Il teatro degli orrori

Del nuovo album de Il Teatro degli Orrori posso iniziare a parlarne senza averlo neanche ascoltato.
E dai, lo so che non si fa. Ma almeno lo dichiaro.
Vi dico come sarà: potente, musicalmente parlando.
Anacronistico, che il Capovilla cosí è.
Enfatico, che pure qui – il Capovilla cosí è.
Politico di un’opposizione un po’ spicciola che riconosco in una me di 15 anni fa.
E parlerà di Italia, immigrati, deportati, lavoro precario e oppressione.
Ah, e qualcosa d’ammmore.
Che non c’è niente da vergognarsi a parlare d’ammmore, Capoví.
Anzi, ti riesce molto bene di solito.
Questa intro la scrivo mentre attendo l’aereo che mi riporti a Milano per gli ultimi 15 giorni prima della fuga definitiva all’estero.
E questo disco lo ascolteró per la prima volta con gli occhi già al di fuori dei confini italici – e una volta di più non potró fare altro che notare la resistenza ormai andata di questo gruppo.
Eppure a me loro piacciono.
Piacciono tanto, anche. Che mi fanno l’effetto cantilena da CCCP.
Nel senso che parlano di una politica morta nelle sedi di partito degli anni ’70, parlano di un mondo moribondo – no, no, morto stecchito – che comunque sento vicino a me per culto e cultura.
E in questo mondo tramortito, l’intelletuale agonizzante cerca di ergersi a guida.
E funziona pure, a momenti.
Che a volte fa bene followare the leader.
E il Capovilla è intelletuale e professore e novello poeta di una realtà deceduta, intelletuale teatrante e teatrale.
E il suo è il ruolo dell’intelletuale del ‘900 – con tutti i riferimenti del ‘900.
Ma senza respirare a fondo l’amato zeitgeist – mi sa.
Dove neanche io capisco più se dica o non dica sul serio.
Conquista.
E io posso capirlo, l’ascendente che ha sugli adolescenti.
L’avrebbe avuto anche su di me, come a suo tempo lo ebbe Ferretti.
Parole di facile comprensione, parole di libertà-miseria-uguaglianza.
Condite da una certo aggressivo parlato-cantato, da ritmiche da pogo potente e sfrontato.
E tutto questo lo dico sulla fiducia.
Appena riesco ascolto l’album, finisco il post – e vediamo se avevo ragione.


Primo ascolto.
Non capisco mai quanto le parole tendenti al qualunquismo di una vecchia sinistra siano il suo pensiero reale o quanto stia recitando un ruolo.
O recitando la parte dei 60enni cresciuti nelle sedi di partito, non capisco quanto sia il suo flusso di coscienza o quello del protagonista della canzone. Se c’è un protagonista.
Che comunque le parole son le tue, Pierpà. E come mi piacerebbe averne fiducia cieca, crederti senza vergogna e continuare con la mia vita da borghese muta e ipocrita.
Io ti vorrei credere, Pierpaolo. Vorrei credere in questa maniera buonista che le cose cambiano, o forse che non cambiano anche se lotti.
Vorrei crederti, Pierpaolo, e fingere che mi importi ancora qualcosa. Ma la verità è che sono assuefatta a tutto. Nevermind. Avanti per se stessi. E ora la fuga – e inculatevi tutti.
E non sei neanche particolarmente ispirato, sciorini i tuoi ricordi e non sono più in linea con i miei.
Non vi capisco più, Teatri.
Qualche anno fa non era così, non so se non capisco la vostra stabilità o la mia mutazione.
Anche se con una fiducia ingenua e superficiale, mi piaceva cantarvi a squarcia gola. Sembrava quasi di crederci. Di avere ancora una rotta, un senso politico e civico.
E invece ora nulla. Nulla.
E poi vedo sempre più lontane queste storie operaie, queste storie di fabbriche che ci saranno ancora, I know – ma nel mio mondo la classe operaia è diventata la generazione di trentenni che non la sfangheranno mai.
La generazione di schiavi sottomessi alla visibilità, la generazione del non ti pago perché ti fai esperienza. La generazione del talento e della frustrazione per tutti. La generazione dei momenti di gloria che cavalcano via in un attimo e la generazione di porte sbattute sul grugno. Con l’aggravante di non avere una comunità alle spalle. No, non è come nella sede del PCI a lamentarsi. Qui non ci sono sedi. Qui non ci sono branchi contro il padrone, qui c’è solo il tutti contro tutti. Se ti fotto prima io, forse campo. Ecco – questa è la società che conosco.
Sicuro per limite mio, eh. 12 anni a Milano a conoscere la mediocrità della nuova classe dei nullatenenti – sempre dignitosi comunque, con i soldi di mamma e papà.
Questa è la generazione in cui mi rivedo. Questa per me è l’istantanea dell’Italia che lavora.
No fabbriche. Ma agenzie. Lupi che litigano per un osso già spolpato.
La nuova catena di montaggio che – sì – noi non sappiamo l’alienazione della vera catena di montaggio. Indubbiamente.
Ma sono cambiati tempi e proporzioni. E compagnie. E compagni. Ciao, compagni.
Non vi riconosco più perché non esistete più. Pochi resti, pochi sporadici esempi.
E noi qui a ritenerci fortunati, in un mondo in cui sopravvivere da soli. Lontani dalle famiglie, lontani dalle certezze. Sbattuti in città del Nord abitate da persone del Sud. E quella che sembra miseria, la miseria degli immigrati extracomunitari – beh, almeno non è solitudine. È il saper vivere con gli altri nella miseria, la chiave di sopravvivenza. E noi invece rincorriamo un successo venduto troppo bene che si allontana sempre di più, lasciando il posto a un nuovo tipo di alienazione. Davanti a un monitor, seduti come delle larve, scossi e isolati dalle strade che sempre si percorrono.
Ma che dicevamo dell’album?
Che perché dovreste leggere la mia opinione con il pretesto di una recensione?
Dicevamo, dell’album.
Niente, inizia a bomba.
Disinteressati e indifferenti, dice.
Promesse e prese per il culo.
Che t’importa a te.
E la critica ai ciòvani rampanti, per i loro obiettivi e per le invidie volute e masticate.
E i colloqui di lavoro dimmmerda.
E non ti illudere, che tanto non sei quello che uno su mille ce la fa.
Piglia per il culo, il Pierpà. Dice che invece sì, che sarai tu. Che tocca a te. Ma mica ci crede, eh.
E l’avvoltoio dei rapaci milanesi e delle loro idee di successo.
E la critica facile alla musica banale e alla superficialità della TV.
Troppo facile.
Presa per il culo troooppo facile.
La paura.
Non si scherza mai.
Senza un cazzo da fare.
Madre di ogni violenza, madre di quelli che subiscono e poi si rivoltano.
Lavorare stanca.
Piena di quell’energia incazzata che tanto amo in questo gruppo.
Sarebbe fantastico. Ma anche al quinto ascolto questo singolo mi sembra sempre una pallida imitazione dei pezzi fighi degli album precedenti.
E il Paese che non cambia, e noi che non cambiamo, e andare a quel Paese dall’altro capo del mondo.
Amica mia, scappiamo via.
Un Paese che non cambia perché non vuole cambiare. Noi siamo quel Paese.
Io sono quel Paese. E mi sa che quel Paese lo sei anche tu, Capovì.
Un video che ho apprezzato, che cambia e gira veloce e ti sommerge di informazioni che non riesci a cogliere, ti sovrasta di immagini e loghi e lettere. E pubblicità e guerre e non ci serve niente.

Bellissima.
Noi più soli che mai. Soli nei palazzi, soli ancora nel Paese. Abbandonati a noi stessi.
Soli in compagnia.
E il primo testo degno di nota poetica.
La vita è un buco scavato a sacrifici.
Forse. La canzone d’amore per l’Italia.
Che sei bellissima ma non basta.
Non ci bastiamo più a vicenda.
E quindi ti saluto, bell’Italia – aggiungo io. Che non ci apparteniamo più.
In metropolitana fingendo il vuoto.
Odia la gente, ama le persone.
Il lungo sonno (lettera aperta al Partito Democratico).
Muah. Seriously?
Vogliamo dargli così tanta importanza? E senza accorgertene sei di destra?
Ma tutti questi paletti, non ritrovarsi più in questi paletti.
Destra e sinistra.
La storia corre.
Ma stiamo parlando di una classe dirigente che non è degna neanche di essere notata.
Non di sinistra, non di destra.
La fedeltà alle idee. Ma per piacere.
Ok, non te ne frega più niente. Neanche a me.
Che le idee sono state ribaltate e rivisitate, un qualunquista qualunque.
Quste sono definizioni assolute e andate.
E io di cultura e principi posso essere anche di sinistra.
Ma riconoscere un qualche ruolo agli pseudopolitici italiani – anche no, grazie.
Preferisco non andare a votare e si fottano tutti. Preferisco non scegliere, perché non è scelta questa.
Aspettando che cambiasse il mondo o che cambiassi tu.
Aspettando.
Ma davvero una canzone sul PD? Muah.
Una donna.
E il mitra sulle spalle.
Il mondo che gira e il suo destino.
E immagini lontanissime dalla nostra realtà.
E potresti morire, ma lontano da qui.
Una donna. Evoca fotografie di una guerra qualunque.
Una guerra che non abbiamo visto e di cui ci riempiamo la bocca ben sicuri, nella distanza.
E i profughi e noi qui a farci i cazzi nostri.
Moltodavveromolto bella questa canzone.
Anche nelle bassezze come “altro che strafighe in passerella”.
Che dovrebbe colpirmi, come idea di linguaggio – ma mi dà un’idea di preconfezionato fortissima.
Già sentito.
Capovì, dovresti essere un poeta. Dimmelo in un altro modo.
Non usare la prima forma che ti viene in mente. Non dico di perdere immediatezza, ma la rappresentazione degli estremi per luoghi comuni mi fa sempre un po’ innervosire. Specie da un personaggione come te.
Eddai.
Benzodiazepina.
Ansie e psicosi del nostro tempo. Leggere il bugiardino.
Sonnolenza, torpore, confusione, vertigini.
Emozione piatta. E poi lo scoppio.
Allucinazioni e dipendenza.
Bella, eh.
Ma forse andava interiorizzato un po’ di più un argomento del genere.
Sento un punto di vista esterno da narratore non onniscente.
Non so – su argomenti simili mi viene in mente Litio, dei Massimo Volume. Lì sì che la capisco, la psicosi.
Qui no.
Non voglio criticare a tutti i costi – soprattutto un gruppo che amo, eh.
Ma si pecca di superficialità più di una volta, qui.
Parere mio, eh.
Genova.
Argomento chiave dell’Italia del nuovo millennio.
Dai provocatori in borghese, dai fascisti in divisa.
Guardati.
L’effetto che mi fa è sempre un po’ sul sentito dire. Un racconto qui, un racconto là.
Cioè, io mi ricordo il racconto di uno come ZeroCalcare, su Genova. Che se vogliamo si propone come più cazzone di te, Capovì.
Ma lui era lì. Ha raccontato la sua esperienza, non quella di altri. E la differenza si sente.
Profumo di storia.
Storia vista in TV. Come me che ero al mare e guardavo sbigottita la diretta.
E volevo essere a Genova, ma ero al mare.
Ecco – se non c’eri, trovo più onesto dire che rimpiangi di non esserci stato.
E se c’eri beh – dì la tua cazzo.
Cazzotti e suppliche.
Stessa sensazione di déjà vu, déjà sentito.
Boh. Perplessa io.
Musicalmente sempre spacca. Pierpaolo atrofizzato. O io andata avanti.
Boh. Io lo amavo, sto gruppo. Cantante compreso.
E qualche bella parola e poi il vuoto.
Slint.
Ricordi e fili conduttori andati.
Ricordi pesi e sottili raggi di sole.
Canzone tesa e nostalgica. Autunni del cuore e senza via d’uscita.
Meraviglia, sta canzone.
Di sbarre e cormorani, infermieri, brividi, legati a un letto d’ospedale, pazzia e ancora cormorani che si tuffano a pescare.
Una storia, i dettagli. Finalmente.
M-e-r-a-v-i-g-l-i-a.
Meraviglia la chitarra, meraviglia la melodia e meraviglia la pesantezza.
Meraviglia anche il testo sussurrato prima, incazzato poi.
Best song dell’album.
Niente da aggiungere.
Sentimenti inconfessabili.
Un po’ di prese per il culo nel nome di Gesù.
E la morte e il vanto che fanno di te nella morte.
E l’Italietta che ancora vien fuori. Cattolica e malpensante e si infilano pure mio funerale e il voyeurismo e che sarà meglio risorgere o morire davanti alla TV con birra e panino?
Panico notturno.
“Mamma mia, ho sognato che ero morto”.
Una giornata al sole.
Domeniche, mal di schiena e bagnasciuga.
Felice? Non lo so.
Non lo so. Non lo so. Non lo so.

Album piaciuto?
Non lo so. Non lo so. Non lo so.

Cerchiamo di assorbirlo nel tempo e rimandiamo il giudizio. Ma solo perché siete voi eh, Teatri.

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. carlottavox ha detto:

    Mi sei piaciuta!!! Anche io ho parlato di qs album sul mio blog
    https://carlottavox.wordpress.com

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    1. Valentina ha detto:

      Grazie! Leggerò volentieri il tuo pos 🙂

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  2. carlottavox ha detto:

    Valentina abbiamo postato il tuo articolo sulla ns pagina facebook STASERA MI SBRONZO DI BRUTTO,vieni a trovarci e commentare

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    1. Valentina ha detto:

      Ehi ma grazie! Vengo sicuro a vedere 🙂

      Mi piace

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