Iniziamo dagli U2

il

C’è stato un tempo, un tempo moltomolto lontano, in cui gli U2 non facevano cagare. Un tempo in cui Bono non sembrava ancora Malgioglio e Edge non aveva il cappellino in lana. Larry e Adam erano fighi allora e pure mò – che volete che vi dica.
Un tempo moltomolto lontano in cui avevano qualcosa da dire.
Un tempo moltomolto lontano che ha coinciso con il mio presente giusto per qualche anno.
Un tempo moltomolto lontano che ho iniziato a conoscere al ritorno dal mio primo viaggio in Irlanda.
E l’Irlanda – si sa – non perdona. L’Irlanda schiavizza gli animi e gli occhi.
L’Irlanda accoglie e respinge e tu sei finito.
Avevo 14 anni.
Ed ero pronta per il passaggio. Tutto accade per caso e ricordo la prima percezione della direzione che sceglievo, ricordo un trucco nero pesante intravisto da lontano, in una città cattolica ancora più piccola della mia.
Ricordo le giacche di pelle – e la memoria di quella foto nel libro di francese. Stesso mood. Teenager slavate, capelli verdi e decori sul viso. Io sta foto la ricordo bene. Ma che cazzo ci faceva quella foto nel libro di francese? Boh. Ok – non divaghiamo.
Comunque. Vedo un gruppo di ragazzi a Kilkenny e io sono dentro il pullman e sono per la prima volta da sola fuori di casa e sono così maledettamente misfit nel mio tentativo di fittare. Nel mio profondo disagio benvestito. E questi ragazzi sotto quell’albero, quelli che vedo dal finestrino beh – quelli il disagio se lo concedono anche all’esterno. Glielo leggi in faccia. Maschera e verità.
E nella mia mente la forma si forma e iniziano a maturare i sintomi.
Torno a casa dopo due settimane – stabilità in divenire.
La scena si sposta nella mia camera, due mesi dopo. Autunno, direi. Aspetto di uscire. Ho trovato sto libretto sugli U2 in una di quelle riviste di musica che prendo sempre. Dalla copertina Bono mi guarda, cigarillo in bocca e occhiali da zarro – ma ancora non così zarro. Erano gli anni ’90, after all. Bono mi guarda, illuminato dalla luce gialla della mia camera. La finestra che riflette i primi raggi della notte. La temperatura che scende e l’umido che sale. Autunno, direi. Inizio a leggere la storia scritta da chissà quale pseudogiornalista sottopagato – o forse allora era diverso. Inizio a leggere e guardare le foto di quasi 20 anni prima – la luce bianca dell’Irlanda però è sempre la stessa. Le foto di quel gelo sporcato di grigio but still limpido. E scopro ‘sti quattro dubliners – che loro non erano poi così cupi, ma northeuropei e bianchicci e popolani come gli irlandesi sanno essere. E mi affascinava, sta cosa delle star irlandesi e non amercane. Insomma, erano dei provinciali dopo tutto. E Bono non è mai stato così aggressive e autolesionista, forse non era proprio il mio specchio – ma era la consolazione. Il poeta-profeta-professore da cui farsi rassicurare e anche un po’ fottere. [Anche se la sua vena protocattolica mi è sempre stata sul cazzo – ci tengo a dirlo.] Comunque leggo sto libretto e mi ricordo di una cassetta di mia mamma. The Joshua Tree, registrato su nastro – le tracce scritte in una bella grafia regolare da uomo. E quella cassetta chissà quante volte l’ho già sentita, senza prestarci attenzione.
E la cerco e la metto su – lo stereo mezzo scassato nella meccanica ma still working. E schiaccio play.
E inizia il vento teso di Where the streets have no name. Le note sospese – che le canzoni degli U2 sono un eterno inizio. E tu rimani appeso ad aspettare qualcosa che poi chissà se arriva.
E io vengo sommersa da quell’onda di residui new wave senza sapere cosa sia la new wave, dalla piena mutata da un post punk di attriti quasi adulti e depressioni da difendere e custodire.
E ascolto la musica e nel mio inglese stentato da quasiquindicenne al linguistico tento di capire le parole e non riesco e internet che cazzo era allora e voglio sapere –  voglio sapere che cazzo dice quella voce raschiata dalle scogliere e dalle piogge – e che sarà mai tutto sto fascino per le piogge poi.
E qualche tempo dopo trovo l’illuminazione dentro un libro al centro commerciale – lyrics e traduzioni. E inizia il fetish per le parole. Inizia la mania di sapere che cazzo dite, quando mi urlate o sussurrate nelle orecchie. E mi innamoro. Mi innamoro di occhi blu, di occhi tristi e vie di fuga. Mi innamoro di quelle strade senza nome e dei rifugi e delle spine nel fianco. Mi innamoro di parole vecchie e uomini vecchi anche loro. Mi innamoro di dita lunghe come caricature, di parti recitate e cover di Lou Reed. Mi innamoro di quella realtà che mi si apre davanti sbagliata e di come mi piace sentirmici – sbagliata. Il mondo nuovo. Che poi è il mondo vecchio. Insomma, mi innamoro. Di come manovrerò il futuro e del kajal sotto gli occhi. Mi innamoro di spille da balia e maglioni bucati e maglioni al rovescio e maglioni oversize e  ragazzi come condanne e destini incerti. Mi innamoro dell’impossibile e della tristezza. Mi innamoro.
E mi lascio legare all’idea di non incastrarmi mai più da qualche parte. Ci provo, almeno.
E quei primi tentativi sballati si fanno strada mentre Bono mi raspa via la pattina esterna che ancora resiste. On a bed of nails he makes me wait. Circa.
E Running to stand still che mi faceva pensare a quella frase trovata in Christian F. – dove diceva che Detlef sembrava che corresse restando fermo. Ero e astinenza. E pattern nascosti che solo io vedevo – che non mi sono fatta mancare niente di tutti i must know da un adolescente alternative.
E Bullet the blue sky e Exit.
E anche le canzoni che non mi piacevano e mandavo avanti, sbagliando sempre il punto di partenza della canzone successiva.
E With or without you. Che With or without you è tipo l’inizio di Borchie+Briciole. Avevo 16 anni. È tutta la sera che cerco il libro con i testi – che ci avevo scritto dentro questo prima acerba riflessione musicale. Niente. Sarà finito tra quelli che ho spedito dai miei. Fuck.
Sarebbe stato un esercizio carino, copiarvi quel pezzo.
Ricordo che cresceva tormentato insieme al basso della canzone. O almeno ci provava, ad avere quel ritmo.
Sarebbe stato un esercizio carino.
Pazienza.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Zorapide ha detto:

    The Joshua Tree: un album che ha fatto epoca.
    Pietra Miliare.
    Nessuno mai riuscirà più a scrivere canzoni come quelle.

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    1. Valentina ha detto:

      Pietra miliare ma non sono cosí d’accordo sul fatto che nessuno riuscirà piú a scriverne. O almeno spero. Forse sta più a noi impegnarci a riconoscerle 🙂

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