Ci ha fottuto, il post punk

Tipo che forse non ci ho mai capito niente, della funzione della musica. Tipo che forse qualcuno aveva ragione, che il post punk ci ha fottuto.

Tipo che forse sarebbe anche ora di smetterla di cercare nella musica un qualche tipo di comprensione per giustificare le nostre depressioni.

Che sarebbe ora di smetterla, di attribuirle tutta sta pesantezza.

Che magari dovremmo pure provare a viverla come una leggera colonna sonora che sprona le nostre giornate.

Oggi Spotify mi ha abbandonato. Dice che l’account italiano non posso piú usarlo all’estero. Ho perso tutte le playlist. Dice che forse è il momento giusto per un nuovo inizio. Fresh start. No scherzo, non lo dice. Comunque mi ha abbandonato.

Io non li ho mai capiti, quelli che al mattino ascoltano musica per caricarsi. Io al mattino voglio sentire solo quello che mi riporta nel mood del sogno.

O voglio sentire qualcosa che inizi a farmi pensare.

Che sia mai che una con l’animo tendente al cupo cerchi di cominciare un nuovo giorno con sensazioni positive. Con la testa sgombera. Sai mai, eh.

Ci ha fottuto, la new wave.

Ci ha fottuto pensare di dover aggiungere pesantezza alla nostra pesantezza.

Ma ehi – era per sentirci parte di qualcosa. Noi e la nostra dannata fiera degli incompresi.

Era per provare che mica siamo gli unici a stare così. E allora vai, che la minoranza ci fa sentire speciali. Ci fa sentire superiori. Perché voi oh – voi non capite un cazzo. Perché noi siamo gli esseri eletti delle sensazioni. Perché noi dobbiamo fare dell’ultra sensibilità uno stile di vita. Un vanto di quanto minchia noi riusciamo a sentire. Perché voi oh – voi non sentite un cazzo.

E invece mi sa che no. Che non è proprio così. Che gli unici a rimaner fottuti da questo magnifico gioco della superiorità perversa beh, siamo noi.

Che forse mollare il colpo a volte – solo a volte – può salvarci il culo.

Che forse ammettere di non essere poi così integri e puri e banalmente dannati – forse dopo un’adolescenza lunga 20 anni potrebbe rivelarsi un buon trucco.

Che forse non è mica che tutto quello che dobbiamo sentire è solo un menosissimo fastidio che ci piace chiamare dolore. Oh, gli eletti. Gli eletti del romanticismo. Gli eletti della decadenza.

E dopo aver raschiato il fango che c’è nel fondo dell’autocommiserazione – forse dopo aver rischiato di sputtanare la nostra vita, possiamo iniziare a capire che il masochismo dovrebbe perdere interesse. Potremmo provarci, per una volta.
E fare un outing inconsapevole. 

Sto ascoltando tanto i Gogol Bordello in questo periodo, sto ascoltando cosine che non levano del tutto la pesantezza ma la alleviano. E i Mellow Mood. E i Mano Negra. E i Fugees.

E ehm. Manu Chao. Rientra nei guilty pleasures, Manu Chao?

E li sto ascoltando come fosse la roba piú naturale del mondo. 

Che ho grattato giú giú giú ultimamente. E no, non mi è mica piaciuto cosi tanto. Anzi sí. Ma poi anche no. E poi sí. E poi no.

E allora ho spalancato le porte a un movimento di braccia e gambe che volevo dimenticare esistesse.

Ho spalancato le porte. Anzi no. Le ho solo lasciate un po’ aperte. E devo dire che non è mica cosí male.

Sarà che ho saltato l’estate. Ma io odio l’estate. Sarà che oggi fa caldo. Sarà che ho persino pensato di mollare il blog. Oh, io non c’ho più voglia di scavare.

Cristo se sono stanca.

Ci ha fottuto, il post punk. E ci ha fottuto un certo tipo di rock.
Che sí – va tutto benissimo con Manu Chao.

(Ma poi finendo il posto ho pensato a Sonic Nurse e ho sfanculato i buoni propositi. Tranquilli.)

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