Roma live!, Baustelle

Dell’uscita del nuovo album dei Baustelle l’ho scoperto tipo due giorni fa. Un’improvvisata.
Non è che io sia proprio un’amante dei dischi live, ma son comunque contenta perché – sai com’è – no concertini da tempo e cerco dei surrogati.
E loro mi piacciucchiano siempre tanto. Ecco.
Così stamattina mi son messa brava brava ad ascltare lo streaming, che iniza subito con La guerra è finita.
Diversa quanto basta da capire che non è l’originale, pubblico urlante a inizio canzone. Che poi il racconto su sta ragazzina stronza mi è sempre piaciuto. Stronzetta ed eclattante. Che come te lo narra il Bianconi poi oh – è sempre un’emozione rétro. Anche se te la vedi proprio bene come tua coetanea, sta stronzetta insensibile che poi s’ammazza. Parole nere di vita, la guerra è finita. E le conseguenze del gesto, sicuro senza neanche capirne il significato. Che questa qui mi ha sempre dato l’idea di volersi far notare, anche nel momento finale da lei scelto, un atto di affermazione suprema di se stessi. La stronzetta suicida che poi tutti diranno – ah, vedi non era così cagna, probabilmente anche lei soffriva. Seh. Voleva solo farsi notare, la scema. E s’è ammazzata. Ecco la mia interpretazione sensibile, empatica e a cuore aperto della canzone. Il pubblico che strilla sotto. E mi vergogno di immaginarmici, nel pubblico. Che un live dei Baustelle non lo vedo dal 2013, porcaccia. Troppo tempo e troppa voglia.

Il Bianconi che saluta e La moda del lento.
Il mix di canzoni da concerto mi sconvolge la routine, sono abituata ad ascoltare gli album dei Baustelle sentendo le canzoni dalla prima all’ultima, come fossero sempre dei concept. Che poi in realtà lo sono. Questi salti di anni in anni mi straniscono. E questa canzone ha dei versi assurdi e mi ritrovo a cantare anche io ho più freddo adesso di quando tanti anni fa la neve bianca mi gelò la giacca a vento. E mi viene da stringermi e difendermi, come se da quel freddo fossi davvero attaccata. Che poi oggi qui è pure una bella giornata. Guarda come sei ridotto, mi fai pena, cerca uno psicologo. Tra l’altro l’ultimo concerto dei Baustelle che ho visto era agli Arcimboldi, seduti composti. E voi sapete quanto io soffra per i concerti a teatro, vero? La castrazione. Bello, eh. Bello. Ma mica che ti puoi mettere a urlare sotto lui che canta e Rachele che gli fa la seconda voce.
Comunque.

Signora ricca di una certa età. Non conosco sta canzone.
Ah, l’amico Google mi dice che è una cover. Da romanziere-canzoniere-chansonnier. Sempre cantautorale, anche con questa versione italiana di A Lady of a Certain Age dei The Divine Comedy. Vedi, oggi conosciamo un gruppo in più. E un capodanno tuo marito se ne andò e poco tempo dopo il cuore gli scoppiò. Saperci fare con le parole. Tu non mi deludi mai, Bianconi. Sottopalco a gridarti Bianconi ailloviù. Qualunque cosa tu faccia. Ma fatti ricrescere i capelli che stai meglio, va.

EN. E mentre riascolto per scrivere l’articolo mi sparo il terzo tè nero della giornata. E sono solo le 16:25. Se scrivo più stronzate del solito è colpa della teina. Giuro.
EN. Farmaco antidepressivo, they say. La fobie dell’uomo contemporaneo. Avessi la bellezza classica che vive in te. Di tutte le cose che vorresti, che vorresti essere lei, brillassi io al pari della tua ceramica. I tuoi fianchi li avessi io. Calma e forse un po’ rallentata come versione. Ecco – forse da qui iniziano i rallentamenti. O è una mia impressione? Canzoni più lente e soft delle versioni originali, ma non male.

E La canzone di Alain Delon. Io La moda del lento lo adoro.
Di tutti quei racconti di giovinezza nostalgica, di amori esagerati e tendenze all’autodistruzione e presagi cupi. E sentimenti accesi. E pentimento e scene madri. Che sono diverso, sono sporco avevo, torto marcio – tu, piangevi. E di personaggi creati su se stessi, Alain Delon. Piangevo. E gli opposti di bellezza e sqallore del mondo e l’osservazione esterna della meraviglia. E profilattici, sigarette ma sono diverso avevo torto marcio. E capire tutto in ritardo. Molto in ritardo. E di tutta la tristezza andata. Com’eri piccola! Piangevo. Ridevo. And so on.
E Rachele in sottofondo. E di tutti gli anni di bagagli, scopate, relazioni cambiate, recite e teatralità. I rimpianti già dal giorno dopo che si è vissuto qualcosa. La bipolarità di chi vive nel passato. E dentro la propria testa. Piangevo. Ridevo.

Applausi. E grazie per conoscere anche le canzoni vecchie, dice.
E come parte La canzone del parco pure io vi griderei in faccia.
Di bisbigli adolescenziali e sabati dopo la scuola. L’albero testimone e domani è lontano. Invece ora domani è qui. E quell’albero guardone involontario e vittima di incisioni di cuori, quell’albero guardone siamo forse noi da adulti? Riguardiamo nuvole di desideri. Oddio non ci sto dietro a scrivere, è troppo veloce questa. Penso che ho di nuovo i brividi e mi lascio prendere da domande inutili. Proprio come ora. Cazzo di meraviglia, sta canzone. Che non mi resta che piangere sui miei rami umidi senza sapere a cosa pensavo allora. Posso solo esistere, in eterno vivere. Senza avere gli attimi degli amanti giovani. E siamo qui piantati in un terreno autunnale a guardare da spettatori queste scene di vecchi sogni al rallentatore.

Le rane. E sempre sta cazzo di gioventù che ritorna. Le rane. E la scoperta del sesso e la scoperta di tutto, prima di lanciarsi verso il futuro. Chiusi in un paesino pieno di stagni – dice il Bianconi. Che voi avevate il Colosseo. Noi le rane. Come ti capisco, Bianconi. Che manco noi avevamo il Colosseo. Ma quelle strade da cui non vedevo l’ora di scappare sembravano comunque immense. E tutto si è svolto lì, la formazione di ogni aspetto e di ogni attitudine. Tutto accadeva lì. E tu c’avevi le rane. Noi il lungomare. E i cani randagi. E gli uomini randagi. Di tutto quello che mi ricorda sta canzone. Che parli di te ma parli di tutti, evidente. Andiamo via dalla realtà, dalle case popolari. Che fine hai fatto? Ti sei sistemato? Che effetto ti fa? Vivi ancora in provincia? E pensi a tutti quelli lasciati indietro. A tutte le presenze costanti perdute. E rivedersi è sempre un brivido. Pugnalata inaspettata. E torni al tuo paese, e tutto è cambiato nei piccoli particolari che rendevano quello il tuo mondo. La rivoluzione delle strutture e l’apparenza che tutto sia sempre statico. Ma è una vita che non abiti più lì. E i dettagli cambiano. E contano. L’ultima volta che ti ho salutato poi sono scappato nel cesso del bar ed ho pianto sul tempo che fugge e su ciò che rimane. E non ho niente da aggiungere. Story of my life proprio.

Nessuno. E la prima canzone nel presente di questo concerto. Focalizzata sulla passione di oggi, su un sentimento adulto che può permettersi di essere tenero e zozzo. A parte la cosa sui figli che mi fa sempre starno – e poi i figli anche no. E tutti gli argomenti alti che ci si aspetta un adulto padroneggi. Religione, mercato e domande dei bambini. Non mi resta più nessuno tranne te. E forse tra 10 anni sarà proprio così. Che magari ancora non capisco benissimo la verità di questa canzone. Io credo nel caos e nella violenza, guardate le spiagge, guardate la fame, il figlio di troia che appalta la Rai. E come mi piace il Bianconi anche quando parla di contemporaneità, con i suoi giudizi sui sistemi più alti e sulla cronaca della quotidianità. Come mi piace. E dammi figli e oscenità e tenerezza e dignità. Non ho amato mai nessuno come te. Però è un verso bellissimo dammi figli e oscenità. Anche se non vuoi dei figli, è un verso bellissimo.

E torniamo al passato con Alfredo.
Che sta canzone mi ha sempre ricostruito intorno un’Italia di prima che esistessi. E io me la immagino proprio, questa Italia in bassa definizione, con i colori tendenti al giallo-arancio, inchiodata davanti alla TV. Me la immagino proprio quest’Italietta che guarda dentro al buco nero, dentro al pozzo più profondo. Mi immagino l’Italia sconcertata delle casalinghe che preparano la cena con gli occhi fissi verso lo schermo, la faccia contratta in una smorfia di invocazione a santi diversi a seconda della città. Mi immagino l’Italia tutta e le reazioni dei bimbi che anche loro si fermano a sentire questa strana notizia. E mentre tutti guardano, mentre l’Italia si ferma con il fiato sospeso da commare di paese, questo bimbo affonda nel fango. Sento tutte queste voci, tutta questa gente ha già capito che ho sbagliato, sono scivolato, son caduto dentro il buco. E le sue parole, le parole immaginate da Bianconi per questo bambino sono un’eccesso verosimile di realtà. Le parole da bambino, i panni del bambino. Uno si alzerebbe in piedi a gridargli Bravò! Comunque c’è questa Italia da filtro Instagram con tutta la sua DC e tutti i suoi preti e politici e sportivi sensibili e Pertini che no, non riesce a salvarlo – sto bambino. Scivolo nel fango gelido, il cielo è un punto, non lo vedo più. E c’è l’uomo ragno sardo. E niente anche lui. Dico Ave Maria – che bimbo stupido – piena di grazia, mamma. E tutto il mondo sta a guardare la morte della creatura.

baustelle_roma-live

L’aeroplano. Cosa resta di noi, un rottame di Volkswagen. Rottami noi e tutto ciò che è il presente. Io ti amo e non ti penso mai. Ancora quello che rimane. E quella musica che si insinua nella voce di Rachele, protagonista assoluta. Che cosa resta di me, delle bocche che ho baciato in discoteca. Stupidi noi che piangiamo disperati. La fine ineluttabile e l’aeroplano che continua fregandosene di tutto.

Altra cover. Col tempo. Traduzione in italiano di una delle più belle canzoni sul tempo mai scritte – dice Bianconi. Di Leo Ferré. Ogni cosa appassisce, io mi scopro a frugare in vetrine di morte. Tutta questa decadenza del tempo che passa, tutta sta decadenza – dio, che fascino. L’irresistibile attrazione della mancanza. Certo che la subiamo proprio in tanti, eh. E ti senti tradito degli anni perduti.

Il corvo Joe. Di romanticismo e poeti maledetti. La fissa per i temi dei poeti del male. E un corvo tetro che pensa a fregare le ricche vedove, un clochard rifiutato da bambini e persone perbene. Esser simbolo di paura e di morte. Ladro ma fine gentleman. Animale emarginato dai borghesi che trova brevi rifugi negli alberi. E lui osserva tutte le scene, la vita del parco e la condanna della sua mancanza di grazia. Io sono il corvo Joe, faccio paura. Solo certi poeti del male mi sanno cantare.

Andarsene così. Che già tutti i dischi dei Baustelle sono intrisi di malinconia e morte di stagioni e anni, ma la scelta delle canzoni in questo concerto – beh, livello superiore. Il ricordo si sa, trasfigura la realtà. E l’impossibilità dell’aldilà, nel dolore e nell’amore e nelle parole. E la rinuncia alla lotta. Spegnersi, sparire, zip!, invisibili. Taglio netto. Andarsene così.
E buonanotte. E chiusura concerto.

E ok, ora il bis e ora si canta. Charlie fa surf. E le mille versioni di questa canzone. Con il ragazzino più attivo del mondo, consapevole di una consapevolezza che mi da sui nervi. Ma lui fa tutto, si cala MDMA e suona e programma la durm machine e fa skate. Ragazzetto sveglio. E Bianconi sta zitto e fa cantare il pubblico, e lui sta zitto e mi sento anche io che canto ora. Non me n’ero neanche accorta. È questione di equilibrio, non è mica facile. E io non ho pietà. Primino della classe dai mille interessi e dalle mille curiosità. Saccentino alternativo. Sfiguratelo in volto con la mazza da golf. E per i più svariati motivi. Una mazza da baseball quanto bene gli fa. Alleluja. Alleluja.

E ciao Roma.
E ciao Baustelle.
E magari fateci sapere a quando un altro concerto dal vivo e non nelle cassa di casa – eh.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...