I Joy Division di Peter Hook

Questo è il primo post del blog che vorrei tradurre in inglese.
Ma sono troppo pigra per farlo e mi sembrerebbe poco immediato e chissà quanti errori farei.
Ma Hooky, questo è per te.
Come sarei voluta essere a Genova a invaderti il palco, sabato scorso.
Come ti avrei voluto vedere, davanti alle tombe di quelle statue disperate, di quelle statue di oscuri presagi non colti.
E mo non è che so bene che fare, con questo post.
E che faccio? Racconto le tue parole, Hooky? Aspetto a scrivere much more e mi leggo anche il libro di Debbie Curis? Inizio una serie di post sulla Manchester post punk? Vengo a uno dei tuoi prossimi concerti e mi inginocchio? Boh, Hooky.
Non so bene che fare.
Mi sa che inizio raccontando ciò che racconti. Sia mai venga anche ad altri voglia di leggere il tuo libro, che quanto ne vale la pena. La triste infanzia britannica. Di quel mood che mi ricorda un po’ la triste infanzia irlandese di  Frank McCourt. L’umido dei vicoli vicino al porto. Il buio in inverno. Le stronzate da teppistelli in estate. Città industriale. Working class. Tetti e comignoli. Sigarette.
E racconti di Salford, passando per la Giamaica e tornando a Salford. Dirty Salford. Periferia, palazzoni, playground. Che poi credevo di aver scritto meglio gli appunti, non mi son segnata perché hai fatto degli anni in Giamaica. Per il lavoro del compagno di tua madre? Anyway.
Anni di scuole high profile e mancanza di amici. Racconti del fratellino, Hooky. Racconta del ritorno in Inghilterra e della Grammar School.
Di quando hai conosciuto Bernard, a 11 anni.
Di come siete diventati amici.
E racconti dell’adolescenza, Hooky.
Di quel giorno in cui comprasti il Melody Maker e dell’annuncio del concerto dei Sex Pistols a Manchester. Che neanche sapevi chi fossero, i Pistols. Ma sì – andiamo.
E lì fuori dal locale, prima dell’inizio del concerto, hai visto il primo punk della tua vita. Giacca, pantaloni e stivali in pelle. Faccia sconvolta. Wow, pensasti.
Senza realizzare che quel primo punk era Malcom McLaren.
E tu e Bernard vi guardate, con i vostri jeans a zampa, il collettone e la giacca in velluto. Vi guardate e guardate lui. Così vi immagino. Con gli occhi gonfi di quella bellezza malata a sospirare wow. Nell’attimo della rivelazione. Nell’attimo improvviso che ti fa dire “cazzo – è così che voglio essere”. Lo abbiamo avuto tutti, un attimo così nella vita.
E il concerto. E Rotten, con un maglione giallo e strappato che guardava il pubblico come se volesse ammazzarli tutti.
L’attitudine dei Pistols e del punk. La scoperta che quella manifestazione dello stesso vostro disagio aveva un nome. Aveva un volto.
E il pubblico in una trance di baccano e rumore – che non si riconosceva neanche una canzone. Un concerto di mezz’ora. E la consapevolezza che sì – è proprio questo che vuoi fare: dire a tutti di andarsene affanculo.
Quella sera tu e Bernard decidete di formare una band. Bernard aveva già una chitarra, quindi a te spetta il basso. Così. Per caso. Diventate dei punk.
Al secondo concerto dei Pistols a Manchester ci fu molto più pubblico che al primo, racconti. Ma è solo al terzo concerto, che vedi per la prima volta sto ragazzo – la giacca con una enorme scritta in arancione fosforescente. La scritta HATE. Un ragazzo normale – più normale di quella manica di scoppiati. Gentile. E con un senso dell’umorismo affilato. Ian.
E lì inizia davvero tutto, Hooky. Si aggiunge Steve alla batteria.
E finalmente la band è al completo.

JoyDivision2

La registrazione pessima di una demo costata 600 sterline di un finto prestito per i mobili a nome di Ian, An ideal for living e la copertina di Bernard con il bimbo nazi che suona il tamburo.
Lì iniziano i solchi del vinile troppo vicini a togliere definizione, gli incazzi e l’esperienza.
Iniziano gli album regalati perché la registrazione fa troppo cagare, arriva Rob Gretton come manager a reinvestire i pochi soldi guadagnati.
Che poi An ideal for living ora è introvabile. Introvabile e contraffatto. E racconti che ogni tanto qualcuno ti porta un 12″ e non un 6″ da autografare e gli dici: amico, questo album non esiste. Il fan insiste e tu gli scrivi una dedica del tipo “questo è un bootleg, con simpatia Hooky”.
Oh, Hooky.
Che sei proprio come lo scoppiatissimo zio inglese che tutti noi vorremmo avere. E ti immagino al pub, Hookey. Ti ci immagino – anche se non bevi più. Il peso degli anni e della pancia, il peso della barba incolta. Ti immagino al bancone di questo pub a guardarti indietro, a guardare il primo EP e tutte le morti e tutti i Blue Monday e tutti i litigi.
Ti immagino a rispondere al telefono, a casa tua. Il cielo bianco e l’asfalto bagnato dei lane di Salford. Ti immagino a rispondere a quella telefonata, Hooky.
Ma a questo ci arriviamo dopo.
Ci arriviamo dopo una seconda registrazione di An ideal for living, ai Cargo Studio di Martin Hannet. Ti immagino aver paura di Martin Hannett.
E i primi tour e la mania del cazzo del pubblico di sputare. Che io manco dalla prima fila ci riuscirei, a farti arrivare uno sputo.
E sputavano addosso a te e addosso a Ian, e tu ti nascondevi dietro una cassa e arrivavi in corsa – a dare un colpo di manico di basso in testa a chi sputava.
E racconti di quella volta che i Buzzcocks si son beccati addosso la pioggia di sputi più grande mai vista, tanti sputi da interrompere il concerto. Cazzo di schifo. Che è con gli sputi del pubblico, che pure Joe Strummer si è beccato l’epatite.
E con gli sputi e i tour e la prima data a Londra, arriva anche la prima crisi epilettica di Ian.
Hooky, tu andavi sempre avanti con il furgone e gli strumenti, gli altri seguivano in macchina. Sempre il furgonaio disponibile – Hooky. E quella volta di ritorno da Londra non si vede nessuna macchina dietro. E aspetti. Aspetti. Ma niente. E decidi di andare a casa.
E scoprirai il giorno successivo della crisi di Ian.
Ma ehi, è tutto ok. Ian rassicura. E il resto della band non vuole vedere. Non vuole vedere dopo mille crisi, figuriamoci alla prima.
Ma ehi, è tutto ok. Ian rassicura sempre.
Che dopo un concerto e una notte a guidare, ti addormentavi all’alba in furgone o al lavoro. E chissà come faceva Ian a reggere. Chissà come faceva.
Un po’ tardi per domandarselo, zio Hooky. Ma ho le braccia piene di comprensione per te e per i tuoi pentimenti. E per i tuoi se. E per i tuoi regrets.
E racconti di quanto era facile scrivere i pezzi. Di come fluivano fuori dagli strumenti. Lisci.
Racconti di Shadowplay – che Bernard aveva ascoltato Ocean dei Velvet Underground e voleva scrivere un pezzo simile. Ondeggiante. Che non si direbbe che ci assomigli. Beh, forse nell’impatto e nell’atmosfera sì.
E che impressione, pensare a posteriori a quei testi premonitori di Ian. Che impressione non averli letti prima, aver pensato che sì – fossero solo delle belle parole. Nulla più.
In the shadowplay, acting out your own death, knowing no more.
I temi circolari dei Joy Division.
E ancora le crisi allo partire dello strobo sul palco. E ancora quel fiume in piena che scrive Unknown Pleasure.
Racconti della scelta di giocare in casa e registrare l’album a Manchester, lasciandolo produrre alla Factory. Rinunciando agli anticipi. Rinunciando a mollare il lavoro. Ma tenendosi stretti le proprie libertà.
Registrare di notte e nei weekend, che lo studio costa meno. E tutto il valore aggiunto all’album dalle persone cresciute nello stesso contesto.
E durante la registrazione nasce pure la figlia di Ian – ma lui non dice nulla. E nulla avreste saputo, se non aveste chiesto come si fosse fatto quel taglio in faccia.
Svenendo in sala parto.
Oh bien.
E l’atmosfera cupa di post-produzione, che mai convinse te e Sumner. Ma che convinse la storia. Che volevate un sound più cazzone e punkettino, ma quel drogatone di Hannett era proprio in linea con il mood di Ian. In effetti Ian era proprio l’unico che gli piacesse, della band. Convinse la storia, il sound di quell’Hannett lì.
Con quella copertina minimalista, con le onde sonore e un album che lascia il solco della perfezione nello zietgeist, I Joy Division si lanciano in un tour europeo di supporto ai Buzzcocks.
E iniziano ad avere a che fare con l’emozione di un pubblico che conosce i loro testi.
Iniziano ad avere a che fare con i fan e i giornalisti. E con Annik.
E con gli scherzi tra band. E ogni giorno una scaletta differente per risultare strani e sovvertire le regole – come il punk insegna.
E il tour si conclude con lo scherzo definitivo.
Vermi sul palco, ratti, schiuma da barba sul pullmino dei Buzzcocks e della loro crew. Ancora ratti.
E con gli scatti colossali di Anton Corbijn – regista decenni dopo del film Control.
Che Ian non era così poetico come dipinto in quel film, dici. O meglio. Lo era. Era anche così. Ma era anche un cazzone come voi. Che si ubriacava e pisciava nei posacenere. E c’era l’Ian della band, l’Ian della famiglia a casa e l’Ian cerebrale di Annik. E Ian era tutte queste cose. Bipolare e tripolare. Malleabile e mansueto. Adattabile al contesto. Che chissà qual era il vero Ian. Erano tutti veri, quegli Ian.
Così racconti, Hooky. Di un ragazzino di cuore. Sofferente e zitto – culturale – great compagnone. Pur sempre dei mediobassi fondi inglesi.
E di ritorno dal tour europeo iniziano i cazzi. E Ian che si ubriaca e si taglia con un coltello da cucina.
I brandelli di Love will tear us apart.
E tutti facevano finta che non fosse nulla. Che lui non fosse malato.
Tutti fingevano e lui rassicurava.
Che come tutti voleva solo che la band avesse successo. E voi vi facevate andare bene le sue storie e le sue scuse.
In mezzo alle crisi sul palco, che quasi soffocava e tu a tenergli la lingua in modo che respirasse. E gli stati concitati e l’agitazione e l’angoscia ma poi lui si alzava e – ok.
Diceva che era tutto ok.
Sto bene ora.
E si va avanti.
Annik, dicevamo.
Che vi accompagnerà per tutto il tour europeo, questa giornalista belga che fa un po’ da mamma chioccia.
E Ian che la sceglie come compagna intelletuale, come donna con cui parlare di Borroughs e di arte e mostre e gallerie e letteratura.
Lo vedevate un po’ pretenzioso, l’Ian di Annik. Eh, Hooky?
Com’era difficile da accettare l’aspetto più adulto del vostro amico.
Ma i barbiturici e la gelosia di Debbie intorpidiscono Ian, che continua a sentire Annik anche dopo il suo ritorno in Inghilterra.
E in tutto questo la registrazione del secondo album.
Che alla fine, era quasi una pausa dalla frenesia.
A Londra, ai Britannia Row Studios dei Pink Floyd – come delle vere star.
In un appartamento. E ancora Ian e Annik, in un altro appartamento.
Annik che lo distrae, Annik che lo fa comportare come si deve.
E voi sentivate di perdere il vostro amico. Eh, Hooky?
Che quello scherzo del letto smontato ve lo potevate pure risparmiare.
E come dei minchioni a guardare la reazione della coppietta dal buco della serratura del vostro appartamento di fronte al suo.
Che cazzoni.
E Ian per la prima volta davvero incazzato – e voi per la prima volta davvero preoccupati.
E Closer, in tutto questo.
Martin mixava di notte per non avere gente tra i piedi, e nell’album si sente.
Si sente il silenzio pesante della notte.
Il silenzio dell’isolamento. Isolation, direi.
E proprio durante le registrazioni, Hooky, trovi Ian tramortito dall’ennesima crisi. In bagno. Svenuto. La testa spaccata.
Ma lui si rialza, si rialza sempre.
Che ehi, va tutto bene – torniamo in studio a registrare.
E in studio si torna.
E racconti di quella volta che viene un gruppetto, in quello studio importante a disturbare Martin.
E quel gruppetto chiede di registrare con lui il primo singolo. 11 O’Clock Tick Tock.
E voi guardate quei ragazzetti con sufficienza, Hooky. Li perculate – quei 4 irlandesi che sembrano degli scappati di casa.
Ma dopo 7 anni ti mangerai le mani, Hooky. Che voi sopravvissuti siete ormai in banca rotta – e loro stanno registrando The Joshua Tree.
Anyway.
La copertina di Closer arriva come quella del singolo di Love will tear us apart.
Grazie a quelle foto appena scoperte da Peter Saville. Quelle foto scattate da Bernard Pierre Wolff, in un cimitero per ricchi mercanti di Genova.
Le foto delle statue a cui hai fatto visita poche settimane fa, Hooky.
Cazzo che momento. L’invasione dei ricordi. Ian. Gli album. La giovinezza. La band. La morte. Il successo. I litigi. La rovina. La fine. La celebrazione.
Cazzo che momento.
E quella copertina era bellissima e inquietante, se si pensa quanto piacesse a Ian e che mancavano meno di due mesi al suicidio.
E pensa a Love will tear us apart. Mai che vi venisse in mente che fosse per Annik e Debbie, eh?
Che a voi bastava l’esaltazione dell’averla scritta in 3 ore. A voi bastava che fosse fucking great. Il testo erano solo belle parole.
E ancora altre crisi sul palco al partire dello strobo – e Ian che collassa sulla batteria, si rialza e pretende di continuare.
E il giorno dopo un altro concerto.
E il primo tentativo di suicidio con un’overdose di Fenobarbital. Ma ci ripensa, Ian. Ci ripensa e avvisa Debbie. Ci ripensa e tutto si risolve con una lavanda gastrica.
Che ci ha provato, Ian. Ma ok, è evidente che vuole vivere. Altrimenti perché avvisare Debbie?
Vuole vivere.
Certo.
Questo vi ripetete, mentre ancora chiudete gli occhi.
Non è così, Hooky?
E così pensavate, quel fine settimana prima di partire per il tour negli Stati Uniti.
E l’idea di cancellare o riprogrammare il tour neanche vi sfiorava.
Va tutto bene. È il momento dell’ascesa.
È il nostro momento – e lunedì si va in America.
Ma Ian inizia con l’andare da Debbie. Che nel frattempo si erano separati e lui sta dai suoi.
Inizia con l’andare da Debbie.
E litigano. E lei va al lavoro. E lui si impicca.
Liscio. Così sono andate le cose.
Liscio e banale.
Alcool e caffè.
Iggy Pop, The Idiot a ripetizione.
E la corda legata a uno stendibiancheria.
E Debbie che rientra dal lavoro e lo trova così. Appeso. In ginocchio sul pavimento della cucina.
E il telefono squilla, Hooky.
Squilla durante il pranzo della domenica – e tu ti alzi a rispondere.
E la notizia. E lo stordimento.
Riattaccare. Tornare a sederti. Tornare a mangiare.
E Iris, dopo 5 minuti. By the way, chi era al telefono?
Ah sì – La polizia. Dice che Ian si è suicidato.
E dopo il vuoto.
Nessun ultimo saluto. Stretti in un conforto morboso al bancone di un pub.
Prima del rimpianto, prima dei ragionamenti.
E di nuovo a provare. Subito.
Che i Joy Division non esistevano più. Morti nel silenzio.
Morti senza aggiungere nulla.
Il distacco.
Spettatore di questo dolore, Hooky.
La nascita dei New Order.
E dei sensi di colpa.
E dell’imperfezione.
Che la magia era finita, Hooky.
Ma dice che tocca andare avanti comunque.
Non vedo l’ora di vederti in ‘sto revival, Hooky.
Dovrai pur passare dall’Olanda, prima o poi.
Voglio vedere la tua faccia e sentirti dire le sue parole.
La tua faccia e la tua voce.
Ti aspetto qui, uncle Hooky.
Stammi bene.


Tu che mi leggi sul blog: fatti sto regalo e pigliati sto libro.
Versione italiana Tsunami Edizioni.

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