Come quando eravamo a Milano a guardarci le vene

Mancano le attese e mancano le notti.
E la familiarità e la quotidianità.
Mancano amiche che cambiano vita, mancano pause e sigarette.
Mancano tutto ciò che era scontato e le notti in macchina verso i concerti.
Mancano le sere, manca il caldo e la luce in arrivo.
Manca il 4 che sbircia l’orrore dei palazzi nuovi in Garibaldi, manca la periferia persino. E il gelato del sabato appena fuori dagli scarichi della circonvallazione.
E in tutta questa mancanza subentra la colpa – che quanto cazzo devi essere sbagliata per non essere felice in questo posto.
Ma tutto manca e l’ansia cresce e si gonfia di negatività.
Manca la facilità.
Che niente è come sembra e tu sei pure peggio, inadeguata a vivere e inadeguata alla soddisfazione.
Mancano il tuo sistema solare di valori condivisi, manca l’importanza che ti davano le persone.
E non leghi, non leghi.
E i primi mesi sono i più difficili e ti consoli riempendoti gli occhi con tutta quell’acqua – ma manca chi eri e non sei più nessuno.
Manca saper parlare.
Manchi da morire, mancate tutti da morire.
Sono fuori dai giochi ora.
Tutto da rifare.
Tutto da iniziare.

Vi sembra bello, vero?
Anche a me.
Ma dannazione, è difficoltà.

Mancano le conquiste di anni e la gestione delle paranoie, mancano gli appigli e le verità raggiunte.
Un’intera vita da settare – proprio quando ti eri seduta nel vecchio mondo.
Stronza io e i miei malumori, manca la comprensione e il motivo.
Stranger in a strange land.
È tutto cosí meraviglioso – e riscopri la solitudine.
Che alla fine non è mica vero che ci sai fare, con le persone.
Che non eri nessuno se ora non sai chi sei.
E non sai fare niente.

Manchi.
Cazzo come manchi, Milano.

E ditemelo ancora, che Milano non è  la verità.

E che non le si gira intorno nelle notti con la radio accesa.

E che non è strana, Milano – quando non vinci. Ditemelo, che Milano vi accoglie e non chiude gli occhi. Sappiamo tutti che non è vero.

E ditemi anche che perde fascino e realtà, ditemi che non ci si vuole stare. Che si vuole fuggire, dalla capital benvestida.

E che per una vita non abbiamo sperato di avere altri cieli. Ti ricordi i nostri disperati sogni di viale Monza, che si infrangevano contro i soffitti e facevano delle specie di affreschi.

E non ditemi ancora che Milano è l’Italia al sapore d’Europa. Che Milano è nel mezzo della mediocrità. Non ditemelo ancora.

E non ditemi della decadenza e del romanticismo. Non ditemi di Brera.

Poi neanche del monumentale e dell’immobile nebbia. Come quando eravamo a Milano a guardarci le vene.

E gli stereotipi e gli all you can eat di coca.

E non ditemi che a Milano non va. E aspetto di tornare qualche giorno per voler scappare, felice da fare schifo.

E che vabbuò. Prima passa e poi torna. Passa e torna.
Come nella migliore tradizione bipolare.


Photo © Federica Travaglianti

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