Du’ ore al ‘Du Festival

il

Arrivare in ritardo a un festival per cui hai pure l’accredito. Mmm. Dove l’ho già sentita questa?
L’Italia ultimamente non aiuta le coincidenze.

Comunque. Ho aspettato cosí tanto a scrivere sto report perché non c’avevo scazzo di farlo.

Ho aspettato perché boh – forse mi dovrei concentrare solo sul concerto de Il Pan del diavolo. Che io ero lí anche per vedere Iosonouncane, diosanto – e invece niente.

Che ci si è rotta la frizione della macchina come abbiamo parcheggiato ed è dovuto venire a recuperarci mio padre. Che non succedeva dal liceo, di farsi venire a prendere a notte fonda.
Che a sto festival son sempre tutti in ritardo e sto cazzo di Iosonouncane all’una ancora non aveva iniziato e io stavo già rientrando. Fanculo oh.

Ma iniziamo dall’inizio.

Mi stupisce sempre, il ‘Du Festival. Che tutto – e dico TUTTO – il paese si mobilita per organizzarlo. Per portare a suonare degli artisti che non sono da festa di paese. Per far arrivare fino a quel buchetto di culo in Sardegna una dose massiccia di scena indie. Da anni. Cioè. Io trovo ammirevole a dei livelli da assenza di parole, il fatto che non si chiamino a raccolta i vari Jo Squillo e Ron. Trovo spavaldo e di un’apertura mentale degnissima, il fatto di far organizzare ‘sto festival a chi la musica la ascolta davvero. La musica contemporanea, intendo. Ed è bellissimo vedere queste persone di tutte le età, padrifiglicugininipoti – ognuno di loro a fare la propria parte. Vendere biglietti, vegliare il palco, spillare birre. Bellissimo vedere l’unione. E chissà se dura anche a festival finito.

Che io adesso c’ho sta immagine di comunità, della gente di Bauladu. Di unità. Come una famiglia allargata. Di quelle che non si tirano i piatti litigando, eh.

Comunque. Quando arrivo Lee Ranaldo sta già prendendo a colpi la sua chitarra. Ora ditemi che non capisco l’arte cazzo. La sua performance prevede un’ora di quello che normalmente sentite come noise nelle canzoni dei Sonic Youth. Un’ora – dico.
Gesúccristo che fatica. Io avevo visto un unplugged di Lee Ranaldo solo soletto ad Amsterdam, circa 6 mesi fa. Ci avevo scambiato du’ parole e che bravo guaglió che è. Ecco. Mica che si poteva attenere a un concertino intimo simile a quello di gennaio? Che sfregava la chitarra sui muri, questo Lee Ranaldo in Sardinia. Lanciava la chitarra con una fune e la faceva girare. Producendo dei suoni. Un tantino autoreferenziale come spettacolo, eh. Con dei video di sfondo che forse non vedevo neanche bene. Ok. Diciamo che 5 minuti di sta roba sarebbero bastati.
Ma sono io che non capisco l’arte eh.

Jeez.

Mi sposto sotto al palco grande, attendo Il Pan del Diavolo. Attendo questo non è l’oceano questo è il Mar Mediterraneo. Indeed. Attendo sto duo bomba del folk rock nostrano, attendo sti siculi in trasferta isolana. Che ci puoi sempre sentire l’isola, nelle loro parole. Ci puoi sentire la lontananza da tutto e la potenza del mare quando è incazzato. FolkRockaBoom! Ci puoi sentire quel sentimento – quello spleen della distanza, ci puoi sentire gli anni “in continente”.

Il centauro. Blu laguna. Vivere fuggendo. Eh. Cazzo. Che pure qui mica mi lascia stare sta domanda. Chi è la spina chi è la rosa? E anche il fatto di avere incontrato tutte le persone della mia vita in pizzeria. Ah. Home sweet home, no?
E ancora la distanza indiretta, quella di quelli che ogni tanto tornano.
Il dualismo del tornare e dell’andare. Ancora la corda che ti lega stretto all’isola. Con nodo da marinaio, eh.

E pertanto voglio fare tutto ma tutto non si puó fare. E la fretta, la fretta del tamburo. L’urgenza della voce. E respiro piombo polvere e carbone. E mezzanotte.

Boh. A me sti due ragazzetti con cui avrei potuto farci la scuola insieme mi hanno sempre convinto. Sin dal loro primo concerto visto per caso. Bello vederli a casa. Bello cantarli. Bello. Bello e veloce.

E poi insomma, il mio festival finisce qui.
Che dopo c’è uno dei Club Dogo e sí – non è che mi interessi molto.
Che c’è mio padre che ci viene a prendere e niente – fine.

Cià.

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