Costellazioni e Amsterdam

Ascoltavo Costellazioni, rientrando in treno dopo che ti ho accompagnato all’aeroporto.

Ascoltavo Costellazioni, ogni parola stonata sembrava conoscere benissimo la storia.
L’inevitabile partenza e le nuove vite.
Che non c’è alternativa al futuro.
Le crisi, le crisi esistenziali e le crisi economiche.
E tutto intorno le vite degli altri.
Diventare i migranti.
E finire le notti in webcam.
Come una notte passata in strada o passata in webcam.
Sono un insieme di scontri e di feste.
E le musiche elettroniche dei nostri immigrati.
Dammi solo quello che mi disorienta.
E tornare indietro di quasi 10 anni, senza essere mai cresciuti.
La partenza e la distanza.
Quella sensazione cosí familiare nel momento del distacco.
Quella sensazione sempre nuova di inesorabili separazioni.
E ancora non c’è alternativa al futuro.
E lui che parla dal telefono.
E sembri tu, BerlinoAmsterdamLondra.
E ti accorgi che nel disastro il futuro era sempre lí a sorriderci.
E le attese e il freddo e il nord. E il cielo bianco.
E il buio e la contrapposizione e un’afa tutta italiana.
Qui sono le 11, ci sono -3 gradi. Chiamami quando puoi.
E i mutamenti inaspettati, mollare nidi costruiti in tanti anni e di tutte le persone accolte e di quelle che ti hanno accolto.
Sei più bella adesso come sfiorisci.
E la magia che tutto sia senza senso.
Che non c’è alternativa al futuro.
Ma è tutto perfetto.
Perfetto nel dolore, perfetto nella speranza.
Perfetto nelle notti insonni e nei caffè doppi.
Perfetto nelle telefonate piene di occhiaie livide e nelle quotidianità separate.
Perfetto nei nuovi inizi di post-trentenni tardoadolescenziali.
Perfetto nel concetto alternativo di pulizia e puntualità.
Che guardo fuori dal finestrino del MalpensaExpress, con sti paesi di una brutta regione che mi scorrono sotto mano.
Sti paesi brutti che son stati il futuro di una volta.
Hai visto il loro non era un amore poi tutto diverso.
E sapere di diventare quella luminosa natura morta con ragazza al computer.
Per i nostri chilometri di curriculum e portfoli interminabili.
Con nuovi lavori da cercare ed è solo un momento di crisi di passaggio che io e il mondo stiamo attraversando.
E fuori i cieli alti e ampi di un’Europa che sembra sempre l’offerta migliore.
E le parole di quel giorno mentre ti spogliavi in mezzo ai campi.
E di ultimi discorsi di quei momenti eterni e aver già vissuto tutto un milione di volte.
Ed è sempre nuovo. Nuovo il distacco e nuova la folle attesa che i giorni passino.
E io rientro immersa in quel treno e non riesco ad immaginare la casa vuota e te come una linea dritta – un vettore in un’altra direzione.
Frammenti di un discorso che finisce prendendo un aereo.
Via per lavorare via per migliorare i tempi ma continuare a misurare la distanza dei pianeti da te.
E avró ore vuote e musica nelle orecchie e anche io ascolteró gli Smiths e i Sonic Youth e tu ancora non capirai le mie canzoni e io mi chiuderó stretta nelle loro parole.
E possano questi lampi illuminare la fine.
Città da lasciare.
Strade aperte strade perse.
Che letto in questa chiave questo è un album sulla distanza.
Sui cambiamenti. Sulle vite di chi deve andare. E di chi deve andare più e più volte nella propria vita.
Di una generazione che è rimasta fottuta. Di quello che ci siamo persi e di quello che dovremmo guadagnarci.
E spazi ampi come la via lattea e di tutte quelle meravigliose condanne che ci spingono ai limiti.
Ci vediamo al terminal dove partono aerei per un pianeta senza acqua e senza vita di provincia.
Che da qui sembriamo detentori unici, di questa misera provincia.
Che da qui il futuro all’estero è sempre perfetto. Nei suoi rischi e nelle sue strade che ci sembra una perenne vacanza.
Nelle sue casette basse e ripide. Sempre perfetto.
E le implicazioni sentimentali non sono mai considerate, in tutto questo.
E le chat a interrompere ogni pensiero lineare, le chat delle tue paure e dei miei non vedo l’ora.
In una notte limpida con molte piú stelle di queste quattro o cinque che dal finestrino mi seguono sempre.
La catarsi di ascoltare certe canzoni in quei momenti bui su mezzi pubblici e gli estranei che ti sfiorano lontanissimi.
Come quando in aereo ascolto Suprema e niente – niente puó andare male.
E galleggio nella mia mente e sulle nuvole, galleggio in una meraviglia instabile-effimera.
È una notte buia e meravigliosa, l’importante è che succeda qualcosa – qualsiasi cosa.
Immenso smarrimento immensa libertà.
E mi tornano in mente tutti i monologhi, e le parole ripetute e le spiegazioni logiche che non capisco.
E tu decolli e io arrivo in stazione.
Che dove ti sei trasferita non c’è molta gente, più che altro molti insetti.
Che in questo album siamo tutti trapiantati. E io non l’ho mai sentito cosí mio.
E i tuoi discorsi me li lego ai polsi – me li lego ai polsi, faccio dei braccialetti.
E la generazione di noi scappati di casa diventa quasi una generazione concreta, che gli infelici possono essere pericolosi.
E prega per la fine della mia gioventù.
Ma non ha mai fine tutto questo.
E dio onnipotente dammi un lavoro qualunque e una linea della vita bella illegibile.
E a Milano non va. Eh. Dimmi qualcosa che non so, caro il mio vascobbbrondi.
È davvero cosí bello questo ironico distacco, questo scontro tranquillo.
Il masochismo solito di sentirti vivo nei momenti peggiori.
Destabilizzare la noia in una maniera troppo feroce.
Fai ciaociao alla quotidianità.
Era questo che volevi?
E maledirti ancora una volta per il cambiamento – e ringraziarti per maledirti per il cambiamento.
Che son periodi di passaggio ma attraversarli oh – attraversarli in certi momenti è un’impresa.
E attendo sulla banchina il cazzo di treno per Bisceglie e questa voce che parla nelle orecchie parla davvero a me questa volta.
E poi mi rincuoro.
E ci saró io e arriveró felice da fare schifo e libereró tutti i tuoi pianti trattenuti.
E la luna che ci guarderà dai nuovi finestroni sul soppalco.
E luna di Milano dimmi tu parlami di tutti i miei amici e dei nostri sogni assurdi che si sono avverati.
E anche di quelli che non si sono avverati.
E il Punk sentimentale che mi accompagna verso casa.
Mentre il mal di testa mi agita e i versi mi calmano.
E tutto gira sempre intorno a Milano – e tra poco smetterà di farlo.
Come farà a smettere di farlo?
Strano esultare quando la costa scompare.
Strane ancora a casa mia le cose tue.
E stocazzo che botta, il distacco.
E vascobbbrondi che è sempre il cantautore degli immigrati che mi dice che ha capito che tutto andava bene e poteva partire e ha capito che tutto andava male e poteva partire.
E le descrizioni che spara di provincia e vite precarie e città estere, lontananza e città inarrivabili.
Che comunque sono anni che lo ascolto – e non le capisco, le critiche che gli muovono.
Perché tutti cristano vascobbbrondi? A me piace vascobbbrondi, cazzo.
Seriously, è stonato come pochi ma è l’unico a dipingere un ritratto reale accurato poetico della nostra generazione di trentenni adolescenti rimasti fottuti da questa terra meravigliosa / brutto Paese. Eh.
E le immagini che vede sono le stesse che vedo io. Dal finestrino, sotto le luci al neon delle stazioni, dalle strade sporche costellate di magrebini. Le sue visioni sono le mie.
E ho capito che piace ai teenager quindi abbiamo l’obbligo di snobbarlo, ma cazzomene a me.
Poeta da salvare, vascobbbrondi.
E le guerre lampo pop.
E ancora privincia e dicono da qui tutto bene. Ah beh, se lo dicono dalle colline e dai paesi – ok.
E di imperi del male minore. vascobbbrondi ailoviú per queste 4 parole. Vorrei averlo scritto io, sto verso.
Anche se fecero un deserto e lo chiamarono pace.
E poi ancoraancoraancora gente che se ne va.
Eterni ritorni a casa dei suoi. Le certezze che non muoiono.
E un altro che parte con dietro la chitarra e il computer.
E se ne va in una città a 40 km. O a 1000 km.
Che tutto è sempre una partenza. Andare.
Faremo l’amore in scena e la gente penserà sia danza contemporanea e poi via spariremo ai 40 all’ora.
E tutte le partenze e gli arrivi e i baci e e le fatiche e le follie, le lacrime e i pianti, gli abbracci senza respiro e il rumore ovattato delle valigie trascinate sul pavimento dell’aeroporto.
Che cos’è la giovinezza in fondo cosa doveva essere? Oltre a questa tremenda corsa in Ciao sotto la pioggia.
Che forse certe cose non dovresti ascoltarle. Dovresti viverle e basta. E smettere di notarle.
E ti prepari a salutare 12 anni di Milano e l’Italia, e tutti i disperati che qui approdano salvandosi dal mare e tu che pisci sopra a tutto questo e scappi.
E ti prepari a lasciare le vie il caldo e le persone, in cerca di un futuro talmente abbagliante da sapere quasi di inculata.
Che ai disillusi del tirare a campare sapere che esistono realtà alternative fa sempre un certo effetto.
Che qui non c’è spazio per credere nei miglioramenti.
Qui che poche persone ti fanno ben sperare.
Qui che ti rifiuti di vedere notizie e andare a votare.
Qui dove gli autobus son sempre in ritardo.
Qui dove anche se vivi bene – campi e basta.
Qui dove vi sciorino in un post tutto il mio qualunquismo di buonsenso affamato di novità.
Qui dove anche le rondini si fermano il meno possibile, qui dove tutto mi sembra indimenticabile.
E giro le chiavi nella serrattura – sola per la prima volta dopo anni.
E con l’apertura di questa porta – beh, che il viaggio abbia inizio.
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