Manuel Agnelli @ SoundAround

Che cazzo di meraviglia, come ultimo concerto.
E io neanche volevo andarci. Cioé non è che non volevo.
Ma casa tuppata di gente e traslochi da fare, paeselli troppo in Padania, pioggia troppo battente e ottobre troppo precoce e insomma – non è che fosse proprio comodo.
Ma dio santo, mai avrei creduto che ne valesse la pena in questo modo.
Che un concerto simile beh – mai visto in tutti questi anni.
Agnelli da solo, su un piccolo palco.
Una chitarra e un piano.
Che inizia subito raccontando che lui a Corbetta ci ha passato l’adolescenza.
Inizia raccontando di essere a casa.
Di quando si scambiava la musica in cassettine con gli amici – e prendevano l’autostrada per Novara per ascoltare l’autoradio.
Muti in un religioso silenzio.
Senza il bisogno di parole vuote per riempire spazi.
Solo musica.
E inizia parlando piano, spiegando l’intimità di questa serata.
Che siamo raccolti intorno a lui, mi schiaccio alla transenna e non riesco a percepire quanti siano dietro di me.
E lui parla di intimità, di concerto intimo e di reazioni intime – ma mó non è che ci dobbiamo spogliare e leccarci le ascelle per essere intimi, dice
Parla di intimità e finora gli ho sentito raccontare cose bellissime in poche frasi e io sto appesa alle sue parole come sempre.
Che sembra di star seduti nel suo salotto, con lui che ci spiega il perché di certe canzoni e di quegli occhietti spenti che tornano a casa.
E io osservo curvarsi gli angoli della sua bocca e sono rilassata – come se ci avesse fatto distendere nel tappeto accanto a lui mentre suona qualcosa.
Un coinvolgimento mai visto.
Non chiedetemi la scaletta, forse le prime canzoni erano Bianca e Non è per sempre.
E lui chiede di far silenzio al pubblico in fondo, lui ci domina come un maestro e ci accompagna nel suo mondo.
Virgilio. La sicurezza nell’oscurità della sua selva.
Sono rilassata e canticchio a bassa voce.
E la soggezione che mi hai sempre messo, la soggezione sparita in un attimo.
Male di miele. Bye Bye Bombay.
E ci chiede che canzoni vorremmo sentire.
E tutti urliamo ma nessuno ci sente.
E cazzo io sta volta non ho preso appunti e non so a cosa aggrapparmi per raccontarvi quelle sensazioni.
Un Manuel Agnelli straordinario, che crea un legame fortissimo con il pubblico.
Manuel con i capelli legati larghi – e io che voglio rubare il suo elastico.
Manuel che accorda la chitarra a ogni canzone, Manuel che uccide ma non vuol morire.
Io e il mio senso di pace. The right place.
E questa è l’ultima data – e la voglia è che duri in eterno.
E tutto quello che vorrei è organizzare questo tipo di concerti ad Amsterdam.
Che io come cazzo faccio a immaginare di non vederne più. Come cazzo faccio a perdermi tutto questo.
Il gelo allo stomaco e la rabbia della rinuncia.
Gazzu.
Dicevo del senso di pace, comunque.
Del senso di serenità cosí confortevole, e il caldo mentre lui ci culla tra le sue braccia.
Che siamo una bella coppia io e voi, dice.
Cazzo, se lo siamo.
E qualche cover.
E State Trooper.
E minchia non mi ricordo che canzoni ha fatto.
E penso ancora al suo fiato in gola, alla giacca in pelle e all’imbarazzante esatezza delle parole, delle canzoni.
E Pelle.
E Quello che non c’è per i suoi amici.
E Voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida e le strofe invertite.
E niente Ritorno a casa, cazzo – dovevi fare Ritorno a casa. Ma perché tutti si dimenticano sta canzone? Era il momento giusto.
E continuavi a chiederci che canzoni fare e Dea e Forse non è proprio legale sai e un riffetto di Boys don’t cry. E siamo in pochi ad averla riconosciuta – dici.
E vorrei che sta serata non finisse mai. E facce i Joy Division, sú.
Che per la prima volta intravedo l’uomo, dietro la diva. Che per la prima volta sbircio qualcosa di più, nell’intimità del quotidiano e nella sala prove con gli amici.
E stasera siamo noi, i tuoi amici.
E poi te ne vai, e poi torni, e poi arriva il ragazzo bravo con lo strumento strano, e poi arriva Rodrigo che senza di te non sa stare.

E poi arriva Strategie. E io a sto punto posso morire felice.
Ultimo mese in Italia, chiudo ascoltando sotto palco Strategie in acustico.
Il vero che muore.
Il cazzo di brivido.
La cazzo di magia e perché non si puó cristallizzare un momento.
Congelarlo. Voglio un tasto freeze.
Il risveglio dal sogno forse uccide mai tradisce.
Emozione indefinita, testa vuota e cuore strapieno.
E ancora Ci sono molti modi.
Lasciandoci fottere forte.
E perdo la rotta, perdo la testa e perdo la coscienza.
In eterno – deve durare.
E invece sta già finendo, ma che modo incredibile di salutare una delle cose che piú mi mancheranno dell’Italia.
Che modo incredibile di salutare i tuoi concerti.
E quel palchetto spoglio, e un tendone che ti piove in testa. E i tuoi capelli elettrici di umidità. E le mie ginocchia che cedono al tacco. E gli stivali alti.
Il freddo e il rossetto secco sulle labbra.
Le parole nella tua voce.
Le tue dita sulla chitarra.
Il plettro lanciato e preso dalla mia amica.
Il metallo del barré.
Il pianoforte sui pezzi lenti.
Una lunghissimalunghissimalunghissimalunghissimalunghissimalunghissima rincorsa.
La tua Padania che ci penetra le ossa di pioggia e notte.
La mia trance di occhi pieni della tua immagine e a chi sa quando mai rivederci.
E la sensazione calda che mi si scioglie in corpo, la sensazione calda e totalizzante e totalitaria e dominante e tranquillizzante e il pulviscolo denso che ci avvolge di bellezza, la sensazione di sapere che sí – non esiste una meraviglia più intensa, per concludere la mia relazione fissa con i tuoi concerti.
E ste due righe come un flusso di coscienza sporca.
Che chissà a quando mai rivederci.


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