Incontro con Elisa Russo, autrice del libro Uomini

img_0889

Una giornata di intervista.
O meglio – doveva essere un’intervista.
È diventata invece una chiacchierata lunga 6 ore, quella con Elisa Russo.
Sedute sulle poltroncine di un locale in centro a Milano, a svelare segreti e parole in una giornata caldissima.
Doveva essere un’intervista.
Invece ho la sensazione di tornare a casa con un’affinità in più.
Ho conosciuto una persona che ammiravo dalle pagine del suo libro, ho conosciuto una ragazza che per tre anni ha dedicato l’anima a scrivere di un argomento che forse sì, non avrebbe mai pagato granché – ma la emozionava. La appassionava.
Che le cose fatte con il cuore si vedono sempre. E rapiscono.
E ti fanno venir voglia di entrare nel mondo che propongono.

Elisa la incontro fuori dal suo hotel, un caldo bastardo che Milano sembra prenda fuoco.
Primo giorno di saldi e asfalto in corso Buenos Aires: l’inferno praticamente.

Nel tragitto per arrivare da Pavé, già inizia a raccontarmi della presentazione del libro a Verona, del concerto di Edda a Bergamo.
Di una fan che hanno conosciuto e che ha le cassette con le demo dell’epoca.
Di un altro che ha persino la cover del telefono, dei Ritmo Tribale.
Mi mostra la foto.

Del plettro che ha al collo, un cimelio regalatole da Zimba.

Io sono curiosissima. Curiosa di sapere tutti i retroscena, curiosa di parlare con una protagonista.

Entriamo nel locale, ordiniamo e Elisa inizia a raccontare davvero.

Ci sono voluti 3 anni per completare il libro.
50 ore di interviste totali, da sbobinare e trascrivere quanto più fedelmente possibile.
Ci sono voluti 3 anni, a cercare di scandire i sospiri con le virgole, a reperire le persone coinvolte, a intervistare le persone suggerite dagli altri intervistati.
Un passaparola che raccontasse la storia dei Ritmo Tribale e – of course – di Edda.

Quando Elisa ha iniziato a contattare gli editori, aveva già completato l’80% del libro.
Qualche contatto iniziale con editori musicali – alcuni dei quali falliti di lì a pochi mesi – fino all’approdo da Odoya.
La casa editrice era interessata, ma la mise qualche mese in stand by.

Che immagino quanto debba essere stata lunga quell’attesa.
Nella speranza della pubblicazione.

L’editore, Marco De Simoni, si era però ormai già innamorato del libro.
A tal punto da mandare a Elisa degli sms commuoventi.
Come quello in cui scriveva che – mollando la lettura a metà – aveva sentito la necessità di prendere la chitarra e mettersi a suonare Uomini alle 3 di notte.
Immagino i vicini.
I miei mi avrebbero sfanculato per molto meno.
Però che gioia, ricevere un messaggio del genere.
Odoya decide di pubblicare il libro, sa di puntare su una nicchia ma sa anche di avere un buon pubblico a Milano – e un pubblico con l’età giusta.

Alla prima presentazione del libro c’erano tutti.
Mi racconta Elisa di essersi sentita dire che solo una triestina poteva portare tanti milanesi in Santeria.
Un milanese non ci sarebbe mai riuscito, sarebbero scattate mille invidie e mille rancori sepolti sarebbero riemersi e invece – invece una triestina ce l’ha fatta.
Una triestina fuori dalle dinamiche marcite con gli anni, una triestina mossa solamente dall’amore verso il suo gruppo preferito.

Una delle cose più carine che mi racconta inizialmente Elisa, è il fatto di essere riuscita per caso a far riconciliare delle amicizie interrotte da anni.
Come quella tra Fabrizio Rioda e Giorgio Prette.
Elisa intervista Rioda, che le dice “Se senti Giorgio diglielo – che mi farebbe piacere sentirlo”.
Elisa intervista Giorgio e riferisce. Giorgio risponde che anche a lui farebbe piacere.

Una fan che rinizia a mettere insieme il gruppo.
No, non la band. Davvero un gruppo di amici.
Amici che non si sentono da una vita ma hanno condiviso gli anni delle esperienze che scalfiscono.
E come si fa a dimenticarsi, di quelle esperienze e di quegli amici.

Elisa mi racconta che ha un fratello a New York.
Fa il dj. Mi racconta del potere della musica, di come cazzo gli abbia salvato la vita per caso quando un tipo loschissimo gli fece un disegno pretendendo dei contanti in cambio.
Lui non aveva soldi in quel momento e si azzardò a proporre come scambio un libro sui Ramones che aveva in borsa.
Il tizio losco accettò e fu anche molto contento.
Mi racconta poi della web radio che suo fratello sta aprendo a New York, Radio Nuova York.
E di un concerto che stanno organizzando con i Tre Allegri Ragazzi Morti.
E della ricerca di un finanziatore – trovato proprio grazie al libro Uomini.
Mentre faceva il dj in un locale Ricky, il fratello di Elisa, si trova davanti questo manager italiano proprietario di una catena di pizzerie – e fan dei Ritmo Tribale.
Il manager lo avvicina dicendo qualcosa come: Pippo Pluto Paperino Ospedale Militare questo congedo di merda voi me lo dovete dare! Il libro di tua sorella è fantastico, finanzio io la tua radio.
Il potere della musica oltreoceano.

E finiamo quasi subito anche a parlare di lui – dai sì che lo sapete, chi è lui – e io vorrei chiedere di tutto ma evito ma oh, se vorrei.
Elisa come vorrei. Non Edda, Elisa.
Avrei voluto chiedere di tutto, non oso. Ma in fondo mi sa che lei l’ha capito.
E ha raccontato quanto sapeva.
Ha raccontato di come le è sembrato e di una disponibilità che l’ha sorpresa.
E comunque cazzo, sorvoliamo – che non è il caso di alimentare curiosità morbose in questa sede.

Dice che quando ha iniziato il libro, Elisa aveva voglia di raccontare la sera in cui ha incontrato Edda.
Di quando lui è arrivato a prenderla in viale Padova, appena finito di lavorare.
Dei suoi abiti da ponteggiatore e della Panda scassatissima.
Elisa voleva raccontare di una cena, e dell’inizio di un’invidiabile amicizia.

E invece ha pensato poi di scavare più a fondo negli anni ’90, Elisa.
Di scavare all’interno di una scena che io mi son persa e che mi ha fatto venire una voglia pazzesca di tornare indietro nel tempo e avere già la cazzo di età giusta per viverla.
E così inizia le interviste, Elisa.
Registrando tutto e trascrivendo ogni parola con una precisione autistica.
Trascrivendo i sospiri e le sgrammaticature.
Che doveva essere un libro orale, questo.
Alla fine della sbobinatura, Elisa si trova con delle chiacchierate lunghissime, una marea di scritti e molto panico.
E con una sola domanda fondamentale: adesso che faccio con tutto questo materiale?
C’era da scegliere una struttura. Cesellare gli anni ’90 e tagliarli in brevi interventi in ordine cronologico.
L’unico intervento fatto è stato giusto per togliere qualche ripetizione, senza mai aggiungere parole da intrusioni esterne.
Abbellire senza snaturare.
I blocchi di interviste con gli eventi che scorrono nel tempo hanno iniziato ad incastrarsi, per costruire la storia.

Le 4 ore di intervista di un Edda protagonista divise in modo da concatenarsi con tutti gli altri attori.
E per ciascun attore parliamo di 2/3 ore di parlato.
Cazzo, che lavoro immenso.

Mi racconta Elisa che nella parte di storia in cui lei era ancora solo una fan, ha voluto lasciar parlare loro.
Rimanendo il più possibile fedele ai racconti, senza aggiungere virgole fuori posto.

Mica come faccio io, che devo raccontarvi anche quello che potrei trascrivere alla lettera.
Cazzo, mi sa che dovrei imparare qualcosina.

E poi arriva la parte di cuore, dove lei mi racconta della folgorazione dei suoi 15 anni.

Bypassiamo il fatto che lei abbia visto pure i Nirvana dal vivo, vabbé.
Sono nata con un decennio di ritardo, mannaggia a me.
Comunque, il giorno dopo il concerto dei Nirvana, a Trieste suonava ‘sto gruppo di Milano, tale Ritmo Tribale.
Lei non voleva neanche andarci.
Ma l’hanno convinta all’ultimo, nonostante il concerto fosse sold out.
E Elisa si ricorda della polizia fuori dal locale, e dei Ritmo Tribale che aspettavano vicino a lei.
E lei li guardava, li guardava.
Guardava quel ragazzo con i capelli lunghi spiegare al carabiniere che no – non gli importava fosse sold out il concerto – lui doveva entrare perché era il cantante.
E il carabiniere che non gli credeva.

La prima volta che hai visto Edda, cara Elisa.

E hai aspettato con pazienza che un po’ di gente uscisse, da quel festival.
E sei riuscita ad entrare – Mi ricordo come fosse adesso, mi dici.

E inizia il concerto, parte l’intro strumentale – e entra Edda.
E in quel momento è scattato il magnetismo, che già solo la presenza fisica emanva qualcosa.
E nonostante tu ascoltassi tantissima musica – i Litfiba, i Negazione – non avevi mai trovato il tuo gruppo italiano.
Fino a quella sera.

E i testi non dicevano qualcosa di particolare, mi spieghi.
Ma qualunque cosa fosse, la dicevano a te.

E Edda era un animale da palcoscenico, dal quale scaturiva un’energia pazzesca.
E tu sei rimasta folgorata.

E appena torni a casa, compri il vinile di Kriminale e inizi ad ascoltarlo a ripetizione.
Ossessiva nell’ascolto, che certe parole non si capivano e tu dovevi cogliere tutto.

Ed è lí, che è nato quest’amore.

E mi racconti del periodo da fan, che non avevi elementi per scoprire le cose dall’interno e reperivi pochissime informazioni su di loro.
Che internet non c’era, e ogni notizia in più bisognava guadagnarsela.

Mi racconti delle curiosità da ragazzina che non riuscivi a soddisfare.
Chissà di che segno zodiacale è.
Chissà perché lo chiamano Edda.

Ma ti sei riscattata, con questo libro zeppo di interviste.
Ti sei riscattata facendo raccontare gli eventi a chi li ha vissuti.
E chiedevi sempre dell’infanzia, a tutti loro.
Della loro famiglia.
Che è un godimento per te – dici – quando i Ritmo Tribale ti parlano dell’infanzia.

E così ti sei tolta un sacco di curiosità.
Che quando ti parlavano della scuola li immaginavi, nei loro banchi del liceo.
E anche ora, quando rileggi, senti le loro voci.
Ed è una roba bellissima.

E continui a raccontarmi, della te ragazzina sempre presente ai concerti dei Ritmo Tribale.
A tutti i concerti, anche a quello sconvolgente del tour di Psycorsonica.
Che quando iniziano a suonare, Edda non c’è.
Che quando iniziano a cantare, Edda non c’è.
Che quando senti Scaglia alla voce speri che sia solo per quel pezzo ma no – non fa solo la prima canzone.
Le fa tutte.
Così. Senza parole, senza giustificazione.
Come se fosse normale, che Edda non c’è.
E ricordi di aver pensato che sarebbe comparso, che sarebbe entrato in scena e sarebbe stato il protagonista di sempre.
Ma lui non è mai arrivato.
Sparito.

E tu ci sei rimasta talmente male da viverla come un lutto.
E ricordi di essere tornata a casa, di aver chiuso la tapparella e essere rimasta lì.
Immobile.
Al buio.
Come un lutto.

E il giorno dopo hai ritirato fuori tutto il materiale che avevi su di loro, e hai inizato a rileggere tutto compulsivamente.
In cerca di un indizio, in cerca di un segno.
Che magari lo avevano pure detto – che Edda sarebbe fuggito per un po’ con gli Hare Krishna.
Non sarebbe stata la prima volta, in fondo.

E scrivevi le tue letterine a Rumore, asserendo con voce assolutista che i Ritmo Tribale non dovevano andare avanti senza Edda.
E nessuno rispondeva, nessuno ne parlava. Un silenzio totale intorno.
Che come cazzo è possibile che sparisce il cantante migliore d’Italia e nessuno se ne preoccupa.
Che come cazzo mai era possibile, che suonassero senza di lui.

E gli altri fan che iniziavano a scriverti a casa e ti mandavano le foto dei concerti, dopo la pubblicazione delle tue parole su Rumore.
Che un punto di riferimento per loro lo sei sempre stata, mi sa.

E quando ormai non pensavi di sicuro di ricevere una risposta, ti arriva ‘sta lettera di Rioda.
E ricordi i sudori e il batticuore, nell’aprirla.

E non diceva esplicitamente nulla, la parola droga non compariva mai.
Ma tu hai capito comunque.

Che le cose sin dall’inizio potevano essere solo tre:
Edda è in India;
Edda è morto;
Edda sta strafatto di eroina chissà dove.

E dalla lettera capisci la situazione, capisci che sì – la terza opzione è quella corretta.

E tu non hai mai visto uscire nessuno dalle droghe pesanti.
Che la droga non ha mai fatto parte della tua vita, ma l’eroina torna sempre a ingombrarti l’amore.
E lì capisci che lo abbiamo perso. Che è finita.
Speranze zero.

E mi racconti delle interviste che facevi, mi racconti di quando hai intervistato Agnelli.
Ed eri piccolissima, avevi ancora l’apparecchio ai denti e già collaboravi con delle radio.
E mi racconti che lo chiamasti in ritardo per non stargli sulle palle, perché in una sua intervista di qualche tempo prima avevi sentito che lui le odia – le persone puntuali.
[Cazzo, mi odierebbe.]
Anyway.
Ed eri emozionatissima – mica perché intervistavi Manuel Agnelli, no.
Eri emozionatissima perché lui conosceva Edda.
E gli chiedesti pure di Edda, ma lui non sapeva nulla.
Nessuno sapeva nulla.

E chiedevi a tutti i tuoi intervistati, se magari sapevano qualcosa di Edda.
A Fabio Vergani, che era un suo caro amico. Ma niente.
Diceva di averlo intravisto soltanto, ed era davvero malmesso.

E pensare a posteriori che lui viveva sui Navigli, invisibile al mondo.
Che da Milano non se n’era mai andato. Che era nel centro più centro.
Ma nessuno lo vedeva.
Che lui stava in casa a farsi e basta.

Quella, era la sua vita.

E tu cercavi e chiedevi, per informarti. Senza mai azzardarti troppo a nutrire la speranza che tornasse.
Che un recupero da una situazione del genere di certo non lo avevi mai visto.

Nell’era di MySpace tu ancora non avevi comunuque perso la tua fede – o la tua passione – nei Ritmo Tribale.
E postavi i video e le foto, e restavi in contatto con gli altri fan.

E nell’era di MySpace arriva il giorno in cui qualche conoscente ti manda il link al video di Religioso spirito, canale YouTube Edda Ponteggi.

E lo spaesamento iniziale per quei capelli corti, e l’emozione – l’emozione enorme di risentire quella voce.
Che le corde che tocca lui oh – non le tocca nessun altro.

E credi di aver pianto, e di aver mandato subito un messaggio a tuo fratello.
Ma non avevi amici davvero fan come te, e quest’emozione pazzesca t’è rimasta un po’ in gola.
Che nessuno poteva condividerne davvero la gioia.
E le lacrime.

Così decidi di scrivere a lui. Di commentare questo video al diretto interessato.
E tutti dicevano che Stefano è schivo e timido e tu gli scrivi sapendo che non ti risponderà.
E passi giorni a pensare a cosa scrivere effettivamente.
E decidi.
E il panico – dopo aver calcato invio.
E le paranoie. Che penserà che sembro scema, che penserà che sembro una ragazzina.

E invece arriva una risposta. Una risposta carinissima.
E iniziate a scambiarvi qualche messaggio, e scopri una persona diversa da quanto ti era stato raccontato.

E vi scambiate il numero di cellaulare, e inizia un rapporto epistolare via sms.
Un rapporto epistolare fatto di messaggi alle 6 del mattino, prima che Stefano inizi a montare ponteggi.

Fino al giorno in cui lui ti telefona, che voleva sentire la tua voce.
Fino a quel giorno, in cui è nata l’amicizia.

Un’amicizia iniziale di chiamate domenicali su Skype, in cui tu chiedevi un pezzo e lui ti faceva un mini concertino privato.
E la sintonia da subito – anche sulle cose più personali.

Fino a quel primo incontro, la sera precedente il Mi Ami Festival del 2009.
Quel primo incontro di persona.
E arrivati al giorno concordato, lasciarsi prendere dall’emozione assurda.
Un’emozione insostenibile.
Fino al momento in cui lo hai visto venirti incontro.
E allora lì, solo lì – ti sei sentita tranquilla.

Che lui era bello, bello e solare.
E ti ha portato in giro per Milano sulla sua vecchia Panda, e siete andati a mangiare insieme.
E mentre lo guardavi mangiare pensavi: quindi questo è Edda.

E al Mi Ami sono stati due giorni speciali, racconti.

E quando lo hai conosciuto lui abitava ancora in comunità.
Andrea Rabuffetti, con cui Stefano suonava all’inizio, gli diede la sua prima casa in affitto ad Albizzate.
E fu traumatico.
Che lui non aveva mai vissuto da solo, che lui non sa neanche cucinare. Che per lui è un trauma, cucinare.
E la casa era talmente arrangiata che Stefano dormiva per terra, non aveva neanche un letto.

Aveva solo una radio – e ascoltava Radio Maria tutto il giorno.
L’ascoltava per criticarne l’ipocrisia, poi.

Non aveva niente, Stefano.
Aveva solamente questo una copia masterizzata del suo Semper Biot e questo CD di Moltheni – che ascoltava a ripetizione.

Quando Elisa andò a trovare Stefano ad Albizzate, lui fece una straordinaria cover di Suprema.
Stefano era nell’appartamento di Andrea Rabuffetti, al piano superiore.
Elisa nell’appartamento di Stefano.
E lo sentiva cantare, da su. E lei sentiva vibrare le pareti, di sotto.
Un’interpretazione pazzesca.

E poi riascoltare Semper biot a tutto volume, a casa sua.
Nonostante lui non si riascolti mai volentieri.

Elisa mi racconta anche dell’amicizia con Walter Somà.
Walter è colui che ha avuto un ruolo fondamentale nel ritorno in scena di Edda.
E prima ancora – nel ritorno alla vita, di Edda.

Walter era il suo operatore sanitario in comunità.
Walter è quello che ha aiutato Stefano a uscire dell’eroina.

Elisa mi racconta che quando Stefano arrivò in comunità era uno scheletro, che nessuno osava sperare che ce la facesse.
Che se ne vedono tanti di ragazzi così, arrivare in comunità e mollare il percorso poco tempo dopo.

Stefano piange a dirotto, durante la prima cena.
E inizia lì il suo recupero miracoloso.
Che sì, lui ci ha messo del suo – ma è Walter che lo ha salvato.

Quando Stefano si stabilizza un po’ con la terapia, tra lui e Walter entra in gioco la musica.
Viene fuori che Walter ha delle canzoni pazzesche, delle bozze di chitarra e voce con testi scritti da lui.
Che anche Walter ha sempre suonato, ma questa vena cantautorale gli viene fuori in comunità – anche se ancora si rifiuta di cantare.

E in Semper Biot, vengono fuori le sensibilità di entrambi.
Le grandi aperture e le grandi chiusure.
Le problematiche sociali – vedi una canzone come Milano.

Per questo, il primo è l’album che resterà magico.
Perché racconta il silenzio degli anni.
Racconta di una via crucis.
Sicuro, che è l’album più doloroso da sentire.

E quando è uscito non si sapeva cosa sarebbe successo, per questo è stato vissuto in maniera speciale.
Stefano non voleva tornare ad una situazione come con i Ritmo Tribale, non voleva fare concerti.

Walter temeva che il tornare a suonare potesse provocare una ricaduta nell’eroina per Stefano, e ci andava con i piedi di piombo.
Aveva paura che Edda si perdesse di nuovo.
Aveva paura che avremmo perso Edda, di nuovo.

Mi racconta Elisa che ancora non si è riconosciuto il grande valore di Walter, che anche in Stavolta come mi ammazzerai? tante parti sono sue.
E Elisa vuole ringraziarlo pubblicamente per tutto questo.

Negli anni, Stefano ha avuto la fortuna di fare degli incontri davvero fortunati.
Prima Walter, dicevamo.

E poi i ragazzi di Niegazowana Records.
Fabio Capalbo – che per Stefano ha fatto di tutto.

Anche Fabio era un fan, e la sua etichetta nasce qualche mese prima del canale Edda Ponteggi.

E Fabio ci pensava, a come sarebbe bello trovare un personaggio scomparso per lanciare l’etichetta.
E viene subito fuori il nome di Edda, va da sé.
Ma di Edda non c’è ancora traccia.

Fino al giorno in cui anche a Fabio arriva il messaggio che ehi Edda – il nuovo Edda è su YouTube.
Essendo l’etichetta una realtà emergente, Stefano non si sente intimorito, quando lo contattano.

Ha inizio così un percorso di crescita insieme.
Con Fabio, con Luca Bossi e con Davide, il fonico.

Che Edda si ritrova davvero con una bella squadra, intorno.
Che lui è convinto, dice sempre di avere un karma di merda ma in realtà ‘sto karma gli sta riservando davvero delle belle cose – dice Elisa.

E adesso hanno già dei pezzi nuovi per un quarto album.

Edda se ne sta tutto il giorno in sala prove, a suonare e comporre.
E gli sembra sempre che sia tutto da buttare.

Ma intanto migliora sempre di più.
Ci sta lavorando da tempo, sul suono e sui testi.
E la vera notizia è che nel prossimo album ci sarà sì qualche brano un po’ più pop – ma ce ne sarà anche qualcuno senza parolacce.
Cazzo, aggiungo io.

E lavorare sulla musica a tempo pieno lo sta aiutando notevolmente nella tecnica, Elisa ne è convinta.
Che continua a buttarsi sulla chitarra perché si sente sempre inadeguato.
E pian piano viene fuori uno stile particolare.
Che in fondo è sempre stato il suo sogno, quello di essere indipendente.
Con i Ritmo Tribale si è sempre confrontato con personalità forti, ma forte lo è anche lui.
Che le sue cose le ha sempre fatte – e ha le idee molto chiare. Anche a livello artistico.
Solo che quando si trova in gruppo lascia fare, delega.

Fabio è stato anche il bravo produttore dell’ultimo disco.
In questo modo, in studio non hanno delegato nulla.
Ormai i Furore Uterino portano avanti il loro progetto e non sono dei turnisti.
Alla fine Edda si è ritrovato in un’altra band.

Ma con uno spirito estremamente diverso.

Elisa ha avuto la fortuna anche di sentire le versioni demo, delle canzoni di Edda.
Ecco, dice che Organza era meravigliosa, nella demo con Walter.
Che le canzoni risultano sempre strane poi, una volta riarrangiate.

Ma io dico: Organza è già meravigliosa nella versione più confezionata del disco, che cacchio doveva essere nella demo?
Che voglia di ascoltarla.

E di Odio i vivi Elisa dice che ecco – ehm, non è quello che consiglierebbe per iniziare a conoscere Edda.
Che forse se ascolti prima quello degli altri due non è detto che ti appassioni.

Ma per me non è stato così.
È stato un ordine casuale per me, ed è andata bene comunque.

Che quello che Edda a da dire viene fuori in maniera talmente violenta e pura che come cazzo fai a non appassionarti.

Elisa finisce di parlarmi del libro.

Dice di aver fatto leggere agli interessati la prima versione, per il controllo e per la privacy.
E mi racconta le reazioni eccessive di alcuni membri della band.
Che si ritrovavano spiattellate su un libro le loro vite.
Che è stata una sberla per loro rileggerle – le loro vite.
E tra le tantissime ferite e le cose bellissime, sembrava sempre mancare qualcosa o esserci qualcosa di troppo – dicevano.
E come era giusto che fosse, Elisa raccoglieva i consigli ma sceglieva di testa sua.
Che era lei a scrivere il libro.
Ed è lei, che si è presa delle responsabilità.

Alienandosi dal mondo, che negli ultimi mesi di scrittura a luglio scorso mi racconta di essere uscita di casa forse solo due o tre volte.

Beh, Elisa, ne è valsa la pena.
Per me, per tutti quelli che lo hanno letto, per i protagonisiti, per Edda.
Per te.
Grazie.

Sono già tante ore che parliamo, sedute da Pavé.

E nel frattempo abbiamo toccato tanti argomenti: Triste, i musicisti di Trieste, il ponte levatoio del cantante dei Rhapsody, Uomini, uomini, accenti, origini, fughe, profughi e confini.
Abbiamo parlato di libri, tatuaggi, fumetti. Di Davide Toffolo. Dei nuovi cantautorini.
Di Manuel Agnelli. Dei movimenti intestini negli After. Di cimeli rock.
Di Milano. Di Milano che sempre fa parlare di sé. Delle vie di Milano. Di quello che manca. Di treni e di percorsi. Di mare.
Abbiamo parlato talmente tanto che non posso raccontare più di cosa.

Sono state sei ore intense, chiuse davanti a un anticipo mostruoso sul treno da prendere in Stazione Centrale.
Che sia mai che siamo solo puntuali, noi.
Tocca essere in anticipo. Sempre.

Saluto.
E ci rivediamo tra un mese al Carroponte.

Ma non so se ti ho ringraziato abbastanza, di persona, cara Elisa.
Che a volte il caldo mi toglie la voce e rimango lì a non sapere che dire.

Beh – grazie.
Per tutti gli aneddoti, per i segreti che custodirò senza lasciarne traccia, per i complimenti.
Ah, sì. Perché quasi dimenticavo di menarmela per i complimenti.
Che mi son sentita incoraggiare su bozze di progetti insperati, che mi son sentita dire che Edda ha letto il mio articolo.
E che sì, gli è pure piaciuto.

E non vi dico l’ansia da prestazione che ha aggiunto ‘sto commento, alla stesura dell’articolo.

Con i neuroni invasi di speranze me ne son tornata a casa.

E con la stessa conclusione che già era stata raggiunta all’ultima pagina del libro di Elisa.
Conclusione che diventa conferma, una volta di più.

La conferma che le cose succedono.

Cazzo. Succedono.
E gli occhi pieni di lucciconi felici.

 

Annunci

Un commento Aggiungi il tuo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...