The Winstons, The Winstons

Oh – io arrivo tardi ma arrivo eh.

Non è che non li avessi ascoltati appena usciti, ‘sti tre The Winstons dalle facce déjà vu.
È che servivano tempo e pressione, per capirlo seriously – quest’album.
Perché è potente e carico. Richiede attenzione e pazienza. Impegno, persino. Richiede orecchie disposte a far fluire la musica fino all’interno. Richiede concentrazione e sorpresa. Per un clima antico in chiave di nuovo.

Dategliela, un’ascoltata. Datemi reta.
I The Winstons sono i tre fratelli in musica, Enro Winston, Rob Winston, Linnon Winston.
Guardateli in faccia e ditemi se riconoscete qualcuno.

Che c’è ‘sto alone un po’ bohemien nell’album – ma di un bohemien leggero e danzante, un bohemien lungo e lento. Senza peso.
Fuso nella musica e nei bisbigli.
Come musicisti d’altri tempi – the English way e club e cocktail.
E suona di radio vecchia e gracchia di elettricità liscia e accennata.
E la delicatezza naive e sinuosa degli anni ’70 che ritornano.
Come See Emily Play e Because, anche se non erano proprio ’70.

Come un tuffo indietro nel tempo, un tempo diverso. Di progressive e sale prove piene di fumo. E l’organo elettrico e l’appiglio di una melodia che cambia e poi torna. Cambia e torna. E i colori pieni delle bocche in copertina.
E i divani con le bruciature di sigaretta.
Nicotine Freak.

E capelli lunghi nomatterwhat e il buio statico che scende troppo in fretta in inverno.
E la pioggia sottile e l’odore dell’erba. Quella bagnata e quella fumata.
E le tinte ocra e la carta da parati con i fiori giganti e il tè delle cinque.

Ah sì, quasi mi dimenticavo che quest’album è italiano.

Che poi a me questo tipo di musica mi cala sempre in una parte che non so se ho solo immaginato  o vissuto. Mi rimanda alla scoperta di un’era fuori dal mio tempo, un’era che era rifiugio e ricordo. Ricordo immaginato – poco importa.
Un’era che mi faceva pensare di aver sbagliato tutto.

Che il millennio finiva – e io non guardavo avanti. Guardavo indietro di 30/35 anni, contando i cerchi concentrici all’interno delle mie ossa. Eh no – che davvero quella era l’epoca dei parents e non la mia. Che davvero ero così fuori dal tempo.

Ora che di anni ne son passati un milione, ascolto un disco del genere pensando che in fondo forse ci siamo sentiti sempre tutti allo stesso modo. Strappati fuori da un condizione che chissà se avremo colto, facendone parte. Presi a calci dal presente e immersi nel passato. E chissà se anche i The Winstons si son sentiti così. Se hanno evocato lo spirito della sottile storia del progressive andato per nostalgia o per tentativo. Se hanno scomodato una magia inglese scaduta per una similitudine d’animo. Se hanno riscritto un po’ di passato, inquinandolo di futuro.
Chissà se per fare musica consistente oggi è necessario rifarsi a un certo trascorso, trattandolo come musica classica.
Chissà.
E chissà se la scelta di questi accenti del secolo scorso sono più una questione di gusto/genere o davvero il rock is dead e noi non riusciamo a farcene una ragione.

Molti dei testi dei The Winstons sono in inglese, quasi figli di una ricerca di mood per identificarsi meglio nello spazio-tempo di un’Inghilterra ormai andata.

Nicotine Freak sa subito di sogno e ossessione e contraddizione. Tabacco e innocenza. Ci immerge in quel tempo compianto visto con gli occhi di un filtro Instagram. La luce opaca e la realtà da set cinematografico.

Diprotodon è pura psichedelia e forse neanche dovremmo preoccuparci di quello di cui parla – che sentita così mi fa un un po’ lo stesso effetto delle voci inventate in Atom Heart Mother.

Play with the rebels potrebbe fittare alla perfezione in uno dei due album solisti di Dellera. Ho amato moltissimo il ritornello, di questa canzone. Ma per la rubrica “confessioni di un’italiotta all’estero”, devo segnalare mi fa voglia di cantarla ma non la capisco tutta. E forse è meglio così.

E comunque il suono delle tastiere progressive io lo ficcherei un po’ ovunque. On a dark cloud, ondeggiata e sostenuta. Tesa. Ansia. Oh già – su una nuvola nera proprio.

She’s my face. Come un sogno di quelli in cui ti specchi e non sei tu ma sei tu. Hold on – she’s my face. E i cori come una colonna sonora alla tua vita. E qui ci senti quasi affluire i Calibro 35. Quante cazzate che dico, eh? Ma io questo ci sento.

A reason for goodbye. Che accelera il ritmo e ti mette fretta nella decisione dell’addio? E Jennifer. Chi è Jennifer?

Dancing in the park with a gun. Tipo una giornata abbastanza dull nella provincia inglese e le facce delle persone e il tempo e l’umore che si ribalta. Ma non ho una conclusione. Non capisco se alla fine quella pistola viene usata o no, prima che tutto torni alla normalità e la canzone riprenda il suo tempo iniziale.

Viaggio nel suono a tre dimensioni. Io comunque la fonovaligia l’avrei voluta eccome. Un vento che sa di jam session e rumori di fondo ben narrati. Dissolvere su qualcosa di più leggero. Dissolversi elettrico poi classico.

Tarmac. Canzone che sa di chiusura, canzone che sa di notte. Di mancanze e facce da ricordare. Lontananza?

Seconda canzone in giapponese. In Number Number si percepisce qualcosa di cupo, come un pericolo imminente da sera solitaria che cala tra gli alberi.
Che ora la notte descritta prima non sembra più così piatta e tranquilla.

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