Folfiri o Folfox, Afterhours 

Grazie. Che tu sei sempre l’illuminato e io, beh –  io sono il popolino. Che sei libero di spaccarmi la testa in due e stupirmi tutte le volte che vuoi. E che puoi.
Che è un album di morte e anche di rinascita, questo. Che è l’album della fine delle illusioni. Delle carte svelate. Della malattia e della vita come non la conoscevi. È l’album che spoglia il mondo dall’inganno per restituirgli libertà. È l’album che attraversa la morte in tutte le sue fasi. Fino alla ripresa.

E qualcuno mi aveva già detto che Grande era commovente ma. Ma. Questo non è essere solo essere commovente. Questa è la descrizione di cicli di vita e aspettative. E di eternità. Che quando mai ti senti adulto, finché l’universo che ti ha creato si sveglia e va ancora a dormire su questa terra. Quando mai ti senti adulto. Di tutte le vulnerabilità e di tutte le incertezze più grandi ne fai una coperta. Ti ci avvolgi al caldo. Nella notte che ti respira addosso. Fino a quel momento. Quello. La solitudine vera. La necessità di reagire. Fino a che non rimani solo a guardare la linea retta del tuo tempo arrivare a metà. Solo a guardare la linea retta del padre del tempo che si spezza. Che noi non saremo mai in grado di vederlo davvero, questo cerchio della vita. Grande. E le promesse migliori che litigano con la morte. E ci pensi, al perché di questa canzone. Pensi all’immagine di un dolore che non sai cosa sia, pensi a tuo padre che invecchia – pensi a te che invecchi. E alla foto devastante di un futuro certo.

afterhours

Il mio popolo si fa. Critica radiografica dell’italietta mischinetta. Bel sound. L’idea che l’illusione di libertà che ci trasporta nella corrente sia la nuova eroina. Right. Ci sta. Ma senza il fascino della decadenza. Che diofortunaetrans è l’oppio dei popoli. Eppure. Eppure mi aspettavo una storia specifica. Che la deriva un po’ generalista della lamentela intelletuale mi lascia sempre perplessa. Ma lui puó. Puó per l’inconvenzionale ondata di parole che esce dalla sua bocca, puó perché forse ci prova pure – a cambiar le cose. Puó perché se ne fotte. E perché non scappa. Che poi – ma quindi eri tu quello fatto d’anfe ad un festino?

L’odore della giacca di mio padre. E sono subito nella casa dove abitavo da bambino. Solo che è vuota. Solo che la presenza è malattia ora. Abbandonata in un letto. Non riesci più a pensare. A tutto l’amore dato e da dare. Alla fine e all’inizio. A te nel mezzo. Il panico basito dell’assenza. Quel pianoforte che si ferma e poi riparte. Sospeso. Cammini. I barriti stridenti delle corde pesanti. E sai navigare in un mare d’amore. Che arrivano tutti gli altri strumenti a consolarti.

Non voglio ritrovare il tuo nome. E tutte le componenti che mi ti fanno amare, Agnelli. La malinconica storia alla deriva. Il ricordo. La ballata. L’amore spento. Il respiro perduto. Le componenti che mi ti fanno amare. In apparenza, almeno. Ma forse dovró ascoltarla quel milione di volte, prima di capire che davvero la amo. Che al momento ancora persiste la prima impressione: degna ma non lacerante. Riconosco l’autore ma le guance non divampano e lo stomaco non scalcia. Degna, anyway. Persino bella, azzarderei.

Ti cambia il sapore. Oh – i cazzo di giri inesorabili della tua chitarra sporca. Culla di una familiarità di noise. Capire se credo in Dio e se Dio crede in me. Cercare di vivere. Chiederti di vivere. Chiederti una soluzione diversa. Una filosofia, una via. Chiederti di non morire. E le medicine e le battaglie. E tutto l’amaro e tutto l’amore del mondo.
Ho visto la crepa in me. La vita che gocciola è mia. L’insistente ansia di un violino elettrico distorto.
Gosh, gosh – che pezzo avete fatto. Io sta canzone la A M O. La amo come non accadeva da tempo, la amo nel suo loop e nella melodia che mi riempie. E ne amo le mille interpretazioni che ne ho già fatto. Chiaro che il sapore deriva dalle medicine, dalla chemio e da una condizione consumante come il cancro. Chiaro. E in questo estremo cosí lontano dalla mia realtà ma cosí possibile – in questo estremo ci affondi con il culo pesante e ti ammali di empatia. Ti ammali di tristezza e comprensione, ti ammali di rabbia e voglia di reagire. Ho visto la crepa in me. La vita che gocciola è mia. Minchia che pezzo.

San Miguel. Eh beh. Che spiegava Agnelli a Radio King Kong che sto Miguel è il santo prottetore dei trafficanti che portano la droga in aereo dal Perú a non ricordo dove. E tutti li vogliono morti, sti trafficanti.
 E si appellano a Miguel, soprasottosinitradestra. Boh – ok è tipo una preghiera. In effetti sa un po’ di ziedde che piangono i morti nei paesi. La mia mente poverina non capisce bene la spinta e lo spunto per una canzone del genere – ma fa nulla, dai. Sperimentate quanto vi pare, che noi vi amiamo siempre.

E tanto veniamo subito riportati sulla nostra strada prediletta da Qualche tipo di grandezza. Tesa ballata che è necessità. E già qui mi parli di letti e pelle che brucia e cuori infranti, mi parli di errori che infettano e scelte e strappi. Sopravvivenze, lacrime e masochismo.
 Potremmo quasi esserci. Nel momento prima della fine. Nel momento del pianto e della consolazione del dolore. Di come ti incendia per bene, il mio farti male. E di un’orchestra elettrica che ti riempie lo stomaco e la gola. Pesa, tutto è al suo posto. Ecco, quanto ne avevamo bisogno. Com’era quella? L’anima brucia più di quanto illumini, sí. Ma chi ha mai detto che non possa piacere? Vuoi solo me e le mie lame. Appunto. Affilale e vieni a prendermi.

Cetuximab. Strumentale veloce e tempestosa. Quindi niente da riportare al momento. Pioggia o passi?

Lasciati ingannare (una volta ancora). 
Che è bello crederci, che tutto questo esista ancora. Magnifico inganno che esista un futuro. Che siamo ancora fatti per stare insieme, lasciati ingannare. Rimandiamo decisioni e grida, lasciati ingannare e ingannami. Che mi puoi far credere di cambiare la mia vita. Sull’orlo del baratro fingiamo non ci sia il vuoto ad attenderci dopo il salto. E la linea del tuo labbro superiore. Ma anche la curvetta esterna del suo mentre canta. Di una dolcezza amarissima. E dimmi quanto tempo mi dai? Rimandare la verità è una forma superiore d’amore. Stupiscimi anche dal vivo e ricado ai tuoi piedi.

Oggi.
 Del male inevitabile e del male voluto. Di tutta l’oscurità che ti porti dentro. Di tutto ció che un po’ di sole alla finestra non riesce a guarire. E chi mai ci ha creduto più che in questo momento. Che l’angoscia e il tormento non sono mai stati più inutili – ma non lasciano andare la tua mano. Ti accompagnano anche nella promessa di una gioia. O di una serenità almeno. E solo oggi – almeno per oggi – potremmo essere felici. Almeno per oggi potremmo guarire. Ma, hey – Hello darkness, my old friend. Inseparabili io e te. E questa melodia che ti calma e ti fa chiudere gli occhi. E ti senti anche tu il sole sulla pelle, come dalla finestra della tua stanza.
Oh – conforto e forse fiducia.

Folfiri o folfox. Voci mostruose e richieste pressanti e suoni discordanti e un cantato quasi religioso. E un corpo intossicato – talmente intossicato che quasi piango che neanche le zanzare lo mordono più. Pausa pianoforte. Fatalismo e sanità. Presagi di morte nell’odore chimico degli ospedali di chi va e di chi resta.

Fa male solo la prima volta.
 Che io non so cosa pensarne. Parole accese, corsa e affanno. Mi spalanca un po’ la bocca parlando di bocca, mi cambia le passioni e le voglie parlando dell’invidia del saper cambiare. Che quindi qualcosa puó ancora stupirti. E poi battiti con me. Oh – dio ti prego, fa che sia un cazzo di nuovo inno alle sveltine pesantine. Fa che sia davvero come forsenonèpropriolegalesai. Ci vorrà del tempo. Lo scoppio delle casse. Battiti con me. Sto franintendendo tutto? Quante volte dovrò ascoltare sta mimica del suo porno prima di coglierla? E se mi farà male solo la prima volta me ne disinteresseró poi? E nella tua natura che animale sei? Eh. Suggerisci. Dimmelo tu, che animale sono. Tanto tu sai sempre la verità, no? Battiti con me.

Noi non faremo niente. Eletta finora nuova regina del cut up mentale. Sciolta in petto come ai bei vecchi tempi. Nelle singole note. Nelle attese e nelle ambientazioni da stanza d’hotel. Nei freni e nelle lucide immagini di un trip. E non sento niente. Insensibile spettatore della tua vita dentro uno specchio in frantumi. Di tutte le versioni di te stesso che ci vedi riflesso. Annunci di sangue. La strada per tornare a casa. Calma oscura, melma densa di tristezze e passato. E i versi che non puoi commentare. La perfezione. Quanto cazzo ti ho amato, quando eri tutto immagini.
 Batteria distorta.
Oggi – di una stanza dentro a un hotel
Nera – come un lampo esploso da un po’
Sogna – fino a che non respirerai.

Nè pani nè pesci.
 Non son sicura di aver capito. Vuoi credere alla magia senza che qualcuno ti sveli il trucco. Ma la realtà ti apre le tende del mondo che non volevi vedere. Toccati. Sei vero. Ti hanno tolto l’illusione e trascinato giú. Cerca un appiglio. Reggiti forte. La veritá. Abbracciati. Abbracciami. Oh, ok. E sto sound da vecchivecchi After ohggesú – come mi siete mancati. Ohggesú – dai che non c’è bisogno di stupire sempresempre con strumenti acccazzo. Dai. Senti com’è riuscita bene questa. Dio. Ti fa venire voglia di sentirla e risentirla e sentirla e risentirla. Toccati la carne ora. Pensa sia la mia.

Ophryx. Altra strumentale. Dona a noi i tuoi violini, nostro signore degli archi. Amen.

Fra i non viventi vivremo noi.
 Oh, ma che parli di me? Ogni uomo ha una mania, tu sai di avere la mia. Eh. E il pubblico a cui obbedire e le condanne post punk. Oh – no davvero: ma che parli di me? Esagitata critica alla ragion del post. Più in là del post punk e la sua atrocità che ti ha chiuso la testa e ha rovinato la tua libertà. Fuck. Che limite mi sento. Che limite di me stessa. Fanculo al post punk. Evviva il post punk. Ci rifiutiamo ancora di vivere nel presente, eh? E chi sono i non viventi? Gli spiriti della musica passata o noi stessi? Prenditi cura degli idoli, dei o poeti che siano. I non viventi siamo noi.

Il trucco non c’è. Un album di illusioni e rivelazioni. Un album di verità che avremmo fatto a meno di sapere. Un album a scoprire il vuoto. E come vorrei credere a te. Affidarmi a te. In questa colonna sonora sulle spine dello spettacolo magico. Assoldate Jodorowski per il video di questa canzone. Please.
Tu hai troppa violenza in te perché io voglia che tu sia Dio.

Se io fossi il giudice.
 Un grido di liberazione. E no, che c’entra un cazzo con X-Factor, è già stato spiegato. Che prima o poi bisogna tornare a vivere. E bisogna farlo da uomini liberi. Spogliandosi di tutti i concetti che abbiamo su noi stessi. Spogliandoci dei giudizi e delle definizioni. Spogliandoci di chi crediamo di essere. Lavare via tutto ció che ci costruisce. Stupirci. Sperare. Cambiare. Contraddirci. Seguire l’istinto. Sfanculare l’ideale. Liberarci. Liberarci da noi stessi [e dalla fede, cantavi già 4 anni fa]. Che abbiamo già la maledetta chiave per spalancare le nostre gabbie. Abbiamo la fottuta chiave per scegliere. Ognuno ha un modo di
abbracciare il mondo, il modo che ho è soffrire fino in fondo.
Quest’altro motivo rassicurante e riconoscibile. E la prima luce che arriva di nuovo come una rivelazione.
 Stupido, devi tornare a vivere.
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Ma almeno una cosa la posso dire sulla copertina? Scusate, anni e anni di grafica non perdonano. A me all’inizio proprio non è piaciuta. Una foto bella ma banale, un font che boh – non mi è piaciuta. Ma poi ecco, lui ha spiegato forse su Instagram che l’orchidea è un fiore che si nutre di materiale in decomposizione. La vita dalla morte. E come sempre du’ parole e mi convince. Scema io che banalizzavo. Vabbé.
Comunque. A livello concettuale niente da dire eh, ma come copertina vuoi mettere le luci al neon de Il mio popolo si fa o bocca&pillole che si vedono nella promo del vinile?
Dai su, che qualcosa te la devo criticà per forza.

Schierzo.
G R A Z I E per questa meraviglia.


Leggi gli altri post sugli Afterhours. E condividili, per dio!

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