Intervista a Karim Qqru, batterista degli Zen Circus

Io pensavo fosse tipo indiano/pakistano, il batterista degli Zen. Guarda che nome complesso ha. Karim Qqru. Questo fino a quando non ho visto la sua pagina FB, con la bandiera dei quattro mori in copertina e ho iniziato a unire i puntini. Leggi Qqru ad alta voce, gazzu… Ah, ecco. Altri sardi nel mondo. Animo rock un po’ malato, capelli lunghi raccolti in una coda, occhi neri che penetrano lo stomaco, scritte sul corpo mai finite. In questa intervista Karim, ci racconta dei suoi progetti, degli Zen Circus, di Dirt e dei suoi tatuaggi. Dopo avergli proposto l’intervista ho realizzato che mi sarebbe in realtà piaciuto farla magari mentre lo tatuavo, raccontando così un’esperienza diversa. Ma la logistica della cosa sarebbe diventata un po’ complessa, in effetti. Da qui il nostro scambio di parole via mail.

Tu sei originario di Alghero, giusto? Come hai conosciuto gli Zen?
Mio padre è di Pozzomaggiore e mia mamma di Pattada, ma da piccola si spostò ad Alghero. I miei genitori si trasferirono a Pisa per lavorare, di conseguenza io ho fatto tutte le scuole in Toscana, ma sono sempre tornato per qualche mese ogni anno. Conobbi gli Zen a Pisa nel 1996\1997; ai tempi Ufo non c’era, Appino non cantava e suonavano un bel noise rock.

Vivi fuori dalla Sardegna da tanto? Cosa ti manca di più?
Nonostante la parlata toscana mi sono sempre sentito sardo al 100%; è la mia terra. Come per molti sardi il legame è quasi ancestrale, un sentimento difficile da spiegare a parole. Torno ogni 2\3 mesi; passati i 100 giorni di assenza dall’isola incomincio a star male. Quando sono in continente mi manca l’aria, la terra, il mare e quella peculiare sensazione di benessere che ho solo ed esclusivamente in Sardegna… una regione oggettivamente non scevra da problematiche sociali, politiche ed economiche, ma comunque incredibilmente unica e fantastica. Anche la Toscana mi ha dato tanto: vivo a Forlì da 4 anni e non mi manca Pisa, ma quella regione mi ha contagiato con una visione della vita particolare: il condire la propria esistenza con un umorismo cinico, violento e spietato, basato sul dover scherzare costantemente su tutto per allontanare via i timori e le paure, soprattutto quella della morte.

Avevo visto a Milano la presentazione di Canzoni contro la natura e la tua batteria di materiali riciclati. Hai iniziato così a suonare?
No, ho iniziato a suonare a 14 anni, prendendo in mano la chitarra,  il basso ed il microfono. Prima di “scontrarmi” con la batteria (entrando a 19 anni negli Elbarombriago, un quintetto strumentale a cavallo tra metal, prog, surf ed hardcore) registrai qualche album insieme ad L.W.E. e Lillayell (con i primi facevamo sludge metal, con i secondi un mix tra noise, post rock e punk); nel 2003, a 21 anni, entrai negli Zen. La passione per le percussioni atipiche la sviluppai poco tempo dopo, ma, ovviamente, il tutto va contestualizzato. Per gli showcase acustici la vena busker è ottima, ma adoperare unicamente un set di quel tipo su un palco vero dotato di un impianto serio può diventare una soluzione controproducente.

Nell’album de La notte dei lunghi coltelli c’è una canzone in sardo – D’isco deo – che mi piaceva moltissimo come atmosfera anche se facevo fatica a capirla. Hai altri progetti in mente con loro?
D’isco deo la scrissi insieme al bravissimo Diego Pani dei King Howl Quartet. In questo periodo sto facendo produzioni artistiche per altri gruppi (un lavoro che amo molto) e tra qualche mese rientreremo in studio con gli Zen per realizzare il disco nuovo. Detto questo l’album registrerò l’album de La notte dei lunghi coltelli tra settembre ed ottobre, ed il tour sarà (come quello passato) molto breve, al massimo una quindicina di date. Le tournèe con gli Zen sono bellissime ma anche molto lunghe; di conseguenza quando ci prendiamo una pausa tutti gli impegni lasciati in sospeso si concentrano e diventa arduo trovare tempo libero, ma ho la fortuna di vivere di musica, quindi devo pensare solo a quello.

Forse tra tutti i tuoi lavori e progetti diversi, quello che amo maggiormente è Dirt. Mi piace davvero lo spirito che ci mettete nel seguirlo, le canzoni e le recensioni che proponete. E anche la scioltezza con cui parlate del porno. Siete solo in due a gestire il blog?
Dirt nacque nel 2011 come rubrica su Rockall: Paolo Arzilli mi chiese di collaborare con un articolo una tantum. Un anno dopo decidemmo di creare uno spazio indipendente e lanciammo le pagine Tumblr e Facebook. Qualche mese fa, con la crescita esponenziale del pubblico abbiamo sentito il bisogno di aprire un sito vero e proprio, perché la dimensione “social” era, da una lato, molto limitante. Con gli anni DIRT é diventato un impegno grosso e giornaliero, ma colmo di soddisfazioni. La pagina Facebook è arrivata a 10000 fan ed il sito ha decine di migliaia di accessi al mese;  il pubblico si è (fortunatamente) affezionato molto e per noi (per quanto questo possa sembrare banale) è una valvola di sfogo enorme e terapeutica. Non facciamo recensioni negative perché a livello di articoli su musica, cinema, letteratura ed arti visive, pubblichiamo esclusivamente contenuti che amiamo… ci sono già molti ottimi siti di critica musicale, noi preferiamo concentrarci maggiormente sul passato, senza però tralasciare le uscite contemporanee. Guarda… non le chiamerei nemmeno recensioni. Ho sempre giudicato assurda la vergogna sociale legata alla pornografia. Il porno è una parte integrante della società odierna, e se trovi la chiave giusta nel presentare il tutto, può diventare un argomento avvicinabile ad arte, attualità e Storia. Il senso di Dirt è spalancare una finestra su tutto quello che può passare nella mente umana in 24 ore, scansando l’ autocensura e toccando più argomenti possibile, dai pompini all’Italicum (“scivoloni” compresi). Con l’apertura di www.dirtmagazinexxx.com a marzo abbiamo stretto una collaborazione con dei giornalisti veri, il sito cresce in modo esponenziale e da soli non ce la facciamo più, anche se tutte le decisioni sono nostre, come il 60% degli articoli.

Come mai vi è venuta l’idea di questo blog?
Come dicevo prima è una valvola di sfogo, ma anche un modo per tenere la mente accesa e scoprire, riscoprire ed approfondire dischi, libri, film, fumetti, opere d’arte ed eventi storici (per noi) appassionanti.

La rubrica scheletri mi fa morire, ma quali sono state le tue prime influenze musicali post-scheletri? Quali i gruppi che ti hanno spinto verso un ascolto “consapevole”?
Beh, a 14\15 anni scoprii Nirvana, Sonic Youth, Ramones, Pantera e Melvins. Da quel momento sviluppai un’ossessione per la musica, anche se al tempo, senza internet, era difficile riuscire a soddisfare (economicamente) tutti gli appetiti musicali. Fino a 20 anni putroppo ero molto settario e stupido; nutrivo un odio cieco verso alcuni generi musicali, un atteggiamento ignorante che, fortunatamente, riuscii a mitigare pochi anni dopo… la scoperta del Jazz fu fondamentale nell’alleviare questa sciocca chiusura mentale.

Ti è piaciuto il nuovo album di Appino?
Si, bei suoni e bellissima produzione sulle voci.

Dopo anni a suonare insieme con gli Zen è ancora facile comporre e inventarsi qualcosa di nuovo?
Sviluppare un suono personale non è stato semplice, e vedo Nello Scarpellini come l’inizio di una vera consapevolezza stilistica. Fino a Doctor Seduction le (ovvie e sacrosante) influenze erano davvero palesi, troppo. Alla fine della fiera non si inventa mai nulla di nuovo, ma il modo nel quale una band riesce a metabolizzare i propri ascolti dando un’impronta propria è basilare. “Canzoni contro la natura” è il mio album preferito insieme a “Nello Scarpellini” e “Villa Inferno”, mentre “Nati per subire”, nonostante il grande amore iniziale, è forse (a giudizio personale) l’album meno ispirato a livello di composizione e produzione, nonostante la presenza di arrangiamenti a tratti molto interessanti. La produzione artistica di CCLN mi piace molto per la sua immediatezza, è un album diretto, scarno e ruvido, nel quale abbiamo provato a ricreare il suono live: pochissime sovraincisioni, microfonazione tirata al’osso e take buone alla prima. Spesso all’ottavo album sei obbligato, in sede live, a proporre solo pezzi vecchi per non deludere le aspettative del pubblico; con questo disco non è successo e brani come “Viva”, “Postumia”, “Canzone contro la natura” e “Vai vai vai” sono diventati “cavalli di battaglia” al pari dei pezzi vecchi. La pausa dopo “Nati per subire” è stata fondamentale per riposarsi; quando ci siamo rivisti in sala prove per comporre CCLN avevamo addosso una voglia di suonare (che non ci manca mai) decuplicata. D’altronde è normale dopo un tour di 100 date sentire la necessità di riprendere fiato, aiuta moltissimo a schiarirsi le idee e a mettersi “di buzzo buono” per la realizzazione del nuovo album. Per questo motivo, anche a questo giro, dopo un anno densissimo di tour,  abbiamo deciso di fermarci per un anno e mezzo. In questo modo abbiamo il tempo per dedicarci a progetti paralleli (una vera e propria mano santa per l’ispirazione della band) e costruire il seguito di CCLN con calma. La stragrande maggioranza delle band dopo tanti anni di carriera sviluppa un rapporto strano con il pubblico. Arrivati ad un certo punto puoi anche tirare fuori un capolavoro, ma chi ti segue rimarrà comunque più legato ai primi lavori: se fai un disco sperimentale deludi chi è affezionato al tuo stile classico, se tiri fuori un lavoro che segue le orme dei precedenti fai storcere la bocca perché non rivoluzioni le sonorità e la composizione. Che dire… è normale, e da ascoltatore anche io ho fatto una marea di volte questo ragionamento. A giudizio personale credo che l’attitudine migliore sia non programmare mai nulla, bensì suonare e comporre con estrema naturalezza. Quando inizi a costruire un disco a tavolino, spesso l’album di merda è dietro l’angolo. Con gli Zen non siamo mai stati così contenti ed uniti e portiamo avanti questa visione in modo dogmatico.

Spio sempre i tuoi tatuaggi per mia deformazione professionale: ma in uno c’è davvero scritto Fiat? Ti va di raccontarmi qualche aneddoto su quando e perché li hai fatti?
Ahahahaha FIAT? Per carità no! 🙂 Ho scritto No Fun (pezzo degli Stooges), solo che il Fun deve essere riempito da quasi 10 anni, quindi spesso non è comprensibilissimo. Ho sempre dato ai tatuaggi un’importanza sacra (amo solo il lettering, gli altri stili proprio non riesco a digerirli, ma è un’opinione personale). Quando vivo un’esperienza negativa mi tatuo sulla pelle una canzone che per il suo testo o per l’importanza ricoperta nella mia vita, diventa incredibilmente simbolica. In questo modo il corpo si trasforma in una mappa , un modo per esorcizzare i momenti drammatici, dargli un posto e metterli in stand by.

Ultima canzone ascoltata in questo periodo?
Quest’anno ho perso la testa per Rachmaninov. La musica classica ha sempre fatto parte dei miei ascolti fin da bambino; mio padre in macchina aveva una decina di cassette, e la metà erano di musica classica. Quindi, volente o nolente, l’imprinting rimane. Ultimamente sto riascoltando molto Skip James, Sister Rosetta Tharpe, Ivan Graziani, i Converge, “Jazz from hell” di Zappa, Aphex Twin, i Kraftwerk, “Desertshore” di Nico, i Popol Vuh, i Love, Jay Reatard, Philip Glass ed Albert Ayler.

Fammi qualche nome di gruppi italiani da scoprire secondo te validi. A me ultimamente è piaciuto moltissimo il lavoro di Iosonouncane. L’hai sentito?
Iosonouncane lo adoro, credo rappresenti, musicalmente, uno dei momenti più alti della musica italiana del nuovo millennio. Abbiamo una bella scena sludge e doom in Italia e molti altri musicisti validi come i Mamuthones, Teho Teardo, i Sacri Cuori,  Giovanni Truppi, Alessandro Fiori, Appaloosa e Bologna Violenta (e non solo).


Foto rubata senza permesso dall’immagine del profilo di Qqru, non avevo foto decenti dei concerti. Copyright © Ilaria Magliocchetti Lombi.

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