Le cose cambiano, Giorgio Ciccarelli

Il momento di Le cose cambiano è arrivato nell’esatto istante del mio cambiamento.
In questa piccola nuova casa arrampicata su un canale. Nella pioggia e nel buio e le attese.
E ho messo il CD, sfogliando con calma ogni pagina del libretto, leggendo i testi.

Ho incontrato Giorgio la sera prima di lasciare Milano, il suo album è stato l’ultimo regalo ricevuto in terra italiana.
Che mi aspettava la partenza il mattino dopo, presto. Che mi aspettava la partenza, l’ultimo sushino buono con la mia amica e ancora scatoloni da fare. Scatoloni che poi neanche ci sarebbero entrati, in macchina.
Vabbé.

E sono tornata a casa per l’ultima volta, per l’ultima notte – con questo bottino illustrato e cantato tra le mani, consapevole che sarebbe passato parecchio prima di avere modo di ascoltarlo con calma.
Consapevole che dovevo prendermi del tempo, per immergermi in un lavoro del genere.
E cosí i giorni sono corsi via – 16 ore di auto in giro per l’Europa, traumi e lacrime e pacchi da disfare. La casa da sistemare.
E altri articoli da finire.

Ma ora ci siamo. Io inizio a parlarvene, dell’album.
Inizio a parlarvene e se riuscite a leggere tutto – beh, in fondo c’è la bonus track del post. Giorgio Ciccarelli che ci dice qualcosa in più sul suo ultimo lavoro.
Ah, e ci sono pure le voci di due dei disegnatori, nel mezzo.
Immergetevi, quindi.

Che è un progetto importante, questo. Un progetto complesso. Costruito da molti artisti.
Le parole di Tito Faraci. I disegni di molti tra i miei più cari illustratori. La musica made in Cicca.

E i temi. L’onda, l’onda che ritorna più volte nel corso del disco. Il sinonimo del cambiamento. La ciclicità e lo scorrere. Questo scorrere implacabile a cui più di una volta si accenna.

E l’intro strumentale. Calma e quieta e pure un po’ inquietante. Per rinascere bisogna prima morire. Sia chiaro.

Venga il mio regno. I figli di Giorgio che fanno le filastrocche e i cori. La base pesante e il timbro rauco. Urlato. Vattene vattene via. Che sembra allontanare tutti e riprendere il controllo. E le voci registrate in lontananza. Riappropriarsi di sé. Cacciare via alter ego malati. Cacciare via tossicità e passati da bannare. Piantarsi per terra e occupare il proprio castello. Un, due, tre, lo sai che cosa c’è? Del mio regno sono io il re.

Tu sei l’onda. E l’uomo abbandonato di Sergio “Saccingo” Tanara. Abbandonato a se stesso. Come pietra assente a sé. Nell’attesa che arrivi tu. Ricomincio ad esistere. Che domini destini. E muovi e fermi il cuore. Cura e malattia. Soft e inesorabile. E la pagina dedicata al cuore mollato lí, ad aspettare.
Sergio, mi descrivi in due parole la prima sensazione a sentire la canzone che hai disegnato per Giorgio?
ST: In realtà non ho disegnato l’illustrazione sulla base della musica, ma sul testo, anche se avevo avuto la fortuna di sentire in anteprima i brani del disco – forse non erano stati nemmeno finiti di mixare definitivamente – mentre andavamo tutti allegramente in macchina a Molfetta per un concerto dei Colour Moves.
La cosa che più salta all’occhio scorrendo i nomi dei disegnatori che hanno illustrato “Le cose cambiano” è che il mio nome non rientra tra i disegnatori di fumetti di genere (l’entourage di Tito Faraci per intenderci).
Sono un po’ un cane sciolto – faccio sì delle illustrazioni ma per la pubblicità – oppure ho fatto wallpainting e quadri molto “grafici e pop” ma non mi sento di dire di essere un disegnatore, così come non mi sento di dire di essere un pittore – nonostante abbia realizzato parecchi quadri.
L’illustrazione per la canzone segue in qualche modo questo mio percorso trasversale di unire colori, forme, parole e segni. Quando ho chiesto a Giorgio cosa dovevo illustrare, se c’era un tema da seguire, mi ha detto “l’amore”, prima ancora di leggere il testo. Una volta letto il testo mi è stato abbastanza facile mettere un cuore in attesa che è tale e quale il suo possessore/padrone della prima illustrazione. Ma forse siamo tutti noi che assomigliamo al nostro cuore.

La quadratura del cerchio. Di geometrie che non collimano. Astrazioni di forma e sembra strano ma stanno cerchi dentro quadrati. Corpi incastrati. E non li sai fermare.


Le cose cambiano. Di illustrazioni in bianco e nero e tempeste, grammofoni e alberi spogli. And you can’t go back. E ci rivedi la descrizione dell’ultimo anno. Con i pochi elementi conosciuti, con le poche sensazioni di pelle e empatia. Continuare a fare musica e ripartire da se stessi. Siamo ingranaggi minimi ma molto solidi. Le cose cambiano ma non ci fermano. E una sorta di malinconia inaspettata, ingestibile, spiazzante – fino a ritrovare la rabbia. E lasciarla scorrere. Ma puoi resistere, che non è arrendersi. E nell’improvviso scoppio dell’istante che cambia il mondo esterno – non ti rendi conto ma hai già iniziato il mutamento interno. Che siamo nati per adattarci. E stai cambiando forma. E stai lottando anche se non sembra. Anche nella disperazione, stai lottando. Anche nel tradimento. Che già prepari il nuovo te. E le giornate eterne e immobili a pensare. E lo studio del cambiamento. E la necessità di morte e di affondo e di risalita. E arrampicarti di nuovo alla vita. Per poi rinascere.

Più vicino. Rosso, rosso e nero. Fuori è notte fonda, non ho le parole. Proprio come adesso, sola in questa casa semisconosciuta.  E la mancanza. La mancanza assoluta di quel non importarmi più un cazzo, e il cielo come sangue nelle pagine di Claudio Calia. E un bacio ultimo. Il ricordo. Sei ancora chiusa dentro me. E la città che sta a guardare.

Non puoi tradire un amico. Ma forse anche sì. E le parti veloci e confuse, un dialogo con se stessi. Senza giustificazione e ancora chitarre e mai, mai, mai.
E di perdono si parla, perdono improbabile e perdite pesanti.

Trasparente. Canzone delicata e ancora immagini rosse, fuochi e fantasmi vivi. Che ti passo attraverso. Che sei sparito anche se sei qui. E nessuna maschera, che mi leggi dentro. O forse non leggi niente e allora cerchi a suon di pugni e carezze. E scavi ma io sono trasparente. Non nascondo niente, anche perché non potrei. E sono totalmente trasparente.

Questo sì che sarà un no. E una delle ragazze di Baronciani. Sdoppiata nella sua china nera, che si volta a guardarci, con quel cuore tatuato trafitto e sanguinante. Che sarà di noi? E lei si volta chiedere e si volta a rispondere. Tu lo sai… non mi chiedere. E un rapporto che non vuole finire. Troverò, mi inventerò, questo “sì” che sarà un “no”. E la chitarra distorta, come questa relazione che finisce e non vuole finire. Non mi chiedere.

La tua prigione. La linea dritta era un cerchio chiuso. E continua il carcere nella tua prigione. E non vuoi uscirne, vuoi caderci dentro e sprofondarci ogni volta. Con il pubblico che ti guarda e non ti aiuta. Per loro sei un incidente stradale. E mettiti in testa che no – non puoi fuggire da te stesso. Sei la tua condanna, sei il secondino – sei il prigioniero.

Amore: è una parola. E le linee nette e surreali di Alberto Corradi. Tra matite, parole e teschi. Lettere e ossa. Nuvole nere e un cuore. Dei grossi occhi rossi. E la storia in una frase. Amore è una parola di mille lettere. Dalle prime sbandate a scuola, all’ultima definitiva di quando muori. E baci e occhi chiusi e tutto rimane fuori. Chiuso fuori da quel momento, con le palpebre a filtrare realtà e sensazioni. In un milione di caratteri.
Alberto, mi descrivi in due parole la prima sensazione a sentire la canzone che hai disegnato per Giorgio?
AC: La prima sensazione ascoltando “Amore: è una parola” è stata quella di un concetto che ha preso forma attraverso parole e note. Dato che le mie opere spesso vivono di simboli e metafore, il meccanismo per giungere alla realizzazione dell’illustrazione si è attivato presto.

La vita in generale. E qui ci si ricollega a Tito e apriamo una parentesi che mi era rimasta nella tastiera da un po’. Ho letto il libro La vita in generale, appena è uscito. Ricordo la presentazione a Milano e quella prima canzone di Giorgio ad annunciare disco e collaborazioni. Quella prima canzone quasi in punta di piedi, da solo davanti al pubblico. Ho letto il libro di Tito, e lo rileggo tutto nell’illustrazione di Paolo Bacilieri. Le mani di un uomo come una bestia, le mani curate di una ragazza. Scaldarsi con i giornali che bruciano dentro a un bidone. Nella notte fredda di una Milano nascosta nei vicoli bui. Ed è un libro hi-fi, quello di Tito Faraci. E lo dico nel senso positivo del termine, non in quell’accezione di perfezione cosí out che gli si attribuisce ora. Un libro hi-fi perché è impeccabile.  Non una virgola fuori posto, in quella storia. La storia del Generale, rise and fall. Ascesa e declino. Non un declino mediocre, non un declino comune.  Arrivare talmente in basso da nascondersi per le strade conosciute solo da chi per strada ci vive. Una Milano fatta di case abbandonate, marciapiedi inscovabili, calcinacci che cadono e decadenza di un urbano paradiso perduto. Il generale, giovanissimo imprenditore prima e istituzione economica poi. Il generale della Milano da bere – dio, quanto odio quest’espressione – degli anni ’80, il generale della moglie nella sua immagine scontata di fashionista come ci si aspetta che sia. Il generale tradito e rinchiuso, il generale in galera. Il generale da solo dopo aver scontato gli anni.
Alla Feltrinelli di Piazza Piemonte, Tito raccontava dei milanesi. Quando ti incontrano per strada, hanno sicuro una domanda lavorativa che li riguarda da porti. Ottenuta risposta, si sentono in dovere di chiederti sull’andamento della tua vita in generale. “E la vita in generale come va?” E hanno già smesso di ascoltarti. La prassi di Milano. Basta, chiuso. Non gliene frega più un cazzo. Questa, è la vita in generale.
E continua in questa canzone dalle note basse e pesanti. In queste note di ansia e oscurità. Cosa vuoi che sia questo scorrere? E la voce lontana e grave di Giorgio che parla e canta. E tutto se ne va. E lo stridere della chitarra. E la vita introvabile di quei labirinti segreti. E tutto se ne va.

Non c’è risposta. La dolcezza. E un carboncino bianco su nero, luminoso e sfuggente. Con quanti inganni potrò barare? Acustica di occhi e assenza di certezze. Quali altri occhi potrò guardare senza vederti? Che non esiste fine più lieve. Non c’è risposta.

E in tutta questa ricchezza di contenuti, ho tralasciato la copertina. Quel cuore bucato, nelle forme precise dell’essere umano sofferente. Quel cuore bucato di Paolo Castaldi, che in tutta la dinamicità di quel disegno vedi il vuoto. L’assenza. Proprio in quel punto. E all’interno della copertina, due figure. Una coppia, ripiegata su se stessa. Sospesa in uno scenario di acquerello, colore e vuoto. Vuoto anche qui. Che le cose cambiano, sì – ma la mancanza è sempre presente.

Vi siete sorbiti ogni mia elucubrazione sull’album. Bravi. Grazie.
Avete meritato di leggere la voce più autorevole dell’autore.

La prima impressione che hai avuto leggendo i testi di Tito? Ti ci ritrovi? Li ha composti su misura pensando a te oppure sono sensazioni che anche lui condivideva e sentiva il bisogno di comunicare?
In generale si può dire che l’amicizia, oltre che sull’affetto è basata su un comune modo di sentire, di vivere le cose, di vedere la vita, una condivisione che ti porta a capirti al volo, a fare, a volte, delle battute di un cinismo pazzesco oppure a fare un commento sprezzante, sicuri che il tuo “amico” non interpreti male. Questo per dire che con Tito c’è stata una sintonia totale, non mi sono mai soffermato a valutare a cercare di capire, siamo subito partiti in quarta a ragionare sull’efficacia di alcune parole rispetto ad altre, piuttosto che a cercare di capire se il testo fosse adatto al tipo di musica oppure a cercare di scandire bene le parole. Insomma c’è stata condivisione totale, lui sentiva la musica come sua ed io sentivo i testi come miei.  Be’, però un’eccezione c’è stata e riguarda Amore: è una parola, quando me l’ha fatta leggere, non ho voluto cambiare una virgola, gli ho detto che a costo di recitarlo, avrei inserito il testo così com’era ed infatti l’ho recitato.

Le cose cambiano esorcizza un po’ tutto il passato, quasi come rassicurare se stessi sul fatto che si va avanti comunque, qualunque cosa succeda. Sei d’accordo?
Sì, avanti comunque. La canzone “Le cose cambiano” è il racconto di una crisi, di una sconfitta, a cui però bisogna saper resistere, il che non significa arrendersi e subire in modo passivo il cambiamento, ma cavalcarlo e prendere ciò che di buono c’è nei mutamenti, anche se negativi e cercare di girarli a tuo favore per migliorarsi. Insomma, è la solita vecchia solfa, sai, quando vieni lasciato/a dal fidanzato/a, si dicono queste cose, ci si da la carica… la verità è che il colpo c’è e lo subisci, non ti resta che reagire nel migliore dei modi possibile.

Il libretto è ricco di disegni, provenienti tutti da mani diverse. Hai rivisto le tue canzoni in quelle illustrazioni o i testi sono stati interpretati in maniera più inaspettata?
La cosa meravigliosa di questo progetto è che le canzoni si possono “vedere” oltre che sentire, tutti i disegnatori hanno avuto carta bianca nell’affrontare il lavoro, gli si è semplicemente detto di disegnare quello che il pezzo ispirava loro e le sorprese per me sono state tante… Alcuni hanno centrato perfettamente il significato del testo, forse perchè molto chiaro e diretto, altri hanno colto e rappresentato delle sfaccettature nascoste della canzone, oppure sono rimasti affascinati da una parola, da una frase e da lì hanno costruito il disegno, il fumetto. La cosa straordinaria è che in tutti i disegni io riconosco, ritrovo, un pezzetto di canzone e quel disegno mi fa vedere la canzone stessa da un punto di vista differente che io non avevo considerato.

Hai scelto tu gli illustratori?
No, gli illustratori sono per buona parte amici di Tito, gli altri sono  amici/collaboratori di Alino di Comicon Edizioni. Devo dire che il criterio con cui sono stati scelti i disegnatori è stato più uno scriterio piuttosto che un criterio, nel senso che eravamo piuttosto di fretta e Tito, senza pensarci su due volte, telefonava all’amico che gli veniva in mente in quel momento e gli parlava del progetto. Devo dire che in più di un occasione ho sentito dire da Tito “ma come ho fatto a non pensare a tizio!!!”, ma è andata così e devo dire che alla luce dei fatti, è andata proprio bene.

Il Lucca Comics è un ambiente poco convenzionale per la presentazione di un album: com’è andata?
È andata molto bene, presentare il disco al Lucca Comics era importane per il progetto, è stato il suggello al lavoro svolto, il luogo principe dove sancire l’incontro tra musica e fumetto e anche a posteriori, non mi viene in mente un luogo più adatto. Io sono molto orgoglioso dell’unicità di questo oggetto, lo vedo non solo come un disco, ma come un “prodotto sperimentale”. Ci sono stati molti progetti musicali legati al fumetto in passato, ma credo che “Le cose cambiano”, sia uno dei più ambiziosi, perchè pone sullo stesso livello musica e “arte visiva”, è un prodotto che puoi trovare sia nei negozi di dischi, che nelle librerie/fumetterie.

Leggevo in un’altra intervista che hai sempre delle canzoni nel cassetto, pronte all’uso. Dopo questo album te ne sono rimaste?
Fare musica per me è un’urgenza, non mi fermo mai, ho sempre una canzone nuova in testa, negli ultimi anni ne ho accumulate tante, perchè non tutte quelle che facevo finivano nei dischi degli Afterhours, per cui le accantonavo e le lasciavo “maturare” nel famoso cassetto e anche se può sembrare una minaccia, ti devo dire che ne ho ancora tante…

Progetti futuri?
Suonare tanto dal vivo per dimostrare e confermare che le cose possono cambiare.

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