Non è per sempre, Afterhours

Gli After e l’album di Milano.

Quello in cui Milano non è la verità.
L’album delle strade che conosco e delle sensazioni negate. L’album del dopo. Di quando le cose erano novità esaltanti, del momento ormai finito.
L’album di quando si entra nella routine e si cerca un modo per uscirne. L’album un po’ addormentato di considerazioni più adulte e piú amare.
L’album di questa Milano che delude e ci mostra la sua faccia piú finta ma cazzo – noi la amiamo comunque. Con gli obblighi e le contraddizioni. Anche se fa un po’ male.
Milano circonvalla esterna.
Alle 4 e mezza di mattino a vagare per viali e controviali. Odiando il dj qualunquista della radio, ovviamente.
E non sentirmi libero di non essere felice.
Di non accontentarmi della mediocrità che mi propini.
Tra batterie elettriche campionate e tastiere sospese.
Non sono meno vivo.
Inesorabile Non è per sempre.
La spinta al riscatto – e cazzo reagisci.
Questa nazione brutta ti fa sentire asciutta senza volontà.
Resti uguale ma puoi cambiare. Non c’è niente che sia per sempre.
Puoi finger bene ma so che hai fame.
E non è certo il tempo quello che ti invecchia e ti fa morire.
La paura di cambiare, il rifiuto di cambiare.
Che si sa mai che anche col cambiamento poi ti senti uguale e ci rimani dimmmerda.
Tu fischietti a dimostrare che un po’ di spensieratezza proprio male non fa.
E continui a ricordare che niente, niente è per sempre. Reagisci. Tirati fuori.
E poi la milza nel cervello. Elettrica e sporca, come la vita facile ma finta – che non è bello.
È così che è essere sani?
E i sogni trasformati nella professione adatta,  e voglio la verità che ricordavo perché questa è troppo brutta.
Che vuoi qualcosa che ti rimetta in vita, non questa finzione spenta da contratti e contabili.
Vuoi la verità che ricordavi. Io voglio conoscerla, la verità che ricordavi.
Comunque non si puó ascoltare questa canzone senza lasciarsi appannare gli occhi all’immagine di Agnelli sul palco e no maglietta che fa roteare il cavo del microfono. Che sembra strozzarsi col cavo del microfono. Gioca col suo cappio, della verità passata e di una realtà che non splende come pensava.
Verità che ricordavo Verità che ricordavo Verità che ricordavo.
Oppio.
Che sa di sonno e giorno che crolla al rallentatore.
Oppio e realtà offuscate, tempi dilatati e ridi perché l’aria si esaurirà. E non sai se mi pulirai o mi uccierai. Ma sí, che mi uccidi.
Questa calma sottovoce, che sa di notte tiepida e liscia. Ma presto l’aria si esaurirà. Stiamo immobili nell’attesa e immergiamoci in questo fluido e denso momento di pace. Il vuoto crea stabilità.
Non si esce vivi dagli anni ’80. E te lo dico per esperienza, baby.
Siamo tutti rimasti sconvolti da quel decennio di possibilità televisive e artefatte.
Che la scorza ce la siamo fatta allora e lo sai che non si esce vivi dagli anni ’80.
E il baraccone di pagliacci e pelle finta, il teatrino delle comparse e i quarti d’ora di fama. Ma in ogni caso star fuori dal giro è una prigione.
Ho valutato i pro e i contro di una vita rampante, scoprendo che l’amore passa – l’herpes è per sempre.
Guarda, Manuel – ci siamo rimasti incastrati tutti, negli anni ’80. Anche chi come me ci è nato e non riesce a crescere. Anche te che te li sei goduti e li hai aspramente criticati.
Segnati dalla finzione, non ci siamo mai piú ripresi. Che le possibilità son state bruciate in fretta e ci siamo trovati tra le mani la polvere e la muffa dei duemila. Non se ne esce, dagli anni ’80. Punto.
Violinetto stridente.
Baby fiducia. Canzoncina abbastanza brutta, non mi è mai piaciuta.
Ma per esser buono e finto come voi la canto ma non ho intenzione di uccidere tutti i miei eroi. Manco per il cazzo. Non hai mai fatto nananana.
E rivoluzioni che non fanno male in modo che non cambi nulla. Essere innocui insomma che sennò è volgare. E non vuoi esser solo, e vuoi di piú ma il fuoco brucia – e la tua vergine baby fiducia è mediocre come gli altri. Non mi pensavo sai cosí sensibile.
Sai che la fortuna è una religione. E inizia Tutto fa un po’ male. Che devi accettare anche le cose sconvenienti. E imparare a vivere in quella che ti sembra colpa.
Che non c’è modo di rinascere senza peccare.
E tu non sai come reagire, se andare a fondo o mollare il colpo. Quello che sognavi ti fa ridere da quando sai che non lo puoi piú avere. Tradirsi con rispetto come unica dimensione di sopravvivenza. Forse fa un po’ male. Vedrai che accettando anche le contraddizioni e vivendo di pancia andrà meglio. Farà un po’ male ma andrà meglio – ti sentirai vivo per lo meno. Tutto fa un po’ male. A me sto discorso sembra che abbia ogni volta piú senso.
Che ti sei adeguato a quello che ti hanno fatto dare per scontato ma, ehi – forse non è la tua dimensione. E siccome fa un po’ male l’insofferenza ma fa anche un po’ male la rinuncia – tanto vale lasciar spazio a che faccia un po’ male quello che per il dire comune è peccato.
Io non guardo il tramonto sentendo le voci, penso solo che dio ha un bell’impianto luci.
La canzone che mi sa di asfalto visto dall’alto, cieli interrotti da palazzoni grigi illuminati da quella luce rosazzurra quasi estiva.
E che mi sa di sbattimento per la propria vita mentre si cerca di tenere insieme i pezzi.
Senza semplicità.
Di integralismi fraintesi, caldo che arriva, nuvole che schiariscono i pensieri.
Nella propria consapevolezza e accettazione della mancanza di semplicità.
In un intricato nido di opinioni contradditorie – in un intricato nido da pettinare. Entrare nel groviglio e domarlo.
Condizioni climatiche che mi rendono sterile.
Come in questo momento. Che il telefono mi esplode in mano di parole da sputare fuori.
Che devi essere per forza noiosamente poser magnetico e intrigante, per sopravvivere a sta cazzo di Milano.
E la delicatezza che ci usiamo per non farci male. La moderazione che diventa ipocrisia. E ficcati in testa che Milano non è la verità – grazie a dio.
Da qualcuno che odia la puntualità ma che conta sulla puntualità del decadere dei cicli fashionisti. E rimarrete fottuti, quando non saprete adattarvi. Fortuna a me non me ne frega – che io lo so che Milano non è la verità.
L’estate.
Cazzo la canzone dell’incredulità sotto il sole.
Delle note che quando vogliono si insinuano, dei ricordi.
Ogni goccia di saliva che c’è in te. 
Quest’estate che ci cola fra le gambe.
Madonna, quante estati – cosí. Ma a ricordarne una in particolare.
Che forse ancora non aveva tutto il significato che vuoi attribuirgli, ma a posteriori io e te non ci crediamo che è successo.
Ho il tuo profumo di sudore su di me.
E di scontri fisici sulla sabbia rovente e di ripari sotto gli alberi di una pineta con l’aria talmente umida e pesante essere densa e consistente e fare l’amore nel pomeriggio di voci in lontananza e fumare il cyloom sopra un plaid – nell’attesa del buio che non arriva.
E succhiando il tuo respiro ti ho sentita sussultare.
Madonna che pezzo di graffi e lividi che fluiscono di estate.
Bianca.
Canzone leggera, non particolarmente bella. Per me, eh.
Sarà che io e il bianco abbiamo davvero poco a che fare. Comunque canzone che porta uno dei versi verità dell’album: se c’è una cosa che è immorale è la banalità.
E io capisco che lei sia come una luce che ti cancella la coscienza oscura.
Ma a me tutto sto bianco proprio non convince.
Sei il colore che vorrei essere io. Ma no amour, perderesti la tua essenza. Meglio di no. Fidati.
E non voglio certo che tu sia la mia piú bella cosa mai successa.
Ecco, appunto. Guardiamo avanti, va. Che sto bianco mi abbaglia e infastidisce.
E niente. Poi arriva Oceano di gomma, e cambia il tempo.
Qui si annuvola tutto in attesa di una pioggia grigia che punge la pelle, qui si annulla tutto nel tuo ricordo.
Nel ricordo di un sogno che al risveglio vorresti non fosse finito.
Un fiore d’oppio in porcellana e roccia. Ciao. Ditemi che uno che scrive sta roba non lo si ama.
Chi di noi due è reale?
Quella sensazione di vuoto e morte, di fiori secchi e giovani cuori che falliscono.
Facciamo che sei il mio piú dolce pensiero.
Che non dovevi morire cosí in fretta. È solo tuo e mio il finale.
Manchi.
E quest’oceano solido e sintetico sta avvolgendo anche me.
E poi noise elettrico che ti scortica lo stomaco e insacchetta nel cellophan i polmoni.
Respira.
Servirebbe una pausa enorme dopo questa canzone.
Arriva invece Cose semplici e banali.
Che non si puó chiudere senza speranze.
Di ere nuove, mani d’avorio e piccoli gesti che cerchiamo di far sí che contino.
Che forse non siamo poi tanto sbagliati, che forse possiamo fare un passo indietro e svegliarci lucidi.
Hai il coraggio o no?
Guardare indietro e far pace con i demoni mai sepolti.
Trovarsi nel mezzo e non capire quando è iniziato tutto. Ritrovarsi pure, in quel mezzo.
Finisce quest’album che a me sa di un lungo giro sulla 90, a guardare fuori dal finestrino zozzo la città che scorre.
A scorrere in circolo inisieme alla città, analizzando alti bassi e relazioni e depressioni e salvezze e nuove ere.
A scorrere in circolo insieme alla città, partendo dal mezzo e tornando nel mezzo.
Un giro senza soluzione di continuità, mentre la vita degli altri scivola celoce e tu tieni la tua immobile per tutta la durata della corsa.
E per tutta la durata dell’album.
Annunci

Un commento Aggiungi il tuo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...