La testa indipendente, Tre Allegri Ragazzi Morti

Seconda puntata del viaggio nella discografia dei Tre Allegri Ragazzi Morti.
Mettetevi comodi, entrate in questo cinema ancora non ristrutturato, entrate in questo che non è ancora un multisala. Sedetevi sulle seggioline di legno sopravissute a tre decenni, entrate e dicevo – mettetevi comodi, per quanto possibile. Che la sala puzza di vecchio e i pop corn te li porti ancora da casa, il sedile ti spacca il culo ma lo schermo si accende e non ricordi più nulla.

Benvenuti, in questo Piccolo cinema onirico.
Sì proprio quello di quando ti addormenti secco, con le visioni che accompagnano dormiveglia e risveglio. Benvenuti al piccolo cinema onirico.
Immagini sconnesse nello schermo della tua mente. Balena, salamandra, ossa. Uragani e parole. Un tappetto di coccodrilli verdi morti ricoperti da milioni di piccoli vermi bianchi – per quanto mi riguarda. La mia faccia che si sgretola come terra secca in estate, coperta di solchi e rughe. Il piccolo cinema onirico che ti spalanca gli occhi senza fiato. E vorresti riaddormentarti e invece devi scrivere. L’urgenza di prendere appunti. Inchiostro lisergico e papparapaparapaparaparapappà.
Ad un passo dal risveglio, poco prima di dormire.
Davvero non sogni più, Davide?

E la canzone di chi ci è rimasto sotto. Ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia falsa che sia vera. La canzone delle età interrote – la canzone di chi non crescerà. Le tempeste e Enrico e Luca che mitragliano sugli anni e sugli eventi. Sulle battaglie perse e su quelle vinte, su chi è rimasto basito e su chi è rimasto fottuto. E non ti vantare se la tua è stata mondiale, la mia sembra solo un fatto personale. Di chi si è bruciato i neuroni e di chi ha cercato di uscirne. Per i malesseri e per le piccole rivolte – globali o interiori. Per i contrasti e le lotte. Per i corpi che si scontrano. Eppure l’abbiamo scampata, anche se non ne siamo certi. Abbiamo tenuto insieme i pezzi e fatto finta di andare avanti. L’abbiamo scampata. Forse. Con traumi e graffi. Forse. Ogni adolescenza coincide con la guerra.
E così sempre sarà
.

Terzo millennio. E non è che ci siamo andati tanto lontano, eh. Ma voi vi ricordate la sensazione della storia? La sensazione precedente all’essere lì mentre le lancette cambiano millennio? Vi ricordate? Il presentimento che qualcosa sarebbe dovuto cambiare. Il presentimento del futuro. Vi ricordate? Avremo cinquantatre gradi la sera, di giorno e di notte, le case saranno gli armadi e le scuole saranno le grotte. Eh. Ci siete mica andati troppo lontano, cari miei zombettini. Qualcosa che assomiglia ad una possibilità. Vero. Ci assomigliava, a una possibilità. Sempre a sembrare silly mentre ci leggete le carte del giorno che verrà. Ma un bacio resta sempre un bacio e un rutto resta sempre un rutto. Poche piccole certezze. In questo terzo millennio che avanza rapido verso la decadenza. O verso l’evoluzione. O involuzione. Dovremmo decidere noi. Nel terzo millennio della stupidità.

Quasi adatti. Mò smettete di fare quello che state facendo e ve l’ascoltate. Giusto per ricordarvi alcune cosucce fondamentali. Tipo quella morsa bastarda che vi fa sentire di arrancare. Tipo lo sguardo dei vincenti, guardarli sguazzare nelle situazioni, guardarli vendersi. Giusto per ricordarvi di come avete domato l’ansia, di come siete cresciuti. Per ricordarvi la paranoia latente – che voi proprioproprio adatti non lo sarete mai. Eh. Lo so. Me too. Quasi adatti a scuole con i crocefissi ai muri.  Quasi adatti a discoteche come gabbie. Per ricordarvi che ora potete anche pettinarvi i nervi come meglio credete, ma voi – voi siete ancora i quasi adatti. Senti come martella, la sveglia delle sette. Quasi adatti. Senti come ti tiene gli occhi aperti la notte. Quasi adatti. Senti come forse è il momento di cantartela e basta –  fanculo il resto. Quasi adatti a spingere le ruote oltre i duecentoeventi. Quasi adatti a dare il giusto peso ai sentimenti.
Quasi adatti
.

Bugie dei morti. Della bugia fondamentale e dei pezzi di un uomo. E dello straccio di bambino. Dentro un uomo c’è di tutto: dolce, mostro, vecchio, buono. Delle mille personalità conviventi. E la bestia e gli occhi mansueti. E le onde di reazioni e faccio il vuoto intorno e tutti appesi alle mie labbra. E le illusioni e le consolazioni. E i mondi creati e l’assenza nella morte. So che è tutta una bugia, la più bella che ci sia.

La pianura. Che mi ha stancato viaggiare dentro di me, voglio viaggiare dentro di te. Quindi preparati con il sorrisetto consapevole di chi non vede l’ora e arriverò da te volando piano, dritto dentro la tua testa. E nella mia testa tutto si confonde, teschi-fiori-funghi-Messico. Tutto si confonde, musica-disegni-cuori-spuntini. Tutto. Il lavoro che sto facendo e bozze da mandare e calaveras e ossa. Tazze-limbo-letto-prato. Tutto. Forse quello che volevo è il Messico, o un fungo azzurro da mangiare in due.

Volo sulla mia città. Come solo la bici e il vento in faccia ti fanno sentire. E io l’ho riscoperto da poco – che qui una bici è l’equipaggiamento minimo. Planare sulle distanze e sulle primavere ai bordi delle strade. Cazzo te ne frega – di cadere. Volo sulla mia città con la bicicletta e faccio finta di non sapere quanto male fa cadere giù. Che non è il momento di pensarci. Un bambino in piedi in mezzo a un prato in mezzo all’erba verde, più alta di me. La linea piatta del tempo, segnato dalla lunghezza dei fili d’erba. E se solo mi spavento, poi cado giù.

La decisione. La decisione presa e la decisione da attuare. La decisione fredda e la decisione da spronare. Sarebbe bello potesse fare tutto sola. Ma sempre tu devi guidarla. Oh. Sarebbe bello. Ma ha bisogno ancora del mio – ha bisogno ancora che io.

I’m in love with my computer. Cover di un altro gruppo della scena indie punk di una Pordenone dfine anni 70, gli Andy Warhol Banana Technicolor [oh non son sicura del nome del gruppo, eh. Qualcuno me lo conferma?]. E iniziamo a fare du’ paole su sta provincia. Che non è che abbiamo molto – noi della provincia. Sara’ ancora colpa del fiume o che vivo nel culo del mondo (too much tv). Ma inizi a pensare che sia possibile. Tu. Computer. Cartoni animati. Tu. Schermo. Sembra possibile e tutto si fonde insieme, nel tuo mondo. I’m in love with my computer. E non stiamo parlando di oggi. Stiamo parlando di sogni veri. Di fantascenza e speranze. Di tecnologia primordiale. Di ingenui microchip e fiducia e desiderio. E robot e amore. I’m in love with my computer. E tastiere e riff da videogioco. Seventyseven. Io sta canzone la amo proprio.

Prova a star con me un altro inverno a Pordenone. Eh. Che bellobello non dev’essere, neanche lì. Né facilefacile. Ma tu ci hai mai provato, a stare con me un altro inverno ad Oristano?La provincia del buco di culo di un’isola troppo lontano dal – yes – dal “continente”. Minchia.
Cosa non è il continente, quando cresci in quel posto.
Che non c’è treno che tenga, lì.
O voli o nuoti. O ti attacchi.
Provaci, anche a stare con me un altro inverno a Oristano. Che poi non te lo aspetti neanche il freddo che fa. Che ci son 10 gradi ma l’umico di prende a mazzate le ossa. Anche se hai 16 anni.
E la provincia, la provincia è amplificata dall’isola. Lontano dalla mia casa più della luna, la sola cosa che posso desiderare. Eh.
E poi c’è pure caso che lo ottieni – lontano dalla tua casa più della luna.
E ne sei felice, eh. Ma anche triste della tristezza che solo chi sa che non può tornare ha.
Che poi il sentimento è condiviso.
Pordenone, Oristano. Non è che cambi poi tanto, forse.
Ma io l’ho vista la vostra provincia di voi cresciuti in continente.
L’ho vista la vostra provincia. E per quanto inculata sia, per quanto sperduta e poco abitata – la vostra provincia vi lascia speranza.
Che poi io non capisco un cazzo forse e mi direte che voglio fare a gara a chi ci ha la provincia più provincia. Ma non è così. Giuro. E solo che – cristo, quegli inverni li ricordo passati nella speranza che succedesse qualcosa portato da fuori. Che arrivasse lo straniero a soffiarmi in faccia i venti d’Europa.
Ma forse la provincia è così per tutti. Forse anche per chi ha la possibilità di saltare sul treno e tirare a casino. Forse l’isola non è il male più di quanto lo siano i vostri sobborghi. Forse.
Sarà un letargo dolce senza inverno e freddo.  Eh, magari.
Io, io, io solo contro il mondo, è meglio se mi calmo. Eh, forse era meglio. Sì.
Ma ormai è tardi e anni e anni sono passati e tu ancora non te li sei levati di dosso, l’umido e la malinconia di quella provincia. E sei scappato dalla provincia. E indietro non si torna.
Dice che qui non resta.
E a volte ti manca pure, la provincia. E per un attimo allora torni. E vuoi scappare ancora. Tornare e scappare. Tornare e scappare. Story of your life.
Sarà che è sempre tutto uguale.

Beat(o).
E poi qui c’è tutto ciò che è giusto fare. Quello che tu vorresti fare. E quello che quasi mai puoi fare.
Ma quello che mi piace è star disteso sulla terra e sincronizzare il fiato con il battito che ha, esplorare senza luce le stanze del cervello e annusare l’aria per capire se domani pioverà.
Qui c’è tutto il rapporto con se stessi e tutti gli sbagli e stare in orbita costante sopra quello che vorrei. Obblighi, compromessi e verità.
Come un santo del passato, per un futuro beat.

Spengo e torno a disegnare teschi messicani. Che dopo sto lavoro non vorrò più sentirne.
Cià.

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