Hai paura del buio?, Afterhours

È osceno, il mio amore per quest’album.
Come quando ho scoperto che esisteva Televisione e cazzo – voglio di più.
Voglio tutte le parole inedite di quegli anni, voglio tutte le canzoni mal riuscite e voglio tutte le melodie escluse dalle registrazioni ufficiali.
Dimmi che c’è di più. Dimmelo.
Dimmi che si può tornare indietro nel tempo.
Dimmelo.
Tutte le relazioni e gli errori, ogni parola soffocata nei respiri. Ogni trip mentale ucciso dal risveglio.
Dimmi che c’è di più.

Il turbamento, di quando ho capito quei testi.
Quando dall’ascolto nell’autoradio di una macchina rumorosa rovente d’estate sono passata all’ascolto solitario in cuffia.
Il disorientamento, nel sentire quelle parole. E incredula, tornare indietro per riniziare la canzone da capo.
E niente, ancora neanche una lettera fuori posto.

Il ronzio elettrico come in ogni intro degli After.
Hai paura del buio?
Accordi secchi e tesi – diceva qualcuno.

Le prime due paroline di 1.9.9.6.
Mentre ho perso la mia musa.
Che se penso di non avere più occasione facile di vedere un suo concerto io, io – Ah!

La sicurezza ha un ventre tenero, ma è un demonio steso fra di noi.
Madonna santa, ma pure che non mi ci fai pensare eh. Male di miele è il classico che non passa. Aggressiva quanto basta, inesorabile quanto basta.
Senza recupero o correzione delle azioni. La grandezza della mia morale è proporzionale al mio successo.
Hai la pressione bassa nell’anima.
Le scelte indiscuttibili. E io che non volevo pensarci.

Rapace.
Ora attirami a te per andare in un mattino sovrannaturale, tra cavalieri sieropositivi.
Niente, indietro di 15 anni. Tra le sue braccia da eroinomane e in tutte quelle albe marce e malate.
L’alba dei rifiuti umani e degli operai addormentati.
Con il sole che si alza veloce sulla spiaggia e noi che non dormiamo un sonno profondo da settimane.
E nuovo piacere che si avvolge a tutto quello che credi.
Anche a quello che non avrevi previsto.
E invece sei lí con lui, le palpebre pesanti – piena di lividi cicatrizzati del vento. Diventare uno scarto.
Gli sguardi di chi ti conosceva. Sono vuoti lo sai. Gli anfibi pieni di sabbia e le ossa umide. Il costante lamento delle onde. Le tue vene. Tutti i mattini sovrannaturali che never torneranno. Quegli occhi.
E il tema del predatore, che torna ciclico nelle canzoni degli After. Il gioco perverso per cui, con cadenza bipolare, sei prima il sadico e poi il masochista. Sadico e masochista. Con le endorfine che tengono le redini del tuo cervello e un po’ ti drogano, un po’ ti spengono. E ti senti potente. E poi ti senti un bambino.
A mutilare la pace.
Silenzio.
Chitarra. Band.

La prima volta che ho capito Elymania ho spalancato la bocca – e anche un po’ le gambe.
L’errore piú geniale e giocattoli vibranti che colano miele che sa di te.
Mannaggia. Mannaggia, cazzo.
Hai la rivoluzione in te. Come – come diamine si fa a cantare parole simili senza conseguenze.
Gioia sperimentale lei, le tue mani sopra di me. È che dopo lo vuoi anche tu, il tuo errore piú geniale. E ti dici che non stai vivendo abbastanza, che una musa con la voce un po’ strana ti spalanca gli occhi ma tu vuoi non vedere. E non stai vivendo abbastanza ma non vuoi vedere. L’errore più geniale.

Pelle.
Ed è allora che anche lui si ferma.
Dentro una visione onirica e forse sei un congegno che si spegne da sé.
E quelle fantasie lucide e tangibili. È facile sai, averti.
Negare la realtà e cercare quello che ormai è andato. Soltanto per capire chi sei. Forse sei un congegno che si spegne da sé.
Questa canzone mi fa un po’ l’effetto di Nuotando nell’aria. Passatemelo, questo paragone infelice sia per i Marlene che per gli After.
Ti entravo in fondo dentro lo sai. Ma la fine si riempie improvvisa di rimpianto. Precipiti e altro non ti rimane se non stare dimmmerda.
Che prima non volevi la stabilità e ci dai un taglio, e mò – mò cazzo – manchi.
Oh, quanto insegnano le canzoni eh.
Che tanto lui ci è già passato e ti puoi fidare del suo giudizio. Che forse è meglio non fare scelte, ma non fare neanche discorsi troppo impulsivi. Che tanto l’unica condizione che ti si addice è il masochismo dell’insoddisfazione. Dell’essere qui e del voler essere lí. Del decidere di non agire ma morire con le fantasie a mille. Un calcio ai polmoni che ti taglia il respiro. Oppure agire e pentirsene un momento dopo. Che cazzo, son sempre la solita avventata. Che cazzo, ma a cosa stavo pensando. Che in fondo l’unica cosa che ci tiene in piedi sono la sofferenza e l’insofferenza. L’unica tua verità sono i desideri mal espressi, quelli mai realizzati.

Dea.
Stracciami, Barbara. Che ora mi hai davvero rotto il cazzo e voglio solo urlare.
Per nessuna vita mi spengo, ma ne risento comunque.
Ora però è il due minuti in cui ti sputo in faccia la vita.
Poi mi passa, eh. DeaDeaDea.

Senza finestra, boh.
Magari un giorno l’apprezzeró. Poi sono suscettibile io, e se dici grassa e brutta – sì, sì anche anima – mi sento sempre chiamata in causa. E mi girano anche un po’ i coglioni. Vabbuò.

E qui, qui si riparte di cut up con Simbiosi.
Le voci registate di conversazioni spiate, con tutti i casini che ho.
Mi sento un po’ peeping Tom. Il guardone dei discorsi però sta volta.
E chiedi calma e una vacanza di pietra, senza memoria concreta. Madonna. Madonna. Che ancora mi sento le dita – no dai sono troppo pudica per citarvela tutta. No, non lo sono – ma ormai non ve la cito. Macccazzo. Ma come si fa a iniziare cosí. Le note lente e rilassate, senza tragedie o rumore. Le note di chi con occhi socchiusi vuole spegnere la mente. In un torpore magnifico e irreale. E potresti rimanere cosí per sempre. Che niente si possa svegliare.

E subito stringimi madre – che ho molto peccato.
Ma la vita è un suicido e l’amore un rogo.
No vabbé. Uno dei capolavori inesorabili, sporchi e devastanti dell’album.
Passo le notti nero e cristallo, a sceglier le carte che giocherei. Come come si fa.
E le contraddizioni, e i cuori sporchi e le mani lavate. E la consapevolezza. E l’amarezza della consapevolezza. E una madre che ti consoli e rassicuri, ma ti sei spinto troppo in là e hai visto che non esiste scampo dalla realtà delle cose.
E mentre tutto decade, mentre i calcinacci di un’esistenza disgregata ti si impigliano tra i capelli, tu chiedi solo di non pensare. Lecito. Non pensare.
Questa è l’unica fugace fuga concessa.
Bacia il colpevole.

Terrorswing è sfogo strumentale, con l’incazzo che parte un po’ depresso e indolente e termina in chitarre convulse e regolari che riempiono l’aria e riportano la calma.
Ecco.

Forse non è proprio legale sai.
E qui, raccontava Agnelli una volta, pare non sia suo, il testo.
Ma a me basta sentirglielo cantare.
Che in tempi più leggeri la si cantava a squarcia gola, ma ora ne rimane solo la scossa più forte che ho.
E guarda come brillano, i miei lividi. Mmm. Null’altro mai.
Lasciami leccare più forte un po’.

Sei fratello nel controllo.
Strascicato noise in dormiveglia.
Confusione, dispersione e nessuna azione.
Sei fratello nel controllo.
Chiudere gli occhi e uccidersi di Punto G.
Un orgasmo che mi plachi ogni reazione.
Un sussurro nelle orecchie in attesa della detonazione.
In crescendo, come sempre accade nelle canzoni e nei punti G.
Il caldo dello spasmo muscolare.
Come eroina. Come eroina.
Numb – cantilenato mai visto.
Come eroina.

Veleno.
Di vendette, radiografie caratteriali e no, non rivoglio piú te. Ne sono convinto, in questo istante.
Elettrica e un po’ cattiva, di una cattiveria che solo la scelta puó donare.
Nuove vite e rabbia atomica. Voglio proprio capire i tuoi livelli d’amore.

E poi Edda. Edda.
Edda, come vorrei. Ti cullo mentre ti uccidi. Avrai una vita da cellula impazzita. La noia priva di sensi dei pericolosi capricci che si avverano.
Che il Come vorrei è sempre moltomolto meglio del come è in realtà.

Quando vuoi, caro.
Mondo di tasse.
La condizione di chi ambisce a un lavoro artistico e si trova a far fronte alla quotidianità annebbiata.
Poga e paga. Anche io la sognavo diversa, l’anima mia.
Un ritmo che sa di alienazione 5 giorni su 7. Le facce da ufficio.
La fuga delle notti. Poga e paga.

E continua, la quiete senza scampo con la valigetta ben legata alla realtà.
Per tutte le volte che mi son sentita Musicista contabile.
Per ogni sogno di liberazione e di rivolta, riversato e rigettato dalle tue 8 ore a una scrivania.
Ho il male di vivere o è il troppo caffé?
Ben legato alla realtà. Che altro non si puó fare.
Che amarezza.

E una versione 30enne di te che sui giovani d’oggi ci scatarra su.
Ehi, baby, ma io gli adolescenti li detestavo anche quando adolescente lo ero.
E grazie al cielo mi sono scampata gli adolescenti di Milano.
Sì, quelli col papi e i dread. Cristo.
Almeno noi pezzenti lo si era fino al midollo. L’alternativo è il tuo papi. Ma che poi neanche lui, cazzo.
Sui giovani d’oggi ci scatarro su.

E Mi trovo nuovo.
Canzone nascosta da un album lunghissimo, la pace del chiudere e la cazzo di sorpresa del gioco che si gioca in tre.
Mentre protesto io vengo, oddhio.
Ma oddhio lo dico io, porcaccia.
Io non voglio te, io voglio essere te.
Che botta, che botta – la tentazione e la scoperta.
E quella versione in coppia con Rachele dei Baustelle, quella versione da aggredirvi sul palco.
Mi trovo nuovo.

Mi spieghi perché devi dare sempre cosí tanto di te?
Volevo saperne di meno, io.

Che cazzo mi svegli a fare?

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