Mi ami?, CCCP

Questo è un post lampo.
Un post su una sola canzone.
La ascoltavo poco fa, Mi ami?.
E oh – non ridetemi addosso – ma secondo me è una delle canzoni d’amore più fighe mai scritte.
E manco sembra una canzone d’amore.

Superate la fase dell’erezione triste, la fase grottesca del coito molesto-modesto-molesto.
Superate l’immobilità noiosa della quotidianità iniziale. Del provare in giro, del provare tutto. Del provare niente.
Superate gli spermi indifferenti e l’attitudine quieta di chi ancora non si è sfondato il cranio a suon di ossessioni.
Superate gli ingoi indigesti e la patina di tristezza del mattino dopo.
Superate tutto questo.

E arrivate a lei.
Io attendo allucinato la situazione estrema.
Arrivate alla situazione estrema.
Alla bomba di baccano che brilla all’improvviso.
Arrivate alla confusione.
Al non capire nulla.
Arrivate agli occhi aperti, occhi aperti nel sogno.
Un grande sogno nitido.
E iniziate a chiedere.
Chiedendo alla tua pelle.
Iniziate a supplicare.
Supplicare pelle e una amorosa quiete, una amorosa quiete.
Con le dita affilate, dita di barbiere.
Dita che mai l’hanno rasentato, un gioco così.
Sfiorarti come a caso, con aria imbarazzata.
Eh.
E mica si capiva bene al primo ascolto – cosa diceva Ferretti.
La convulsione di un locale affollato. Il buio e i neon. La musica in una raffica potente sputata sulle teste.
Atmosfera pesante,  elogio alla tensione.
Ti scopri in equilibrio, sospeso nel tempo.
Tranquillità assoluta,  tranquillità assoluta,  tranquillità assoluta.
Silenzio.
Travolto negli occhi, travolto nel film del momento perfetto.
Taci. Fermo.
Un rapimento, un’estasi, su un punto delicato.
Questa non è una replica,  facile e leggera, non è una mossa tattica.
Nessun movimento previsto. L’arresto sbalordito.
Che non era calcolato nell’equazione dell’abitudine.
Mi ami?
Subito. Così. Senza perdersi in attimi da cestinare.
Mi ami?
Saltare le spiegazioni. Saltare i concetti. Saltare la vergogna.
Mi ami?
L’affinità è elettiva, orfana di futuro. Disturba i progetti, rapisce la quiete.
E si infiltra da ogni taglio, dentro alla pelle.
In ogni spacco. Nello sterno. In ogni anfratto dello stomaco.
Entra nel vortice. Entra nel vento di questo istante. Ci gira dentro e lo esplora pacato – che manco mancasse la gravità. Entra palpitante nel lampo e oscilla.
In bilico in quell’affinità elettiva di poco fa – quella che svela i conti in sospeso, accarezzati in sogno, in un tempo spezzato, che gira, rigira, ritorna all’inizio.
Non vuole finire.
Eterno impulso. Appeso.
Mi ami?
Mi ami?
Mi ami?
E niente conta più.
Ossessione. Sorriso basso. Ossessione.
Smettila di parlare, avvicinati un po’.
Smettila di parlare, avvicinati un po’.
Smettila di parlare, avvicinati un po’.
Smettila di parlare, avvicinati un po’.

Finisco di scrivere.
Cerco su Wikipedia effettive informazioni sul brano.
Brano ispirato a Frammenti di un discorso amoroso, di Roland Barthes (1977).
Mannaggia a ‘sti saccenti dimmerda.
I titoli di alcuni capitoli del libro compongono parte del brano.
Fuck.
Pensavo ti fossi innamorato, Ferretti.
Pensavo al tuo cuore, sistole e diastole – il tuo cuore che esplode e si contrae.
Fuck.
Preferivo non sapere.

E anche ora che so – comunque una delle canzoni d’amore più belle di sempre.
Convulsa e travolgente.
Caos e utopia.
Violenza e illusione.

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