello sgomento di scoprire che sì – porcocazzo, odiavi quello sputo di paesello-città quando eri lì e ora ti manca.

Ops.
Divago, su questo tema.
Divago troppo.

Ma Colapesce può venire a parlarmene, di quella distanza.
E un po’ di riflesso anche Baronciani può – ti perdoniamo, anche se non sei isolano -, soprattutto se porti i pennelli.

Nelle pagine ci tuffiamo prima in un negozio di dischi, poi in un tour alla scoperta di cascate incontaminate.
Ascoltiamo il cinismo di Nicola – oh cazzo, come mi ricorda il cinismo di un isolano che conosco moltomolto bene – ed è il cinismo un po’ stanco di cui ci si innamora.
E la lotta silenziosa di una bionda e di una mora, il troppo mangiare e il troppo bere e l’intrusione in un letto al buio tiepido delle notti estive.
Un litigio tra amiche e una fuga veloce.
E gli incazzi e le scuse nelle chiamate internazionali, e la critica all’essere sempre in prima linea esterofili.
Che è sempre tutto meglio, quello che viene dall’estero.

E un festival che no, non ce lo stiamo godendo.
E gli incontri cercati da una parte e casuali dall’altra.
E la scelta.

La scelta sempre lacerante del partire o del restare.
Del fuggire o guardare negli occhi quello che realmente si ha.

La scelta della distanza.
Che qualunque azione si compia, correre o sedersi, qualunque azione si compia, la distanza sarà il leitmotif della nostra esistenza.

Di amori stracciati a colpi di tratte aeree inflazionate, di possibilità perse, di spettatori della vita, di attori della vita, di decisioni avventate o ponderate per troppi anni, di provincia della provincia, di cattolicesimo e Maria in TV, di ritorni per pochi giorni e di fughe reiterate.

Di malinconia e rimpianti, di esistenze scalfite e sradicate dall’isola.
Di esistenze ancorate all’isola.

Di distanza.
Sempre e solo di distanza.

Dentro o fuori.

La distanza.


La distanzaBaronciani + Colapesce
Bao Publishing

Siccome sono fortunella, io ho l’edizione variant version pure con dedica. Ci tenevo a dirvelo.

 

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