Siberia, Diaframma

Comunque io quegli 80 euri per il vinile originale di Siberia ce li spenderei.
Ce li spenderei eccome, avendoli.
Appena trovo un lavoro me lo compro. Lovogliolovoglio.
Che non c’è ristampa che tenga.
È un discone, quello.
E  pretendo l’originale. Ecco.
Sapere che i Diaframma sono in giro per l’Italia a suonarlo completo, dal vivo, mi fa moltissima invidia. Per voi che andrete a vederli, intendo.
Che il Fiumani l’ho visto l’ultima volta un anno e mezzo fa circa al Macao – e cristo che concerto. A parte il solito stronzo tra il pubblico che continuava a chiedere Vaiano.
Minchia a ogni pausa tra una canzone e l’altra partiva l’urlo del tipo. Vaiano!
Alla fine Fiumani decise di farla subito per togliersi il peso dai coglioni. Anche a me piace, voglio andare a Vaiano con mia zia che è maestra e che insegna là. Ma il tizio era davvero disturbante.
Superconcerto, comunque. Di tuttetuttetutte le canzoni che avresti voluto sentire.

Ma qui parliamo di Siberia oggi.

Fiumani, potresti pure fare il favore di venire a suonare anche ad Amsterdam. Lo proponiamo agli olandesi come il concerto più new wave della vecchia Italia, il concerto più new wave con tutti i suoi anacronismi e sí – con un pezzo dedicato proprioproprio alla vostra città.
Eddai Fiumani vienici, a suonare ad Amsterdam.

Che poi lo so – non ricordo più dove ma lessi pure che Amsterdam non era su Amsterdam. Che il titolo venne dopo. Fa nulla. Vendiamogliela bene e vieni a suonare qui.

Inizia subito, Siberia.
Tra ghiaccio, occhi e steppa.
Vorrei rapire il freddo in un giorno di sole che potrebbe tornare in un attimo solo.
L’aria desolata e secca di tutte le incertezze. La ricerca del calore – sole, fuoco vivo sotto la neve.
Il basso che oltrepassa il muro e una voce cupa e calda, una voce che non è ancora Fiumani.
E Siberia sempre mi confonde, per questo fatto.
Aspettero’ questa notte pensandoti, nascondendo nella neve il respiro. Isolandomi dall’inverno siderale e cercando di tornare da te.
Dentro a questa canzone c’è tutta la new wave. Compattata e incupita ancora di più. Compressa e schiacciata dal peso nel cuore e dal freddo di un profondo nord dell’anima.

Neogrigio corre veloce nelle stanze d’albergo. Nella consapevolezza di un autunno che secca ricordi e sogni. Nell’ossessione dei tuoi occhi sempre più grandi. Come una morte breve
nelle stanze d’albergo, fissando i tuoi occhi sempre piu’ grandi. Un tempo nella stagione sospesa, sospesa come foglia gialla superstite su quel ramo che sta diventando declino.

Impronte. Un bagliore improvviso e scappare. Di respiri e muri scritti e cancellati e ancora il freddo primitivo delle stanze mai riscaldate abbastanza e un sorriso che dura troppo poco. Qualche segno sbiadito sul muro. E il giorno se ne sfugge sempre e il crepuscolo ti perseguita negli eventi e nei viaggi e nelle relazioni e nei sospetti. Resti un lampo intravisto oltre i vetri del treno, nello spazio improvviso che sopravvive in un sogno.

Amsterdam l’ho ascoltata per anni prima di venirci, ad Amsterdam. L’ho ascoltata e nel scender le scale sfiornado il muro io davvero vedevo i piani stretti e le pareti storte. Io non ci ero mai stata – e vedevo i mattoncini che salgono irregolari, i pavimenti che scricchiolano sotto i piedi e una sorta di percezione della gente. Una certa percezione dell’ignorare l’altro, che qui puoi fare quel che vuoi. Io mi immaginavo le albe e i tramonti, dentro a quest’Amsterdam dei Diaframma. Mi immaginavo le notti in bianco e il vento e la solitudine e le quotidianità possibili e i sorrisi differenti. Per anni ho immaginato Amsterdam. E no – non c’ero andata poi troppo lontano. E al di là delle strade e dei canali, mi immaginavo ancora quest’attitudine al dolore e alla mancanza, quest’attitudine a infilarsi in una voragine grigia di ricordi e sintomi. Come frammenti pulsanti di vita, voci alterate si sono dissolte. E mi immaginavo questo cielo sporcato nei colori più intensi, sporcato nel momento prima dell’estinzione dei bagliori. Dove il giorno ferito impazziva di luce.
Così me la immaginavo, Amsterdam – nella sua meraviglia trascurata dagli anni.

Delorenzo. Una delle canzoni che amo di più di quest’album. Fuori da questa stanza il mio tempo muore, lasciando tracce di sangue sopra le mie mani. Ancora il tempo che ti ruba i giorni, ancora stanze deserte e noie e presentimenti e consapevolezze e il buio cavo del vuoto che verrà. Il ritmo militare di dita che scrivono, fra i minuti scanditi dai colpi di una telescrivente.
Il sospetto dell’epilogo e qualcuno scrive la mia storia, prima che finisca.

Memoria. Che non ti spieghi cos’è che ti attira. Che lo sai qual è, il sacrificio finale. Vivendo per qualcuno io morirò per me stesso. E non capisci, non capisci. Che cosa mi attira allora nei suoi passi fantasma, che cosa mi spinge a seguirli. L’irrequieta psicosi di non saper rifiutare il male. Ancora qualche vincolo che ti tiene in contatto con l’abisso universale. Lacerata dai pianeti notturni,
quando cerca il primo corpo caduto in questo oceano di luce?

Specchi d’acqua. Assilli e voci lontane e sagome nello sfondo e il pensiero a quei giorni sofferti
fatti di sangue e di vento seccato. Lotte interiori per modificare i ricordi e ricostruirli, mentre gli specchi d’acqua dell’inverno ti riempiono gli occhi. Le possibilità nelle versioni di te stesso, distruggero’ le figure, ogni volta che ho visto per ricrearle migliori, per ricrearle ancora dentro di me.

Desiderio nel nulla. Le immagini ricorrenti di vetri e riflessi e luce. Affanni e corridoi vuoti. Nuovi rapporti e l’estensione sospesa, i suoi segreti nascosti per troppo tempo. Intrigante segnale sconosciuto e scordati di me al piu’ presto. Colpevole – felice di essere colpevole, la tua vendetta e l’odio accarezza il tuo cuore. Ancora una notte di lenzuola e deserti e nella tua solitudine nera scappa un sorriso. Scordati di me al piu’ presto.

Posso evitare di scrivere una conclusione per questo album? Non c’è nulla – oltre l’ascolto.
Ah sì cazzo – andatevi a vedere il concerto, voi che potete.

PS: eddai Fiumani, fammi ‘na data ad Amsterdam.

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