Rock Motel

Quando partecipi a un crowdfounding, impegni dei soldini in qualcosa che vorresti davvero vedesse la luce ma non hai certezza che questo accadrà.
E nel momento in cui ti impegni all’acquisto, già non vedi l’ora che sia il momento decisivo.
E sai che dovrai aspettare, che dopo aver raccolto i fondi il libro che sostieni va anche stampato, rilegato e spedito – ma tu non vedi l’ora.
Così è accaduto per Rock Motel, art book realizzato da Squame con la direzione artistica di Francesca Protopapa.
Il libro conta al suo interno 67 illustratori diversi, ognuno dei quali immagina una rock star all’interno di una stanza del Rock Motel.
Gli artisti hanno stili molto differenti tra loro, così come i rocker proposti: l’unico imperativo del libro è essere rock, navigando nei decenni della musica e nei vari sub-generi.


La prima a far la sua comparsa nel libro è una Janis Joplin con tanto di occhiali rotondi, fiori in mezzo ai capelli e bottiglie vuote sparse in giro per la stanza.
La sigaretta in una mano e un sorriso un po’ plastico sul viso.
Le palme, dentro e fuori dalla finestra. I momenti di vuoto e la decadenza. Summertime, time, time, Child, the living’s easy, canticchia lei.
Qualche stanza più avanti troviamo Jeff Buckley, nella penombra di un giorno che muore, avvolto nella sua solita nuvola di malinconia.
Fuori le insegne di una città che urla Grace e la lascia intravedere dalle veneziane. Wait in the fire.
Ale Giorgini ci risveglia con il suo Elvis pieno di spigoli, colori pop, pois, righe e collane hawaiiane. Me lo immagino – con quel labbro un po’ arricciato – che canta but I can’t help falling in love with you.
E cazzo, arriva il Syd di Manuele Fior. Syd Barrett nella sua stanza di The Madcap Laughs, con il volto fuorifuoco come pensieri poco lucidi, i corpi nudi sullo sfondo.
I capelli sugli occhi, questo Syd mai cresciuto e invecchiato comunque. The lunatic is in my head.
E subito Bowie, che qui non si fa in tempo a prendere fiato che è tutto un susseguirsi di mostri sacri – quelli con cui sei cresciuta.
David Bowie, con un gattastro sottobraccio, la sigaretta immobile nell’aria, quegli occhi sbagliati e magnetici a guardare l’universo dalla finestra. We know Major Tom’s a junkie. E tutte le sue ere che gli gravitano intorno. Che ci sarà pure una galassia, lì fuori. Ma lui è il pianeta.
Uno sporco, sporchissimo, dissacrante quanto è giusto che sia – Marilyn Manson.
Dabbie Harry e la sua pelle, specchi e copriletti zebrati. E la foto incorniciata di lei e Andy Warhol.
Ancora qualche stanza e troviamo la stracciatissima Courtney Love di Cristina Portolano. Le sue tette sempre di fuori, che non manchi una sigaretta, l’aura un po’ da Barbie junkie. Vestiti e pillole e diari e segni sulla pelle e chitarra e altra paccottiglia. Il casino di una persona chiassosa. When i wake up in my makeup.
Avanti, avanti, avanti – The Beatles. Ringo, Paul e George che vegliano il ritratto di John. Bevono un tè, la stanza si allaga, una civetta che porta cattive notizie entra dalla finestra e il fuoco divampa. George ci guarda preoccupato, Paul sembra ci giudichi. La radio canta. I read the news today oh boy, about a lucky man who made the grade.
Ancora UK e i fratelli Gallagher che si sono appena pestati. Occhi lividi e sangue dalla bocca.
Un allucinato Iggy Pop si accende la sigaretta con una bomba. Poggiate sullo schienale della poltrona mezzo rotta, un paio di mutande per lui che cantava I wanna be your dog. Altro che No fun, qui Iggy. Much fun.
E poi c’è lui. Il mio amato Lou Reed. Con la chitarra in braccio, i ricordi delle banane di Wahrol e la vecchaia che incombe. Il fumo che sale, gli occhi dolci e tristi e le sue parole nell’aria. And I said, oh, oh, oh, oh, oh, oh – what a feeling. Ci manchi, Lou.
I Metallica e un sorridente James Hetfield, birre, la chitarra riconoscibile, Lars Ulrich di fianco. Che se non li ho imparati a memoria io, ‘sti cazzo di Metallica – a furia di sentire parlare. Che poi a me manco piacciono particolarmente.
E un Nick Cave ad acquerello con i suoi anelli, la stanza rossa, gli occhi – maledizione – che occhi. Il faccino giovane e i capelli scompigliati. L’ombra della stanza sulla sua pelle. E un quadretto di una madonna come nelle foto dell’epoca. Che lui aveva la stanza – l’appartamento minuscolo stippato di roba: teste di bambole, foglifoglifogli, ciocche di capelli. Ho visto da poco 20,000 Days on Earth. E mi ascolto Darling, you’re the punishment for all my former sins, I let love in.
Beastie Boys, Damon Albarn e Johnny Cash.
Johnny Cash allo specchio, gli spartiti on fire. Lo sguardo come quando ha fatto la cover di Hurt.
Freddy Mercury e le sue tutine appese lì, il glam e il baffo. Divani barocchi e scarpine sportive e un fulmine sulla pancia.
Keith Richards – donne sigarette pilloline sul pavimento bottigliebottigliebottiglie la moto la maglietta della groupie un disco il pouf zebrato.
I Ramones svaccati nella stanza che no – ancora non vogliono crescere. E manco io. I don’t want to grow up.
Jack White in tutto il rosso di Seven Nation Army e in tutto il rosso dei suoi occhietti sotto il cappello.
Frank Zappa nella natura esoterica in un deserto che sa di peyote.
La pioggia di barba di ZZ Top e i suoi occhiali scuri. ZZ Top un po’ al neon, in una notte stellata di insegne e cactus.
Jimi Hendrix e la chitarra che sputa fuochino, molto tenera anche nell’incendio. So sixties, le sue giacche e il suo letto.
Robert Smith sul depressino andante, che ci da le spalle – you know, Boys don’t cry – almeno non quando si canta Lullaby.
Marc Bolan.
Jim Morrison e non capisco perché non ci sia una vasca, in quella stanza dentro la sua faccia. In compenso lui è bello pasticciato, come sulla sua tomba. Che poi – cazzo ti vai lì a pasticciargli la tomba. Ma lui lo sapeva, Peolple are strange.
Stanze, stanze.
Ian Curtis seduto in un angolo, sul letto una lettera con il testo di Love will tear us apart e lui con la faccia esatta da when routine bites hard and ambitions are low.
Adorabile Eddie Vedder, pieno di animali punkettini e carcasse.
Thom Yorke, riconoscibilissimo dal dettaglio dell’occhietto spento e della maglietta un po’ pigiamino.
Alice Cooper fighissimo urla rock anche dallo stile del disegno, col corpo da ragno e gli occhi vuoti e gialli. Un letto e una ghigliottina come spagliera.
Evanescente eterea – la Patty Smith di Elisa Talentino, il vestito mosso dal vento e da uno stormo di uccelli neri.
Lemmy distruttissimo, PJ Harvey tutta occhi con un ritratto di Nick Cave alla parete, Kurt Cobain spiritato occhiali e sigarette everywhere, Slash che non mi è mai piaciuto, Ozzy linguacce che mi fa un po’ Professor Bad Trip.
I Led Zeppelin, Jimmy Page meraviglioso come sempre, Robert Plant androgino e bello come una donna – come sempre. Hear my song. People won’t you listen now? Sing along. You don’t know what you’re missing now.
Chiudo il libro e segnalo due grandi assenti – a mio modesto parere: Morrissey e Trent Reznor. Anzi tre: Gene Simmons.
Francesca Protopapa (aka il Pistrice) – coordinatrice del progetto – aveva già realizzato un libro che mi era piaciuto moltissimo sempre con questa formula: 64 Kamasutra. 64 posizioni, 64 illustratori.
Signori,  a sto punto io ve li consiglio vivamente entrambi.
Potete trovarli qui.

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