I milanesi ammazzano il sabato, Afterhours

E arriviamo all’album che non capisco, degli After. L’album della paternità e delle fasi che non ho vissuto. Delle fasi che non voglio vivere. L’album dove salvi alcuni spunti, dove intravedi ancora l’uomo che era lí dietro. Prima dei figli e delle reaponsabilità. Prima delle ninnenanne e delle notti in piedi. Cioè, in piedi per cullare un neonato. Non vogliatemene – che lo so che si passa sempre per cinici a dichiarare di non volere figli. Lo so. Ma io questo album non voglio capirlo. Che rimanesse nel limbo degli album che ascolto skippando tracce. Non mi interessa capirlo. Ma affrontarlo – oh, affrontarlo è comunque doveroso. Che anche dove non ti specchi, anche dove senti la distanza – è comunque lo stesso animo oscuro e deviato che te lo propone. E tu sai, lo sai fortissimo che non puoi farne a meno.

E quindi iniziamo.

E no, non è l’album di Milano – questo. Secondo me Non è per sempre – è l’album di Milano. Che questo dai, ormai lo sapete tutti perché si chiama così. No? Ma sì, dai – che è un omaggio a I milanesi ammazzano al sabato di Giorgio Scerbanenco. Solo che nella versione rivista e corretta siamo noi milanesotti che devono sfangare il weekend, ad ammazzare il sabato. Ah no, io non son milanesotta – ormai. Anzi, mai stata. E comunque il titolo non rispecchia così a fondo il contenuto. O forse sì. Nella noia da uccidere nelle case. Nella quotidianità e nella routine. Nell’idea di aver già vissuto tutta la Milano che si poteva vivere. E ora è il momento di guardarla sotto un’altro aspetto. Di guardare la città dal vetro della finestra. La noia di uscire e la noia di non uscire.

I milanesi ammazzano il sabato. Quindici ricette quotidiane di macraba felicità – recita la copertina.
By the way, bellissima la copertina.

Che poi questo è l’album della casa. È l’album della certezza e del voler scappare, da quella certezza. È l’album sospeso in camere buie da cui filtra una luce tenue, è l’album del chiudere fuori il mondo esterno. È un’album che è penombra. È un album opprimente e sbagliato. È l’album che non mi piace e non mi capisce. Che il protagonista qui cambia, matura. Va avanti e ci lascia indietro, persi nella strada che ci aveva indicato finora. Il protagonista ci chiude fuori. È l’album della fine dei giochi. Che per il protagonista è una rinascita, sicuro. Ma noi ci sentiamo abbandonati. Tutto quel vuoto lasciato nel cuore. Il protagonista, quello della mia storia preferita, quello maledetto e quello sbagliato – il protagonista ci ha abbandonato. A favore di quello che, una semiadolescente eterna like me, vive come imborghesimento. Il protagonista ha deciso di viversi la sua, di favola. E tu rimani lí, a osservarlo mentre si allontana.

Ecco com’è quest’album. Spaventoso perché diverso. Incomprensibile perché parentale. Illegibile e indecifrabile. Anzi no, troppo decifrabile. Disturba. Il mutamento e la prevedibilità. Che il protagonista ci è arrivato prima di te. Sei indietro di almeno 15 anni, tu. Con l’aggravante di non volerti mettere al passo. Che non te ne frega nulla, di quel nuovo passo.

Ciao, protagonista. È stato bello amarti – nella tua vita precedente.

Dicevo. Iniziamo.

Naufragio sull’isola del tesoro. Con una casa bellissima. E con le soluzioni fisiche al buio. Tipo la prima notte nella ripresa dallo shock. Tipo la prima notte in cui ci si riscopre in due. Togliti il buio amor, le mutandine e il tuo dolore. E parli di una bimba che vi salverà, di noia che si trasforma in colore. E io non capisco, non capisco. Non posso capire. Che dal mio scetticismo sprezzante e sterile non colgo, tutta sta salvezza. E poi quella metafora del tesoro sotto il mare boh – non è un po’ scontata? Ecco, diciamo che ho amato tantotanto la tua soluzione per farla ridere – e anche il tuo tono. Ma non so se conserverei altro. Ma io non capisco, eh. Dal mio mondo senza eredi. E non voglio capire.

Ho già capito che con questo post mi toglieranno il saluto un po’ di amici.
Scusate.

È solo febbre. Un bel ritmo e un bel tamburo. Mica erano di Gabrielli le musiche di sta canzone? Tradire tutti per non star solo. Qui non è che non capisco per differenza di situazioni, è che proprio non mi arriva – sto testo. Ricordo ancora com’eri bella, com’era bello, com’ero anch’io. Cioè – frasi pure belle, ma io non le so mettere insieme. Giuro che non è che scrivo per cristare per forza, eh. A me sta canzone piace pure. È solo che non trovo da nessuna parte quella forza impetuosa e dominante che trovavo nei lavori precedenti. Mi ricordo quando è uscito l’album. Mi ricordo l’effetto moscio del primo ascolto. Ma se cristo si puó che mi sento pure in colpa, per dire la verità. La delusione e l’abbandono, subito. Ci son tornata dopo tanto, a risentire quest’album. Con calma e per cercare di elencarne le varie atmosfere e sfaccettature. Ma ti pare che mi devo sentire in colpa. Mia modesta opinione. Not in my guts. Tutto qui. Mediocri in salvo di tutto il mondo, ovunque siate ego vi assolvo. Seh, seh. Bella questa, dai.

E comunque tranquilli. Dopo questo post manca solo Padania e poi la smetto di stracciarvi le palle con gli Afterhours fino all’uscita del nuovo album. O fino a quando cazzo di mai nella vita riusciró a intervistare Agnelli. Cazzo. Che mi ha pure illuso, al Bloom. E mi ha dato la mail a cui scrivere per fissarla, l’intervista. Ma poi un cazzo di nessuno rispose. E ora mi sembra il minimo diventare insistente. Dai ok, lunedí gli riscrivo. Era pure bella, la mia mail. Uff.

Ok – momento canzone brutta. Neppure carne da cannoni per Dio. Boh. Ma io cosa vi potrei dire? Brava Vale, queste sí che son le frasi giuste per aggiudicarsela – l’intervista. Eh ma che ci posso fare. Questa canzone vale solo un immenso boh. Ma di che cacchio parla? No, no. Son scema io, ma non colgo. Sciogliamo il dubbio io ti spiego cos’è, mi fotte un cazzo quel che pensi di me. Ok – mi rincuora questo. Comunque l’inciso velocino mi piace. Salvata absolutely, quella piccola parte di canzone. Le notti-le botte-le stelle com’erano belle-etcetera-etcetera. Figo, sto pezzetto.

Tarantella all’inazione e siamo sul boh andante. Ancora situazione scopereccia – anzi postscopereccia. La lentezza disturbante non aiuta. 13 dischi un non marito il mio re. Sempre una relazione inaccettabile. La stabilità e la linea del tuo culo. Che poi non è che non mi piaccia la canzone. Forse è la situazione che non lascia aria. Di relazioni strafisse e complicità. E nessuno spazio. Di stabilità maturata e affondata. Di immobilità e anche nuove chiavi di lettura di vecchi amori. È la complicità del volo, la mia lingua sul tuo culo. Questo è proprio il tipo di canzone che dovrei venerare. E invece manca energia. Che forse uno si fossilizza. O forse io voglio sentire parole diverse. Forse voglio spaziare nei pornosogni indotti – senza realtà. Inventando fiabe vili, per sentirci ancora vivi. Quest’album non penetra. Sfiora la superficie della pelle, ma non penetra. Sta lí. Col suo potenziale inespresso e le mie aspettative insoddisfatte. E tutte le sere noiose, tutte le sere di compensazione. E tutte le riscoperte, ogni volta. Che è così che si va avanti per mille anni e più.

Pochi istanti nella lavatrice. Un album un po’ casalingo, con continui rimandi a stanze e faccende. Come mi ripulirai? Che qualcuno vuole sbiancarti. Io sono senza pace. Io sono senza voce. E comunque sei sempre potentissimo – anche quando sei sottotono. Ne usciró come sempre, ne usciró da me. E la paura delle perdite improvvise e la necessità di pulirisi-asciugarsi-piegarsi per te. Io sono senza pace. Ma mi daró una regolata, per te. Right? Candido di bucato, per te. Peró. Che impegno. Inveisco ancora sulle metafore che non mi vanno giù lisce o faccio finta di niente? No dai. Va bene cosí.

I milanesi ammazzano il sabato. E l’acustica straziante di chi vorrebbe scappare. Del panico della tua vita a un km da qua. Del volersi sottrarre alle reaponsabilità. Alle novità che diventano abitudini. La prima sincerità. Mi sembra il primo pensiero puro dell’album. Quello che si scrive da solo. Che non serve doverlo completare per forza. Che si scrive da solo, fermo in macchina. Nel silenzio di una via a due passi da casa. La pressione degli eventi e quella voglia incontrollata di scappare. Di riaverti tutto per te. Di non dover fare i conti con le aspettative delle persone. Di non dover fare i conti con i giorni che scorreranno simili tra loro. Svanire e ridere. Morire oppur rivivere. E come sento vicine queste note, un ticchettio. E il tuo regno ad aspettarti. E il re imperfetto che arriva. E si chiede come sarebbe fuggire – invece che arrivare. Il vostro re che resiste, tutto sommato.

Riprendere Berlino. Incanaliamo due canzoni belle a fila. Riprendere Berlino e vertigini. La strana luce del mattino, di un mattino di questo nord. Non sarebbe bello non farsi più del male. Di paradiso, inferno e cadute. E continuare a uccidersi e resisuscitarsi. Senza eroi. E il protagonista che vuole incontrarti, senza aver paura di non ritrovarci mai. E cazzo – aspetta che arriva il verso migliore. Fuori dalla tua porta, fare la cosa giusta, essere razionali mentre ti gira la testa. E la testa gira davvero e la musica confonde e senti solo la sua tentazione e una coltre fosca di pensieri. E i nervi che si dileguano, mentre cerchi inutili scuse per non cedere a ció che vuoi. Non sarebbe eroico non essere degli eroi? Che poi proprio a Berlino mi vieni a parlar di eroi? Scusa – è che ho la testa da un’altra parte, a Bowie che è morto e a Heroes nelle orecchie. Berlino. Berlino. Se capitasse a noi.

Dai piccina mostrami chi sei. Mi si inscerisce subito il Dellerone con Tutti gli uomini del presidente. Prima canzone in un album degli After non cantata da Agnelli. Chi puó nuota chi non puó annega. Mi fai desiderare di essere te. Pure sta canzone mi piace. Groovy sensualone, in un crescendo che da di leggerezza e ossessione. Mi sai di primavera. Sí, sí. Promossa.

Musa di nessuno. Mmm. E chepppalle. Si puó dire? Tu che questo figlio non lo vuoi. E io non so. Eh. Manco io, lo so. Che anche questa dovrebbe essere una di quelle canzoni che mi piacciono. Sentirsi violentemente sbagliati, riempirsi di tagli e non sapere da dove e perché arriva, tutta quell’oscurità. Tutto quel devasto di organi e mani. Dovrebbe piacermi, questa canzone. E invece ancora no. E io non so.

Tema: la mia città. Oh, Milanuccia mia adorata. Ciao. Ti si critica sempre, Milanuccia mia. Per il tuo individualismo e per la cocaina per battere il sistema. Chi salverà la mia città? Ah, no. Non è più la mia città. Comunque la canzone è ancora un no, per me. Una visione distaccata di Milano, una critica inefficiente e prevedibile. Che sento proprio che non c’eri immerso nella tua città in quel momento – caro il mio protagonista. Lo sento in ogni parola. È il ricordo di ció che non va nella tua città, quello che aleggia. Ma non le tue notti in macchina in circonvallazione esterna. E comunque basta. Che Milano non mi manca, ma è meglio non parlarne troppo.

È dura essere Silvan. Invecchiare, sorriso plastico, parrucchino e via. Esser sempre divertente non è più divertente. Silenzio. È dura se sei Silvan. Ma alla fine anche tu, caro protagonista, non sei un po’ come Silvan? Che tu ti evolvi, ma tanto quello che noi chiediamo è sempre Strategie. Non devi forse anche tu simulare cortesia? Snob sí – ma mica sempre. Che io ti capisco, se  non ti piace la gente. Come darti torto. Tutti lí a venerare quello che eri e non volerti vedere nelle tue metamorfosi umane. Tutti a chiederti Strategie. E tu a dover ripetere il numero. Mica ti tocca una sorte tanto differente, da quella di Silvan.

[e con questo, ogni possibilità di intervista è morta. #graziearrivederci]

Dove si va da qui. [io a casino di sicuro, dopo questo post] Ancora lentezza e poche certezze. E la tua sigaretta è immobile. Una paura che ha il sapore di un presente impassibile e di un futuro da costruire. Forse sarebbe il caso di farsi meno domande e vivere. Dove si va da qui?

Tutto domani. Oh. Quel respiro iniziale. Oh. I sogni strani. Mi specchio e c’è un estraneo che ha ancora le mie mani. Oh. Che bella, sta canzone. Oh. Di tutte le versioni passate di noi, dei progetti andati e del tempo vissuto insieme. Oh. Che bello. Rimandavamo sempre tutto a domani, amore. Oh. Come ti passa il tempo. E non finire mai. E discostiamoci da tutto, dalla città, dai numeri, dal freddo della stanza. Oh. Voglio la tua bocca, ma mi passerà, prima che si apra per me. Oh. Che questa è solo una fase. E lo sai. E sei sereno e aspetti. Oh. Madonna. Qui ci siamo. Ok? Ci siamo. Ora che son forte so che sei piú forte tu. Quanto amore. Ne sento piú in questa canzone che in tutto l’album. Oh. Grazie. Non finire mai. Non finire mai.

E la ninna nanna che chiude tutto. Tenerina, anche se non fa per me. Orchi e streghe sono soli. Ma che tenerezza, comunque. Visto? Mica son cosí stronzetta. Mi piace questa dichiarazione da padre. Mi commuove, quasi. Perché i mostri sono soli e si abbracciano al terrore, che non fa non fa pensare che non hai vissuto mai. Right? Ma perché? Davvero non hai vissuto mai – prima? Jeez, mi devasta sto non capire la genitorialità. Come vorrei qualcuno lo spiegasse meglio.

Mannaggia.

Ehi, protagonista – che me lo spieghi meglio?


Leggi gli altri post sugli Afterhours, giuro che ne parlo bene.

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