Boys don’t cry, The Cure

Quest’album, quest’album.
Confesso di aver appena scoperto quest’album.
Che qualche settimana fa ero nella my old Milano, con F.
Ed era sabato sera, un sabato sera in mezzo a un concerto dei Verdena e a una presentazione di Agnelli al Bloom. Ipoteticamente dull, sabato sera. E un freddo cane, che continuavamo a guardare l’indicatore luminoso dei gradi esterni sul quadro della macchina.
-3. -1. -3.
Sto freddo cane che per scaldarci si girava nei campi padani, motore acceso e scelta di dischi. E io confesso. Non ho mai ascoltato un album dei Cure per intero. Che mi son sempre rimasti un po’ noiosi, in un album intero. Certo, meglio nelle raccolte. Meglio nelle hit. E la mia amica che sceglie di farmi sentire il primo album. Quel primo album che lei aveva consumato all’università.
E sconcertata – come è possibile che una darkettona-so-eighties come te non abbia mai ascoltato tutto l’album Boys don’t cry.
Hey baby, darkettona a chi.
Mannaggia, è sempre l’animo che ti tradisce.
Comunque iniziamo a sentire quest’album – e parcheggiamo fuori dall’Irish pub.
E io niente.
Mi innamoro.  Mi innamoro per la prima vera volta di questo gruppo.
Di quella copertina brutta, con il cielo cobalto e la piramide rossa. Il sole tagliato storto e le palme di un verde scontato.
Succede che mi innamoro di quella carta bruciata sulla sabbia – e come un tunnel ricordi acerbi mi assalgono. Ricordi vividi di accendini che creano forme mentre la carta svanisce. Mi innamoro per la prima volta – nel calduccio di quest’auto.
E scendiamo e tremo, un Baileys senza ghiaccio e cartelli che indicano la mia ex Dublino.
E quel suono new wave nei pensieri – quel suono nell’attimo in cui scopri a cosa appartieni.
Che inizia familiare, of course – con Boys don’t cry. Per tutte le volte che l’hai sentita e scelta.
Inizia svelta, come svelto è tutto l’album. Che si mangia via in 36 minuti.
E inizia a suonare anche oggi, questa Boys don’t cry nel mio giradischi.
Il primo album del giradischi nuovo.
Che era il mio compleanno, quando la prima versione è entrata in questa casa.
Era ottobre, e avevo un giradischi da poser. Di quelli a valigetta, che non sono una fanatica del suono e va bene anche se è un po’ dozzinale. Ma bello. Era una valigetta nera, con l’interno rosso. E io provavo a leggerci i miei dischi – ma voi li avete mai sentiti gli Smiths rallentati?
Dio, che panico.
Ed è passato un mese di Flaming Lips e Bowie e Violent Femmes lenti, prima di decidermi a riportarlo al negozio sto giradischi.
By the way – figo il negozio. Concerto, si chiama.
Il regno dei dischi ad Amsterdam. Vinili e caffè. Comunque. Riporto sto giradischi e mi ridanno i soldi.
Vado immediatamente a comprare il modello successivo ad Haarlem. Mi dicono che non hanno mai avuto problemi con la seconda versione.
Che non dovrebbero essere rallentati, i dischi. Scelgo una bella valigetta verde acido, molto seventies.
Mi regalano anche un disco – scelgo Unknown Pleasure. Figo. Figo. Torno a casa.
Provo Ian Curtis e canta lento, distorto. No, non è così l’originale. Giuro. Più lento e distorto. Mi convinco di essere paranoica.
Metto Animals. Dai Animals è distorto di suo, mica è il giradischi. Passano giorni. Lo tengo zitto. Ho paura che anche questo sia da riportare.
Passano giorni e decidiamo di sentire Fight Test e Yoshimi – my man and I.
E inizia. A fatica. Sembra fare una fatica boia. La lentezza.
E ci guardiamo – my man and I.
E no – non sono io che lo sento lento. Cazzo. Lo dico a gran voce: Crosley di merda. No matter che modello è. Crosley di merda. Bello eh. Bello da vedere, se avete un salotto pieno di roba inutile. Ma Crosley di merda.
E niente. Lo riporto. Lo cambio con tutt’altro. Altra marca, altra estetica. Dice il boss del negozio che questo è molto meglio, devo solo attaccarci le casse – che non le ha integrate. Stesso prezzo. E il mio panico di dover fare due km a piedi con quella scatola enorme. Mi sono meritata un disco come anticipo alla fatica.
Oh – i Cure.
Oh – c’è proprio Boys don’ cry.
Mio.
Torno a casa. Non ho il cazzo di cavo per collegare giradischi e casse.
Lo compro qualche giorno dopo (30euri di cavo, porcocazzo).
Torno a casa.
Sfodero il vinile, poggio la puntina. Inizia.
E inizia come si deve.
Questo è il primo album che ascolto.
Come si deve.
Con tutta la disperazione e la vergogna di Robert Smith.
Che si ripete che vorrebbe chiedere scusa, se solo servisse. E che vorrebbe coprire tutto di bugie. Misjudged your limits. Pushed you too far. Took you for granted. I thought that you needed me more. Oh, poor Robert. Dove hai sagliato? Fai finta di riderci su e non piangere. Per l’amor del cielo, l’unica cosa da non fare è piangere. ‘cause boys don’t cry. L’inno dei pentimenti e del male al cuore. E della vista offuscata dalle lacrime. Ma ehi, contegno. Che boys don’t cry.
Plastic Passion.
E mi si elencano tutte le plastic passions del mondo. Con il basso forte e preciso e lineare. Di scandali, amanti, diamanti nella notte. Puttane trasparenti e notti difficili. E plastica. Plastica. Il materiale e il simbolo – so 80s. Plastica. Colori. Fake. Toys. Lovers giocattolo e un colpo al piatto per chiudere.
10.15 Saturday Night.
AttesaAnsiaAttesa. Crescono battiti e batteria. Regolari. And the tap drips. Drip. Drip. Drip. Drip. Drip. Drip. Drip. Seduto sul lavandino della cucina e ipnotizzato dal suono cadenzato delle gocce. Il metronomo dell’attesa. Aspettando che il cazzo di telefono squilli. Drip. Drip. Drip. Drip. Drip. Drip. Drip. Che chissà lei dov’è e Robert piange ancora per yesterday. Drip. Drip. Drip. Drip. Drip. Drip. Drip. Le 10.15 – sabato sera immobile. Qualcosa deve succedere. Assolo. Confuso. Costante. Silenzio. Niente cambia. Drip. Drip. Drip. Drip. Drip. Drip. Drip.
Ma poi arriva Accuracy e stai già muovendo le spalle, su e giù. Inizia Accurcy e ondeggi. Cherish this moment. Feel inside. Senti il momento. La precisione. Gli occhi e i sorrisi. Accuracy. Ti uccido senza neanche provarci. Mirror mirror on the wall. Precisione. Incantesimo. Movimento. Spalle. Accuracy. Esercizio. Accuracy.
Object. L’oggetto più bello. Gambe lunghe e – gosh come mi accendi. Ma non mi parlare che non voglio sentire bugie. You’re just an object in my eyes. Seduzione e travestimenti, non mi inganni. Che sei un oggetto e niente più – ma I’ve got no objection to you touching me there. Yeah. E fai tutto come si deve, lick your lips and I want you. E vai benissimo, caro il mio oggetto perfetto. Object object. You’re just an object.
Jumping Someone Else’s Train.
Salta. E salta. Per tutti quelli che hai conosciuto – che saltano sul treno di qualcun’altro. Nessuna traccia se passano tra la folla. Che si adattano al nuovo stile per non essere lasciati indietro. Cambia rotta, cambia stile – ok fuoriluogo. Scusate, no more citazioni inappropriate. Per tutti quelli che aspettano la nuova onda – o la new wave – da imitare. It’s the latest wave that you’ve been craving for, the old ideal was getting such a bore. Perché avere una personalità, quando puoi prenderla in prestito da qualcuno? Everyone’s happy, they’re finally all the same, because everyone’s jumping everybody else’s train. Evviva, eh.
Subway song.
Provaci con l’horror soft, Robbie. Prevedibile, but we love you the same. E un po’ ballatina e un po’ ombra sospetta. E la ragazza che rientra a mezzanotte in metro. E non vuole correre ma sente i passi dietro di lei e il basso che la insegue e incombe e non si vuole voltare e non osa guardare e continua a camminare – un certo ritmo – finge disinvoltura e scaccia la paranoia e la paura e d’improvviso un suono forte e sospetto. Proprio quando tutto sembrava ok.
B-side.
Killing an arab.
Mediorientaleggiante intro, of course. Di un sogno che non hai ancora capito se è realtà. Una pistola in mano, fissando la spiaggia, il mare, me stesso, l’uomo in terra. È morto lui o sono morto io? Killing an arab. Me lo immagino nel deserto della copertina. Staring on the sea. Staring on the sand. Che sei lo straniero e non sai se sei vivo o morto – mentre il culo metallico della pistola scivola dolce e ti guardi riflesso in the eyes of the dead man on the beach.
E poi burn like fire, burn like fire, burn like fire in Cairo.
Il sole che muore e l’unico posto solitario in cui incontrarti. E vedo la tua testa nella luce che sparisce e il riflesso degli occhi e burn like fire, burn like fire, burn like fire in Cairo. E miraggi di fianchi di seta in cui scivolare e labbra che sussurrano il tuo nome e braccia – nostalgia – tra quelle braccia inizio a bruciare e burn like fire, burn like fire, burn like fire in Cairo. Fire in Cairo. E il caldo svanisce insieme al miraggio. Blaze like a fire – flare – burn like fire, burn like fire in Cairo.
Another day.
Winter in watercolors ed è proprio la storia di oggi. Acquerello sui vetri e sfumature di grigio e una costanza attonita. I stare at the window, stare at the window, waiting for the day to go. La storia dei miei giorni attuali. Casa. Finestre. Canali. Pioggia. La pioggia deforme che disfa il paesaggio. Watercolors. Gray. Distorsione. Sunset. Notte. Sveglia. E repeat.
Grinding Halt.
Ossessiva e negata. Everything’s coming to a griding halt. La fermata brusca – lo stop di tutto. Gente, suono, luce, auto, parole, me. Slow down. No people.
World war. Nessun vinto e nessun vincitore. Nero Berlino. Impermeabile. Prevedibile. Immaginario. Just a dead friend. E nessuno che ti crede. World war.
E la degna conclusione di tutto.
Three Imaginary Boys.
In un giardino fantasma, solo in mezzo a ombre e statue. Occhi chiusi in attesa di un mattino che fa paura, di un mattino che non arriva. Che poi a me questa canzone mi fa tanto Tre Allegri Ragazzi Morti. Dai che son loro, i Three imaginary boys. Eh lo so – troppo facile. Eh. Ma prima cosa che mi viene in mente, giuro. E i battiti del cuore che rimbombano nelle orecchie, una scala buia e dei passi dietro di te. Can you help me? Ancora paura del mattino – waiting for tomorrow never comes. E sti tre ragazzetti immaginari che ti cantano sleep sweet child, the moon will change your mind. E la chitarra che ti graffia pancia e braccia. E ti fa girare la testa. E sentire lo stomaco chiuso a pugno nella tua mano. E chiudi gli occhi e la segui, quella chitarra – quel sogno che non vuole diventare incubo. E la luna cambia davvero il pensiero e la notte e i sospiri e il silenzio.
Can you help me?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...