Mostri e normali, Tre Allegri Ragazzi Morti

E spariamoci quest’altro viaggio.
Iniziamo da qui, Mostri e normali.
Che dopo analisi di album e album di dannazione e tormento, sento il bisogno di affidarmi al sano fatalismo del cosmo.
Iniziamo dai Tre Allegri Ragazzi Morti.
Siamo nel 1999.
Boom dell’adolescenza detonata in grembo e zombie di cui non puoi veder la faccia che ci ricordano cos’è l’attitudine indipendent-punk.
Dico attitudine eh. Perché non è solo una questione di sound.

Io in realtà avrei voluto iniziare dalla fine, stavolta. Dagli album del mio cuor e dalle certezze maturate. Da tutte le primavere fiorite sotto gli alberi del Magnolia.
L’evoluzione nella mano che disegna la copertina. Da quel vago incantesimo poetico domato dai cicli della natura. Guarda cosa sei adesso. La coscienza del tratto attuale e la rappresentazione di ombre e mostri più insconsci e tribali. I mostri voodoo di pensiero e sortilegi. Guarda l’evoluzione.

Ma pare faccia brutto, non iniziare dall’inizio.

[E mentre scrivo mi accorgo che forse le fonti era meglio controllarle prima. Che mi son persa comunque Piccolo intervento a vivo, fuck. Fate finta di niente o mi salta il post.]

Quindi, dicevo – Mostri e normali.

Stai come me. Inventario con rullata di difetti indolenti e dipendenti. Di tutto quello che ci accomuna e le nostre insofferenze condivise. Specchio specchio delle mie brame, dimmi dov’è il mio reame. E ancora non si sa dove&come ci evolveremo e gridolini e nananana. Dimmi che sarà di me. Le prime versioni delle domande di sempre.

Bella mia. Un basso che ci insegue e ricordo sempre che quando mia madre era intenzionata a dirmene quattro, esordiva con bella mia. E i primi accenni a una natura che ci avvolge – e sembri un ragazzo vista da qua. Piccola città che introduce la provincia. E il buio intenso del fondo del fiume e santa libertà.

E Occhi bassi. Che come fai a parlare di una canzone che vuoi solo cantare e ballare? Dritto in faccia non mi guardi mai. E tutte le descrizioni possibili di una storia comune e dentro ai piedi che tesoro hai. Timidezza e anche un po’ fastidio. Occhi bassi – pelle di neve. E tutte le cose da provare e la scuola da finire e la parola chiave la decidi tu. Dai, come fai a parlare di questa canzone. Ehi ehi baby molto sex, coca cola, testa vuota, vuota come la decidi tu. La tua serie di parole chiave e chiudere relazioni precarie e le parole, sempre le parole che arrivano dritte alla gola per essere cantate – le parole degli anni molto andati e le parole ancora valide. E la voce che comprende e domanda, la voce che capisce. Dritto in faccia non mi guardi mai.

Dipendo da te. Che anche nelle ossessioni qui arriva una nuova chiave di lettura. Una lettura quasi leggera, una lettura che sta ossessione se la gode tutta. Da quando non ci sei più la stanza ti respira. E tutti i minuscoli dettagli che mi fanno dipendere da te in una maniera famelica e bestiale, ma da bestia tenera – da animaletto anche. Dai tuoi begli occhi neri, dalle mani e dai piedi. Dai denti bianchi, dai capelli e dai fianchi. Oh, ma come fai a non cedere a queste certezze. Come fai a non cedere a muovere i piedi e subito quella voglia urlata di un concerto – che troppo è passato dall’ultima volta. Come fai a non cedere. Dalle tue sigarette, dai tuoi stivali di pelle. Come fai a non cedere a sti piccoli particolari grotteschi che sorridi e – oh. Come fai a non cedere. Ah Ah Ah, li voglio mangiare.

Catena. Punkettino e cielo di piombo. Proprio come in questo momento dai tetti di Amsterdam, che guardo fuori il cielo pesante e l’arcobaleno che svanisce e il giorno che si dilegua veloce in uno spiraglio di luce che esplode a ovest. E piedi che devono camminare e fuggire e mi passi la voglia, la stupida voglia di andare lontano da te. Che alla fine tutta la vita la si passa in dualità. Restare o scappare. Restare. E allora sei tu a chiedere le catene, legami stretto a te. Scegli per me, scegli di costringermi a restare. Uccelli che volano via e asfalto e metafore e legami stretto a te e la stupida voglia di andare lontano da te.

Abito al limite. A chi lo dici. Per una vita passata su un’isola. In ogni senso. E il limite puó essere follia o periferia, ma sempre il margine è confine. Il limite. Da scavalcare o cavalcare. Abito al limite della follia, dentro una casa che è solo mia. E tutto ciò che molli. E se il vento urla forte che non posso pisciare allora penso a lei che mi faceva volare. Urlo. Silenzio. Venghino signori venghino, l’incredibile spettaculo dei Tre Allegri Ragazzi Morti. E la prima volta che ti introduce nel loro mondo, l’incredibile spetaculo de la vida – l’incredibile spetaculo de la muerte. E come tieni il palco, master. E cazzo che voglia di concerto. Dove c’è spazio solamente per la fantasia, per la sua dentro la mia. Ma ci vediamo al Mi Ami, right?
Eddai, che prima non posso venire a Milano.

Dimmi. E ancora di tutte le parole che ti vorrebbero far sentire descritta. E per le certezze e per gli abbracci e le coccole e sorridi. Cazzo, se sei di umore nero ascoltati i Tre Allegri Ragazzi Morti. Conversione d’umore sicura. Non leggerezza, eh. Solo culla e braccia. Lo sai qual è la novità? E quelle speranze innocenti ed eterne, quelle che poi non farai mai e giurarsi che per sempre sarà almeno fino a quando un altro amore arriverà. E i tamburi di dimmidimmi perché. E io mi chiedo cosa ci sia nelle parole di quest’uomozombiescimmia per rispedirti sempre in una dimensione in cui la vita era cadenzata da scoperte e baci e libri di scuola. Mi chiedo come faccia a trasportarti in una dimensione di speranza in cui non sei mai cresciuto, una dimensione di pianti, stupore e meraviglia. Come fai, eh? Dimmidimmi perché? Perché io adesso volo

Sono morto. E di tutti i motivi per cui lo sei. Le cattive abitudini, i vizi e che mi sono consumato. Le rime confortanti nelle strofe ripetute, sarà per quello che non dico, sarà per questo che ti maledico. Le rime stonate dell’abitudine che uccide e il disagio da ammazzare per riuscire a stare un po’ con te. Sarà i batteri della tua bocca, sarà il tuo mignolo che non mi tocca. Di tutto ciò che è fondamentale toccato in un dettaglio così piccolo. So sweet. Mi allegerisci la testa. Fammi galleggiare i pensieri dentro a quelle note da cantare. Anche se son stonata – in molti modi.

Uomo mangia uomo. Aspettative e competizione. E tutto ciò che voglio. E la guerra eterna. E solo uno dei due sopravviverà. Cannibale mangia cannibale. Promesse. SessoSoldiSuccesso. Lo voglio adesso. Volere tutto. Volere adesso. Punto.

Mai come voi. L’inno leggero di più generazioni – credo. Le parole che avresti voluto sentire prima. La vita lontana da ogni cliché, cercala è dentro di te. Per tutti i disadattati con cui sei cresciuta. Per tutte quelle facce perse nel mondo che un posto proprio non lo hanno trovato. E forse non vogliono trovarlo. Che non è che sia poi così necessario trovarlo, un posto. Non saremo mai come voi, siamo diversi. Sarebbe stato di un’importanza fondamentale scoprire certe canzoni a 13, 14 anni. Puoi chiamarci se vuoi ragazzi persi. Per noi tutti, portatori sani del disagio. Per i fastidi e le difficoltà. Per il senso sballato della nostra visione del mondo. Della nostra percezione della realtà. Per le menti inagibili e per quelle inquiete. Per tutte le tempeste – mai come voi. Non ci provare ad entrare nelle nostre vite, non ci provare, non ci provare che finisce male.

Non mi manca niente. Speravo che almeno da morto avrei fatto a meno delle regole. Le aspettative altrui e la tua soddisfazione nel non siddisfarle. Suono. Non mi manca niente, eh eh. Star bene senza niente. E va bene così. Mostri e normali. Interrogatori e risposte. Sbagliati e felici di essere sbagliati. Non mi manca niente, eh eh.

Ci son due tipi di magia che non capisco in Davide Toffolo. Musica e parole insieme, ovvio. Il potere della sua percezione fisica, nitida e mai ordinaria. E le mani. Qualcuno deve spiegarmi com’è che si fa a disegnare così. A mostrare l’essenza. Non riesce quasi mai a nessuno, sta cosa. Ma a lui sì. La magia delle linee e delle parole.
Sei magico, Davide?

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