Padania, Afterhours

Che poi, come in ogni percorso, si arriva alla fine.
A una fine temporanea, almeno.
Si arriva alla fine con un album ghiacciato.
Con Padania e gli stati della mente.
Si arriva all’album sociale. Società e identità.
Che in questi anni quanto cazzo hai parlate di te stesso – e ora basta.
Anzi, è ora di farlo come individuo inserito in un contesto più ampio.
È ora di guardare la tua figura connessa con il resto del mondo. La tua figura che sbiadisce e si intreccia a quella comune.
La tua sagoma che si confonde nella folla.
È un album più sociale, questo.
Un album dai contorni netti, un album differente. Un album di responsabilità digerite per il futuro di qualcun’altro. Un album di luoghi del cuore e di Paesi reali. Paesi sbagliati.
Terra meravigliosa, brutto Paese.
Un album di critica – di critica anche propositiva.
Oh cazzo – ho saltato Il Paese è reale.
Ok. Ma era un album borderline, quello. Vabbé. Lo metteremo magari nelle bonus track.
Dicevamo, Padania.

E inizia la tensione cupa di Metamorfosi. E io ancora rivedo quel concerto, quell’immagine impressa negli occhi della prima volta che l’ho sentita dal vivo. Era il 2012, l’album era uscito da appena qualche mese e tramontava il sole, nell’umido degli alberi di Villa Arconati. Il caldo fottuto che faceva. E il vento che muoveva i capelli, mentre il violino di Rodrigo scriveva intorno l’ultima delle colonne sonore. E io – gli occhi lucidi di stanchezza e di caldo, gli occhi lucidi di meraviglia smarrita – lo guardavo immobile.
Questa è la canzone più bella dell’album. Sbam. Cosí. Giocata subito.
Cazzo di perfezione. Libertà.
Io ho già un anno in più, un se in più.
E come fai ad accettare che invecchi. Di vita e di morte e di cupi presagi che aleggiano sulla testa e sbattono contro lo stupore di quelle parole portate dal vento.
E come un cane rabbioso che morde a sangue il mio futuro.
E via tutti. E Xavier e il Cicca e l’inflessione costante di Giorgio Prette. E Dellera sfiora il basso con l’archetto.
Ció che non ho – perderó. Non torna.
Dell’amore feroce che ti muore dentro.
Muore certo, tu sai. Non torna.
Di tutte le nostalgie e di tutti i passati e del futuro che si accorcia e ti insegue. Delle notti che ti perseguitano. Quel concerto. E la miglior formazione di sempre.
C’è di più del destino che uno ha.
E questa canzone e i suoi polmoni e il cane rabbioso – tutto ti scardina costole e certezze. Ti sfonda le speranze.
Ció che hai, ció che perderai. Non torna.

Terra di nessuno. Si prosegue cadenzati e delicati.
Piccoli virus io e te.
Ancora storie stracciate di amori trascinati. Che non ci si sa slegare. Pugni e ferite.
Ti ho guardato troppo abbassare il tuo viso, aspettando il colpo che ci avrebbe steso.
Di tutto l’amore del tempo. Di tutte le colpe e di tutti gli anni.
Elettrici e distorti.
Spegni le luci, qui.
Amo il tuo odio, lo sai.
Di tutta l’oscurità proclamata da sempre. Dei tormenti e della passione per i tormenti.
Trovagli il cuore. E il debole muore.

La tempesta è in arrivo. Esplode il cielo amplificato nelle mie orecchie.
Il basso segna l’attesa – riesci a sentirlo?
Di tutto ció che non puoi governare. Dell’impegno e della dedizione spazzati via in un soffio.
Non puoi più decidere come sarai.
Come quando ti tolgono possibilità e fatalità.
La tua terra perfetta che non sai abitare, verrà umiliata e distrutta.
Actually, già succede. E io la guardo da fuori, la mia terra perfetta che non so abitare. La guardo al sicuro dalla mia via di fuga. La guardo distante. Mille chilometri di strade e cinquecento chilometri di mare. Lontano. La osservo morire mentre cerco di salvarmi.
Sarai obbligato a lottare.
Ma no – io no. Scappo al nord, io.
Non puoi più decidere come sarai.
E solo quando sventreranno i tuoi posti, solo quando uccideranno la tua casa – in mezzo al sangue saprai reagire.
Quale pazzo aspetta tanta oscurità per riconoscere se stesso?

Costruire per distruggere. C’è tutta l’Italia rinnegata e calpestata, in questo album. Dalla nebbia sulle pianure bianche intorno a Milano fino alle province sperdute dell’impero. Stiamo perdendo tutto. E stiamo perdendo tutti.
Ci stiamo facendo fottere dalla paura. E dall’incertezza – anche lei ci sta fottendo. Ci ha preso a calci nel culo e spediti lontano, sta cazzo di linea precaria.
Peccato quelle cazzo di vuvuzele a inizio canzone. Il resto bellissimo. E la voce del Cicca in apertura. Oh – we miss you, Cicca. E il mattino presto e le sirene. E i nervi e i servi.
Sarà bellissimo fare parte della gente senza appartenere a niente mai.
E come rendi bene l’idea.
Siamo pubblico che spia un incidente. Nessuno fa niente. Tutti guardiamo. Morbosi nell’attesa di quel che succederà. Morbosi nella gioia di vederlo, l’incidente. Che sempre basta osservare le vite degli altri. Parlare delle vite degli altri. Anziché vivere le nostre. Perché il mondo a cui appartengo è già invecchiato.
E ci salva il leader, a cui chiediamo sempre ordini. Perpiacere.
Per la gente che ti adora per la causa che non hai mai sostenuto. La folla, la rivolta, per sputare tutti addosso al loro mito.
Qualcosa poi dovrà accadere.
La liberazione dal nostro dovere
. Che bell’idealista, sei.
Una lunghissima lunghissima lunghissima rincorsa. Come se ci svegliassimo davvero. Credici.
Noi al massimo si scappa. Che bell’idealista, sei.
Per finalmente poi poter morire.

Fosforo e blu. Agitata, sta canzone.
Mi stride nel cervello mentre sento ancora l’eco acustico della traccia precedente.
Giù verso il fiume, fosforo e blu.
Sopporta e fai pratica. Giù.
Addormentarsi forse sognare. Dormire forse sognare.
Di tutto ció che stringi e che non stringi. Se non ti ammazza rinforza.
Due concitati minuti di confusione onirica e semideterminazione.

Padania. L’accendino che non si accende e le ciminiere e come cazzo hai fatto a stare una vita nello stesso posto.
Ci vuole dedizione, per non abbandonare la noia delle proprie radici. Ci vuole dedizione. O mancanza di fantasia, a volte – ma non mi sembra questo il caso.
Qui è dove sono nato e qui moriró. La neve sporca, le nuvole di fumo dalla bocca, i sogni che puoi quasi avere. Ma non ricordi quali fossero.
Ha ancora senso battersi contro un demone quando la dittatura è dentro di te? Eh. Mica l’ho capito.
Che son quasi 15 anni che giro introno e mai son venuta a patti con me stessa. Eh.
Che la dittatura no, non è fuori.
C’hai ragione pure te. Porcatroia. Come sempre, c’hai ragione pure te.
Che si continua a cercare nelle stesse terre di nessuno, si continua a cercare una libertà apparente che perdi appena inizi ad ambientarti.
Lotti, tradisci, uccidi per ció che meriti – fino a che non ricordi più che cos’è.
E Padania, sí – dicevi che Padania è uno stato mentale. Sterile e ghiacciato.
Tanto è furbo più di noi, questo nulla, questo niente.
E ancora vedo Xavier al concerto che si piega sulla chitarra e te che non ricordi cos’è che vuoi.
Tutto diventa vero – tu invece no.

Ci sarà una bella luce. Stonata ma bella. Ritmo insolito.
Spera che cambierà – ma non credo cambierà.
Delle tenebre, prima della luce. Ci saranno giorni scuri, un inverno a cui tornare.
Sai che cazzo me ne frega? Snobismo e fallimenti e odio sulla superficie e sulla pelle.
E soffri prima della redenzione.
Ci sarà un bella luce, una casa a cui tornare. Dove l’alba è un giorno nuovo, tutto non è stato scritto.
Peccato che prima bisognerebbe cambiare.
Cambiare noi. Cambiare le cose.
Oh spera, spera – ma non credo cambierà e non credo cambierai.
Che dovrebbero essere sempre gli altri, a cambiar le cose per noi.
Pensa ai vivi e non pensar più al perchè.

Messaggio promozionale N. 1. Ok. Tentativo alternative-banalotto di suggerirvi di spegnere la TV. A me fa specie pure che certe cose siano ancora da suggerire.
Cristosssanto. Comunque boh. Intermezzo forse evitabile nelle parole – anche se esco nell’aria insieme a te dona speranza, una speranza inattesa in mezzo alle mie critiche.
Mi infastidisce quasi, sta speranza.

Spreca una vita. Aspetti qualcosa, lo aspetti una vita – e poi quel qualcosa era proprio l’attesa.
Déjà vu. Oh, bestiale déjà vu.
E la velocità della vita e le atrocità e la sofferenza speciale della gente che si riversa nella sofferenza comune e un cambio di scena e il nuovo già marcio.
E tutto arriva in corsa, tutto arriva in fretta e diventa ció che sei – adesso sei un uomo. Condanna e ripetizione. Déjà vu.

Nostro anche se ci fa male. Che l’amore è diventato un affetto profondo – non sradicabile.
Che l’amore è diventato triste e rassegnato. Cambia cuore.
Che l’amore è nella sua curva discendente.
Con il veleno che ti ho messo in cuore non si sopravvive mai. Che l’amore è amare il dolore. Cambia cuore. Dolcezza arrendevole – di rinunce ed esplosioni.
Ti maledici perché sei diverso ma non puoi sceglier cosa sei. Porcaccia. Eccome, se ti appartiene anche se ti fa male.
E il violino – e nostro anche se ci fa male.

Giù nei tuoi occhi. Mi turba di nuovo la quiete. Trova un destino che ti porti con sé.
E scavi a fondo e sai che giù esisti ancora. In fondo, molto in fondo. Sai che sei ancora lí dentro. Giù nei tuoi occhi mi vedo.
E anche io lo so che ci sei ancora, lí sotto. Sotto quella voce maturata che parla di testa e non di pancia. So che giù esisto ancora.
Certo, che ci sei ancora.
Non parlo, non piango più, non vengo – è troppo feroce essere normale.
Appunto. Vedi. Affermazione definitiva. Vedi.
Ci sei.

Messaggio promozionale N. 2. Lo spazio pubblicitario fittizio.
Diceva una volta Giorgio Prette in un’intervista che avrebbero voluto davvero creare un numero da contattare – per vedere quante persone ci cascavano su sta stronzata dello spazio in vendita all’interno del CD. No dai – che stronzina che sono. È che mi sembra forzato nell’essere provocatorio. Innocuo e forse fuori luogo. Seh, seh – lo so.
Quante storie faccio, appena qualcosa non mi torna.

Io so chi sono. Oh, e sentirete le storie che faccio ora. Questa canzone – la musica – è stata scritta dal buon Cicca.
Io manco lo sapevo. E le voci finali del coro, le voci dei bimbi – sono dei bimbi del Cicca.
E guarda a caso, il primo tour dopo la sua dipartita si intitola Io so chi sono. Ma che che che cazzo di mossa è?
Eh?
Spiegami, Agnelli.
Che io finora ho sentito solo una versione della storia – e porcaccia, non è che ne esci bene.
Spiegami che è successo. Eddai. Voglio sentire cos’hai da dirci, sulla cacciata del Cicca. Poor Cicca. We love you, Cicca.
[Ciao, mi chiamo Valentina e da grande volevo tanto intrattenermi in una lunga intervista con Manuel Agnelli. Volevo tanto. Ma con il post su I milanesi e quest’ultimo paragrafo, mi son giocata ogni possibilità. Ti dichiaro comunque perpetuo e incondizionato amore, Agnelli. Amen. È solo che non posso darti sempre ragione. #graziearrivederci]
Comunque. Io so chi sono.
Sì che lo sai chi sei. E te ne rendi conto solo quando brucia moltissimo sapere che no – non sei mai stato davvero te stesso.
Ma niente lacera di più, niente può far male di più, non più di essere me stesso. Eh.
Ma almeno tu sai chi sei. E tutta sta certezza mi sconcerta. Cioè, come hai fatto a capirlo?
E di tutti i peccati che ammetterai, di tutte le cazzate irrimediabili che ti affioreranno sugli occhi, di tutti gli errori riconosciuti – allora l’onestà emergerà come un tatuaggio in faccia.
E come un mantra ti ripeti io so chi sono. Beh, beato te.

Iceberg. Oh, la melodia ghiacciata e stridente di te che affondi negli anni.
La melodia tesa e acuta e breve – dura un lampo. La stessa rapidità del ripassare a mente tutta una vita.
La melodia scivolosa e bianca che fonde la nebbia e il cielo negli alberi secchi.
Annaspi.
Affondi a picco nel passato.

La terra promessa si scioglie di colpo. E le dita decise sul pianoforte.
Come quando vedevo la giacca e la schiena, al concerto. Immagini e note che si legano indelebili.
Io non so se sia sbagliato o no.
E ancora gli stati della mente – le dittature interiori che ti vogliono come non sei.
Che forse non l’avevo colto abbastanza, quando questo disco fosse sull’identità.
E quando tocchi lo specchio freddo – oh, quando tocchi lo specchio non sei tu.
Il riflesso che non ti appartiene. Una luce mai stata tua. Un’ombra in più.
Stefano l’avresti detto mai che col nostro bel viso, si specchiasse un mostro, un fesso, un clown? Uno che non sei.
[A proposito, chi cazzo è Stefano? Pilia?]
Comunque. Di tutte le autoimposizioni, di tutti i doppelgänger e di tutte le nostre forme di personalità occulte e private.
È uno stato nella mente e so che c’è una dittatura – perchè c’è qui dentro me.
E sai che sei cambiato. E sai che hai scoperto chi sei.
Di tutta quella notte viscerale che ti porti dietro, di tutto il ghiaccio che ti iberna il cuore.
E di tutte quelle parole che non sono più te.
Io non so se sia sbagliato o no.
So che son cambiato.

La maturità travolgente di quest’album – di tutto quest’album – mi sovrasta.
Si rivela come un monito, si rivela tra quindici anni a una me con nuove rughe e nuove piaghe e nuovi se.
Si rivela come una divinazione.

E tu sei sempre l’oracolo col quale non riesco a stare al passo.
E mi fermo e ti guardo – e cerco di capire.
Che sei l’introspezione travestita da profezia.

Non smettere mai.

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