La terza guerra mondiale, Zen Circus

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E quindi, cari i miei Zen, pure voi siete cresciuti. Vi siete fatti grandi, insieme alla nostra amarezza gettata sul passato.
Insieme alle disillusioni e ai cinismi futuri.
Abbiamo cambiato tipologia di sfrontatezza.

Sí – perché non è più il nichilismo di chi solo afferra il momento.
Qui il nichilismo si è sviluppato, ha dimostrato di essere reale.

Siete cresciuti, cari Zen. Cosí, fianco a fianco ai miei umori. Improvvise ci sono esplose in mano tutte le convinzioni precedenti.
Ci è esplosa in mano la terza guerra mondiale.

Certo, quella interiore dei movimenti mentali. Quella della decadenza delle speranze. Siamo rimasti con sta cenere in mano, che si polverizza se proviamo a stringerla.

Siamo rimasti qui, con la fine della lotta. Che a me sta terza guerra mondiale mica mi sa di rivoluzione. O almeno non nel senso che ci si aspetta.
Sta terza guerra mondiale mi sa come non mai di conflitto personale. Mi sa di conti in sospeso con le proprie personalità. Mi sa di col cazzo che eravamo pronti a crescere.

Che io in voi ho sempre visto quell’irriverenza un po’ cazzona del voler ridere anche parlando delle robe più serie. E ho adorato quest’attitudine. Il permesso di prendere per il culo prima di tutto se stessi e poi tutti gli altri. Ma quei tempi sembrano lontanini ora – e quello che passa è che a volte mica ne avete più cosí tanta di voglia di ridere. Soprattutto tu, Appino. Tu e la minchia di responsabilità di scrivere dei testi. Quello che passa è che avete la cazzo di voglia di maledirvi per tutta la pesantezza che v’è venuta addosso. Quello che passa è che mó ci iniziate a fare i conti, con i passati remoti e i futuri anteriori. E come un macigno iniziate a spostare sta corrente interiore verso il pubblico che vi cammina accanto.

E io per parlare di questo album voglio iniziare dalla fine. Io voglio iniziare dalla canzone più cupa – quella che ho fatto più mia. E che va a scavare giùgiùgiù in una quotidianità che si è privata di qualunque abbaglio.

Andrà tutto bene.

Io non inizio mai dalla fine. Vado con ordine, in genere. Ma sta canzone. Cosa non è questa canzone. Nel mattino, assassinando i sogni – tra impulsi e caffè. La città e l’odore di catrame. E la solita ossessione del chissà cos’è che non va in me. E di tutta la musica sbagliata che ascoltiamo. Della musica che ci fa fuori, della musica e delle parole che non vogliamo ci consolino. Come questa canzone. Nell’errore della ripetizione. Nella voglia di sentirti dire che no – non va tutto bene. Mica come quello che la gente vuole. La tua voglia furiosa di sentirti dire che non sei mica il solo a crepare di spleen. Che poi, Appino caro – anche questo è volersi sentir dire che andrà sempre tutto bene. Anche noi alla fine vogliamo lo stesso. Solo che lo vogliamo in quel modo un po’ zozzo e sbagliato, in quel modo che ci fa sentire tantotanto diversi e speciali. E la rivoluzione degli aperitivi e della radio. Ma tu, com’è che stai tu? Nessuno lo chiede piú. E sta cadenza decisa e dura. E comunque no, non mi frega ‘na sega di sentirmi dire che l’amore vince sempre e che la vita va vissuta nella gioia e nel dolore. Ma di sentirmi dire che siamo noi quelli sbagliati che non vogliono star bene, di questo sí m’importa. Che pure noi, nel fondo del nostro baratro vogliamo sentirci rassicurati. E il suono delle percussioni nel vuoto. E scivoliamo nel sonno. E anneghiamo nell’incubo. Si chiudono le palpebre, i sogni ricominciano. C’è un buco dove cado giú, l’oscurità mi chiama a sé. Fa male ma illumina. Conforta la mia anima.

Cristo, non mi hai mai capito cosí tanto – Appino.

Fate silenzio tutti – state zitti.

E nel mio percorso senza numeri di tracce, salto a L’anima non conta. Cosí, perché voglio rimanere in tema nostalgia e ribadire che noi -noi siamo i misfits, baby. Siamo quelli che si portano dietro la tristezza cosmica dei provinciali. Siamo quelli che mollano il mare e se ne pentono. Siamo quelli dei rimpianti. Quelli del cinismo più bieco e posato. Ecco cosa siamo diventati. Il tempo non si ferma, non si è mai fermato. E la stagnola nel cassetto. E il bar. E il paese colmo di aggettivi. Lurido, sperduto, imbarazzati, freddo, grigio, solitario, disastrato. E i guai. E tutto che resta sempre uguale – nelle vite degli altri come nella tua. Eppoi ho visto solo mare mare mare. E l’acqua a riempirti i polmoni. E l’immagine delle giostrine nel video – e della tua faccia, Appino. Che canti senza ghignare. La notte di luci e ricordi. I ragazzi che furono. Quello che siamo. E ogni giorno che passa diventa un ricordo. Colleziono le pesantezze di quest’album. E le abbraccio. Tanto l’anima non conta.

Passo a Ilenia. Che una cara amica di tastiera mi ha detto che Ilenia siamo noi. Scrivere mi riesce meglio, ma non voglio farmi leggere – non riesco nemmeno io a leggermi. Con quel ritmo da Circo Zen, il coretto da canzonetta orecchiabile e quell’amarezza da scegliere di non scegliere. E i desideri di una ragazza – che forse è una donna. Fino a che cazzo di età ti puoi definire ragazza? E invece sono ancora qua, a compiacere tutti quanti. Eh. La mia adolescenza è stata la prima a fuggire. Eh. Grazie, Zen. E tutte le inesattezze e le espressioni mute dell’istinto. E un po’ mi dispiace – anzi non mi dispiace di averti conosciuto in un brutto periodo, perché sei stato più bello, hai brillato di più. Maledizione. Che cazzo di tempismo. Pochi brividi o sussulti, molta prosa, troppa noia. Qui non puoi fuggire. Che la fuga da se stessi non esiste. In attesa di un qualcosa, di un qualcuno di un errore.

E con questa la smetto di copiarvi i testi e di sentirmi cantare in faccia. La smetto con  quest’asmatica comprensione dello star bene nello stare male.

Ripartiamo dall’inizio. La terza guerra mondiale. E tutte le condanne al nostro tempo. E la speranza di raderci al suolo. Come da tradizione Zen. E gli ideali andati a puttane. E l’individualismo come nuova abbagliante rivelazione. La terza guerra mondiale. Per vedere che fareste ora. Voi, i calci in culo e le vostre ruspe dimmerda. La terza guerra mondiale.

Non voglio ballare. Uh. Piena, piena melodia Zen. Chi è che fa le menate per i capelli? Sembra di sentire le risposte che danno a me. Ti ricresceranno lunghi ancor di più. Discussioni e sono io sono io che ho capito tutto. Non voglio ballare, voglio farmi male. Oh. E ricordi si parlava anche per 7 ore, qualche sigaretta nudi sul balcone. Oh. Che male guardarsi indietro. Che bello guardarsi indietro. Adesso il fumo uccide, nudo prendo freddo. Cristo – come cazzo si invecchia. Io vi invecchio accanto. Quest’album coglie il mio orologio interiore. Quest’album mi accompagna all’uscita. Alla fine delle epoche. Alle nuove ere. Non credo più tanto alla colletività. La morte delle filosofie e l’inutilità delle dottrine. La rivolta ormai è un fatto personale, lasciatemi stare.

Pisa merda. Questa è per tutte le province buco di culo d’Italia. Che beh, io ne so qualcosa di buchi di culo d’Italia. Che mica bastava, la grazia il tedio e morte del vivere in provincia. No. La provincia doveva pure essere in un’isola. Cazzo se te ne vuoi scappare poi. Andarsene con mille sogni e ritornare senza. E poi l’elenco. Stavo ridendo da sola sul tram, quando l’ho sentito. Oristano merda. Grazie. Grazie Zen. È liberatorio.
Qqru, tu comunque devi giurarmi qui e ora che in concerto direte Oristano poba. Giura. Qui e ora.

Zingara.
( e sto smadonnando perchè worpress non mi ha salvato quello che avevi scritto, ci tengo a dirlo – fanculo)
Di tutte le stronze convinzioni dell’italiano medio. Zingara ci fosse lui vi bruciava tutti sai. Un motivetto veloce e datemi una pistola che vi faccio vedere come si fa l’integrazione. Le cecità misere e convinte dell’ignoranza. Di chi predica la forza. Dei devoti alla tv, al calcio e al telefonino. Difendo la mia casa, difendo i miei valori. Minchia che tristezza. I miei valori. Ma mettiti in discussione una volta tanto, porco cazzo! Dio che odio – che odio, l’odio.
Perché è il giudizio che ci indebolisce.

Niente di spirituale. Che non si capisce se andiamo avanti per inerzia o solo alla deriva. Siamo figli un po’ sbagliati rifiutati da tutte le astrologie. Gli obblighi e le colpe. Siamo figli un po’ sbagliati ed arroganti, cosí è stato e cosí sia. Ancora tempo ambiguo ed evasivo e nessuna morale. Guarda altrove.

San Salvario. Che io capivo e senza il valium. Vabbé. Orecchio fine come sempre. Spacciatori magrebini e il perseverare negli errori è forse l’unica via. E qualcuno che ti grida che sei vecchio. E salse piccanti come jihad. Per tutti quelli che dicono che dopo il Po è già Africa.
Ancora l’opinione dell’Italia come repubblica democratica fondata sul panico. Ancora le facce dell’esclusione. Dei clandestini e della negazione di un’umanità. Italia!

Chiudiamo con Terrorista. Il bimbo che ha le idee chiare. Un terrorista al posto giusto vale un capitale. Di tutte le cose che il bambino represso che vive in noi vuole fare. Correre veloce non importa dove. Spaccare cose senza doverle riaggiustare. Signora questo è il terrorismo che io voglio fare. Riprendermi lo spazio. Non aver paura. Nessuno ci potrà far male. Il terrorismo del sentimento bambino. Il terrorismo dei capricci e della negazione dei rifiuti.

E mi riparte Andrà tutto bene. Che tanto già le abbiamo intese, le canzoni che non riesco a lasciar andare.

Ciao Zen, vi ho amato in questo album.

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