Quello che non c’è, Afterhours

Nell’ultimo mese ho scritto davvero pochi post, lo so.
E lo so, che poi la metà di quelli che ho scritto son sugli album degli Afterhours (scusate, lo scrivo per intero così mi si indicizza meglio – anche se normalmente direi solo After).

E ora tocca all’album della mancanza.
Spariamoci sto viaggio nell’album della nostalgia.
Dell’infanzia che non tornerà piú e di quella spensierata tranquillità dimenticata.
Che bisogna andare avanti in questa selva oscura.
Sempre avanti nella sfiducia, nel dubbio. Nella paura. O al massimo nella noncuranza.
Questo è l’album della morte delle certezze.
E il titolo già ce lo fa capire per bene.

E la prima canzone.
Quello che non c’è.
Di tutto quel nero che gocciola e si diluisce via, di tutto quel nero – il tuo nero – che si è trasformato in apatia.
Che in questa nuova depressione non la trovi neanche più, la tua parte nera.
Il mio modo vigliacco di restare.
E curi solo ció che appare, mentre l’essenziale ti appassisce dentro.
Fottendomi da me – per quello che non c’è.
Che è una delle cose più difficili da accettare.
Ammettere senza colpe che le cose muoiono.
Che vogliamo tornare indietro a situazioni di una complessità inesistente.
E invece per sopravvivere nel nostro essere fatti davvero dimmmerda, ci tocca disobbedire alla coscienza che cerca di placare gli animi.
Disobbedire al morire dentro, disobbedire a ció che abbiamo dato per scontato.
E questa disobbedienza, è l’unica salvezza.
La chiave della felicità è la disobbedienza in sé, a quello che non c’è.
E già al primo pezzo qui ti straccia via pezzetti di te, ti straccia via per tutto ció che finisce.
Accettare. Finire.
E cambiare.
Accettare.
Accettalo.

E partiamo per questo viaggio in India con Mimí.
ByeByeBombay.
Guardando il casino del porto e le strade sfasciate, guardando la polvere da un rifugio occidentale.
E la prima volta nell’album il tema del lancio.
Che non sai se ti lancerai in giù con o senza elastico.
IO NON TREMO.
È un verso meraviglioso.
Che senti te stesso sfuggirti di mano – ma abbandoni la paura.
Che poi forse l’immagine di queste parole si mescola alla fierezza con cui Agnelli la canta ai concerti.
Che poi forse di paura ne hai avuta eccome – e per questo ora scegli di reagire.
Sai Mimí che la paura è una cicatrice che sigilla anche l’anima più dura.
IO NON TREMO.
È solo un po’ di me che se ne va.
E Bombay è stata la scusa per renderti conto che tutto porta a te – a una te generica da dedica.
Che ci serve sfrontatezza e impulso, per rendercene conto.
E tutto cerca di condurmi fino a te – dice.
Ma io no, nel senso che non intendi cedere?
ByeByeByeByeByeBye.
La cantilena degli arrivederci.
La testa già alla prossima mossa.

Sulle labbra.
Che non sai più a cosa credere.
Vuoi solo odiare ma vivi nel senso di colpa.
Sentimenti inquinati da una nazione e un limbo di parole inaccettabili su se stessi.
Anche odiare è un diritto.
E la tua primavera è un incubo.
Di cose pure che ti piace deturpare.
E non puoi accettarlo.
Di cose pure che vuoi far marcire e odiare.
E tutto il bello diventa orrore.
Ma non puoi accettarlo.
Anche odiare è un diritto.

Vanarasi baby.
Ancora ricordi indiani e desideri che non ti ricordi di esprimere quando vedi una stella cadere.
Rassegnato all’ossessione che ti riempie ogni vena e non lascia altri spazio.
Non c’è niente dentro perché dentro ci sei tu.
Varanasi baby.

Di passioni che non possono durare ma colmano per un po’ di tempo quel vuoto perenne che non sai come riempire.
Non ho niente dentro finché dentro tu ci sei.
Quello che conservi da un viaggio, una memoria che piano affievolisce e si spegne.
Ma appena torni a casa oh, appena torni a casa è l’unica realtà che il tuo corpo ascolta.
E stai sospeso e poi concludi di dannazione, cambi pelle e non ho niente dentro perché dentro ci sei tu.
Che sai che soffrirai per un po’, ma è il dolore pungente che riempie.
E tornerai al vuoto apatico da riempire.
Ma per ora va bene così.

Non sono immaginario.
Sei un grande predatore dentro la mia testa che uccide solo per gioco.
Sfasciarsi a vicenda in un gioco complice, uccidendo scintille di magia, urlando e staccandosi di nuovo.
Io credo sia superstizione ma il tuo destino mi usa. Sfruttarsi, partecipi, uccidersi e stringere uomini immaginari. Staccarsi e vedere come va.
Non sono immaginario.
E ne sei pure parecchio convinto, ma è difficile da comprendere.
Adesso siamo complici, ma la distruzione reciproca è l’unica cosa che ci riserviamo.
E anche se non sei immaginario, questa cosa che non sei immaginario è troppo difficile da gestire.
Allora meglio pugnalarti più volte come se non esistessi.
Che non c’è futuro neanche in questa canzone.
La mia magia che muore.

E arriva il pezzo brutto dell’album. Almeno musicalmente oh – a me non piace.
Ma è vero che la gente sta male – in molti sensi.
Che stanno male quelli dotati di consapevolezza e stanno male gli scemi del villaggio.
E stanno male gli italianimedi nel mezzo.
E stanno male gli artisti e gli operai.
E tutti si vive male, prima o poi di far male. Ma in che senso?
E tu vendi come un sogno la normalità che mi ucciderà.
E ci annulliamo fino a spegnere ogni entusiasmo, e la normalità è la condanna che no – non ti rendi conto che è la condanna che uccide più di tutte.
La normalità che ci ucciderà.
Che ce la facciamo pure andar bene, sta normalità – ma uccide dentro.
Uccide più di tutte.
Appiattisce e spegne, la normalità che ci ucciderà.

E arrivano le canzoni dei ricordi, cazzo.
Che qui sì, che c’è tutto il cuore di questo disco.
E Bungee Jumping è forse una di quelle canzoni che mi hanno fatto assaggiare davvero cosa fossero, gli After.
E entro in quella dimensione a testa in giù, con i capelli che svolazzano e la corda che mi tiene per un piede.
Quando è tardi per cambiare idea.
E precipiti e pensi solo al troppo tardi.
Troppo tardi per cambiare ancora.
E pensi ai danni della stabilità e a tutto il bizzarro disponibile.
C’è un circo che ci abbraccia intorno a noi.
La tigre sarà la stabilità.
Stocazzo.
È questo che pensi, nell’aria.
Stoca.
E l’aria, l’aria che ti graffia la faccia mentre precipiti.
Questo lancio senza ritorno, questo lancio che spezza il fiato – ma tu ti salverai.
E senti il pericolo e senti la libertà – nella caduta.
Qui nell’aria puoi capire che è troppo tardi per cambiare idea.
Nessuna speranza. Accettalo e precipita.
La pelle che si spiegazza come panni al vento, la conquista del brivido.
L’ho detto io, che questo è l’album della mancanza e della nostalgia.
Beh, in molte parti è anche quello dell’inesorabile rinuncia alla speranza.
Troppo tardi per cambiare ancora.

E Ritorno a casa, e parole e parole su un sogno vivido e un salto temporale di 20 anni almeno.
E le immagini impresse nella memoria di un bambino, la tua casa, la luce, i giochi della tua infanzia.
Ho trovato tutto meccanicamente.
E la faccia di tua madre, giovane – bellissima.
E la calma, enorme.
La calma di quando sai che qualcuno ci penserà per te.
La calma di un’infanzia nella protezione degli adulti, la calma che sei di nuovo bambino per la durata di quel mondo onirico proiettato dalla tua mente.
E la scoperta, sconvolgente.
La scoperta del risveglio.
La scoperta che sei tu l’adulto ora.
La scoperta del tempo passato e del tuo letto che no, non ci penserà qualcun altro a rifarlo.
Un sogno assurdo.
Una strana calma. Una calma enorme. Non so cos’è.
Ma non ho mai pianto tanto come al risveglio.
E alzarti e rifare le strade che conoscevi a memoria, la scuola, la casa dove sei cresciuto.
E la sua voce che parla e parla e sussurra, che non c’è bisogno di cantarle certe cose.
E un’influenza pazzesca dei Massimo Volume in accento di Afterhours.
Le parole per tutti.
La mia casa con tutte quelle stanza, la mia casa di quando sogno una casa.
La mia casa da bambina. E i brividi di quando questa canzone l’ascoltavo in loop, nella solitudine dei primi tempi milanesi.
In loop, nella mancanza di un mondo che non sarebbe mai tornato.
Nella possibilità di un futuro, che si trascina dietro sempre un passato che muore.
È solo una stupida villetta con uno sputo di giardino. Ma sarà la prima cosa che comprerò, quando sarò ricco.

E chiudiamo questo album depresso con una consapevolezza.
Che tu sei sempre la tentazione.
Di tutti i peccati di tutto il mondo, tu sei la tentazione.
Almeno così vuoi farci intendere.
E il tuo ruolo è il pensiero malvagio.
Che suggerisci di vivere tutte le sfumature di un’esistenza che non lascia spazio al placare l’istinto.
Ma il mio ruolo è il pensiero malvagio che ti porta via con sé.
Che che cazzo me ne frega a me – se hai fatto delle promesse a qualcun’altro. Dici. Cazzo me ne frega a me.
Son qui per metterti il dubbio.
Son qui per farti capire che non puoi spegnere i pensieri malvagi come credi.
Perché tu vuoi i colori.
Stai attenta a te.
Stai attenta a te.
Madonna, grazie per il consiglio eh.
Ma non so se staró poi cosí attenta.
Nella neve e il gelo.
Stai attenta a te.

 

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