Ballate per piccole iene, Afterhours – Guestpost per Stereorama

Guestpost pubblicato su www.stereorama.it

Graziegraziegrazie alla mia amichetta Martina Saiu di Stereorama – che è stata una vera sorpresa trovare un’altra sardina come me malata di musica.
Grazie per avermi scritto la prima volta e per avermi dato la possibilità di sproloquiare anche sul tuo blog.
Grazie per gli scambi di opinioni e per le curiosità scoperte nelle tue interviste.
E grazie in anticipo per il post che stai scrivendo per Borchie+Briciole. Non vedo l’ora di leggerlo completo!
Amica a distanza – a breve distanza – è stato bellissimo trovarti e sentirti così vicina.

Qui sotto una preview del mio post, la versione completa la trovate sul suo blog!


E poi c’è l’album della relazione fissa e del male.
E della scoperta in tempo reale degli After.
Era inverno, la prima volta che ho sentito Ballate per piccole iene.
Era inverno e pioveva, davanti al capolinea del tram a Milano Nord.
E ricordo di aver toccato il metallo freddo del portone, per tirarlo a me, aprire e poi chiudere. Uscire di casa. E mettere play.
Pioveva e mi stringevo sotto l’ombrello, i capelli schiacciati nel basco in lana.
Era la prima volta nella mia vita che uscivo con gli auricolati ficcati nelle orecchie.
Avevo un vecchio lettore cd regalatomi da un’amica e il cd masterizzato male del nuovo disco degli Aftehours.
Era buio, di un buio illuminato male dai fari delle auto. Un buio sfuocato che mi faceva cenni di libertà e solitudine.
E ho messo play.

E son partite le prime note de La sottile linea bianca.
E io camminavo, attraversavo la strada per arrivare a quella stazione di periferia – che già ora non esiste più.
Camminavo con lo stupore di chi entra in un sogno meraviglioso. Un sogno bagnato e meraviglioso.
È stata la prima volta che ho visto la città con gli occhi di quella poesia in musica.
Bianco calore sfondami il cuore.
La vibrazione e le carezze, di quei versi respirati con tutto il diaframma. Le note, le note che mi afferravano i polsi e la testa.
E mi sono vista da fuori. Nella mia gioventù e nello spaesamento. Nelle linee basse della mia persona, nelle parole di uno sconosciuto.
Niente mai, era stato paragonabile all’intimità di quelle parole bagnate dalla pioggia.
Sarai sempre sola, ora che mi hai.
È che il pianto tuo mi incendia.

Cazzo.
E ogni volta che ripasso per quelle vie – che son passati 10 anni – ogni volta che ripasso per quelle vie rivedo i neon e i fari a illuminare la mia figura in una trance bianca e pura sporcata dal traffico – sporcata da una Milano livida d’inverno.
Le parole che ti affondano giù, inghiottite come la pillola più liscia.
Bianco calore scalda il mio amore.
E le chitarre distorte e graffiate che ti trascinano nel loro fango di verità.
Sfondami il cuore.
E gli occhi dello stupore.


Continua a leggere su Stereorama.it

 

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