La mini playlist del 2016

E quindi anche Spotify s’è messo a dirmi che il 2016 è stato un anno leggerino.
Le mie tre canzoni più ascoltate sono state queste:

Libera, Tre allegri ragazzi morti e testo di Vasco Brondi.
Libera è arrivata come un presagio, neanche tanto oscuro.
È arrivata in inverno, in una delle mattine peggiori di quell’inizio anno coperto dal buio.
Che me la ricordo – mentre affretto il passo per raggiungere la stazione di Haarlem e andare al lavoro.
Me la ricordo, tentare di coprire la mancanza. E mentre calpesto l’umido del marciapiede olandese sento per la prima volta e adesso mi perdono per la distanza e la paura, per la mia clinica dell’abbandono, adesso ti perdono per i momenti indimenticabili, per avermi raggiunto superando anche il muro del suono.
E quelle parole mi ristagnano in testa, aprendo un varco cosmico tra il passato e il futuro.
Adesso sono libera e se lo sono libero anche te.
E la riascolto, la riascolto sempre.
Anche a fine anno. Quando assume un significato totale di verità. Quando coglie il mio istante perfetto. Quando coglie tutto il peso che mi voglio lasciare dietro.
Non sarà certo un addio a farci disperare.

Avalanche.
Oh, la valanga. In quelli che saranno gli ultimi mesi di vita di Leonard Cohen, mi faccio seppellire da una vecchia valanga. Con una delle poetiche più belle che potreste mai immaginare. La sua voce bassissima che mi scava le orecchie, sommergendole di parole – le più difficili. You who wish to conquer pain, you must learn, learn to serve me well. Piegati e accetta l’idea di soffrire. Piegati all’amore. Servimi, anche quando non ti voglio. Servimi, finché non mi pieghi. I have begun to long for you, I who have no greed. I have begun to ask for you, I who have no need.
E poi il verso, quello definitivo. L’ultimo, di una serie lacerante di parole che si susseguono nell’ordine di desiderio e dolore.
It is your flesh that I wear.
Cristo.

E la terza canzone, Nothing’s gonna hurt you, baby. Cigarettes after sex.
Una canzone sussurrata e assorbita dopo una notte di cui solo io ho memoria.
Una notte di stradine distorte dalla vodka e di baci quasi dati. Di mani che ti tengono il viso. Di parole al posto sbagliato. Di abbracci e negazioni. Una notte che solo io ricordo. Forse.
E la richiesta costante per sapere se stai bene.
Whispered something in your ear, it was a perverted thing to say. But I said it anyway, made you smile and look away.
Eh. Amen.

Quello che Spotify non sa è che per completare il mio anno mancano almeno due canzoni.
Per completare almeno l’ultimo mese del mio anno.

Polvere, Enrico Ruggeri.
Di quella notte di Milano in cui ballavamo al Serraglio. Quella notte di Milano dove tutti i tasselli erano al posto giusto. E dei pesanti aperitivi di provincia a forza di gin tonic. Oh, Milano. Fottuta, dannata Milano. Come cazzo faccio a prendermi una distanza emozionale da te? Eddai, spiegamelo.

E un’altra canzone, giunta in extremis. Che sempre di Milano si tratta.
Amanda Lear, il nuovo singolo dei Baustelle.
Che non vedo l’ora che arrivi sto nuovo album a darmi il colpo di grazia.
E le tue maledetissime parole, Bianconi. Sempre così precise nella tua decadenza imperante. Colpa mia se quest’anno ti hanno vista, mi cicono, vomitare gli occhi e l’anima a un concerto rock.
Ah, Milano. Che sei sempre lo sfondo ideale per ogni briciolo di surrealtà che scopre la verità.
Il tuo pessimismo da quattro soldi chiaramente aveva fatto proseliti.
Well, well, well.
In ogni caso vengo a prenderti a marzo, Milano.
Siatene pronti.

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