But I’m coming up for air

Di farfalle nello stomaco che mi sussurrano di morte.
Dell’effetto junkie e del non sottovalutare le conseguenze dell’amore.
Chi può volere in fondo una bestia con i capelli ormai corti?
La prima canzone che mi mandi.
I don’t want to be your friend, I just want to be your lover. No matter how it ends, no matter how it starts.

Questa è per quando in una giornata estiva di pioggia ho incontrato l’amore.
E l’amore è stato rapido e bastardo – come sempre accade. È stato luminoso e atroce. Il cielo che brucia in un nord post industriale di vagoni arrugginiti. La sera ancora iridescente, mentre dici che non hai mai sentito nessuno come senti me. Mentre dici I think I’m falling for you. Ci conosciamo da due giorni. Tutte le canzoni dedicate, i tuoi occhi puri – che ancora non ne identifico il colore preciso. Giallo, forse. E quei capelli lunghi come una condanna, mentre le tue mani mi stringono collo e fianchi. Io come una deviazione del tuo percorso. La tua indecente distrazione dal rimanere pulito. La barbarie del non farcela. Una chiesa gotica e le foto di guerra – mentre iniziano a suonare l’organo. La tua bocca senza fiato e la sopraffazione delle percezioni ingestibili. L’amore che mi dai, il tormento che toglie il sonno. L’ultima canzone che mi mandi.
I won’t deny the pain, I won’t deny the change. And should I fall from grace here with you, will you leave me too?

Fottere tutto per una consolazione chimica, dopo 18 mesi puliti. La tua verità nascosta e la ricaduta. Il rehab e il silenzio.
La fine eccessiva. Tu che mi tagli fuori. La mia faccia disperata da vedova. Le mie lacrime nella surreale città che continua a muoversi. L’acqua dei canali e una nuova casa fulminea e asettica. La mia prima volta da sola. L’immobilità del dolore. Le sigarette – dio, quante sigarette. I Sonic Youth e la supplica. Le parole d’inchiostro mai condivise.
What to say to make you come again, come back to me again and play your sad guitar.

L’immagine della tua faccia mentre dormo. Il sogno del terremoto e di te che dici I shake, come in The voyeur of the utter destruction. Gli occhi chiari del punk, che cazzo era meglio non coinvolgermi. Io che muovo i primi passi verso l’uscita, verso una vita senza te. Il distillato dei mesi in sospeso. Non ti penso neanche più così tanto.

E tu che torni. Tu che torni dall’aldilà, come un fantasma che diventa carne. Le tue parole e i tuoi racconti sulla quotidianità del disintossicarti. Le tue sensazioni immutate, spinte via per curarti. La mia ansia di vederti. Tu che cucini in un momento irreale. Uno contro l’altro seduti al tavolo, quando mi prendi la mano. I baci sciupati nella stazione deserta e l’ultima puntata della soap opera.
Io che prendo il treno. I cambi di umore. Il giorno dopo come una guerra lampo. La fatica del capire e del rivedersi.
E di tutte le mie angosce che tornano reali.

L’oscenità attesa e avvolgente del letto disfatto. Ascolti Anemone. You should be picking me up instead you’re dragging me down. L’ultima volta che ti vedrò. Il giorno dopo di alienazione e scheletri. Di maiali morti su un palco e di mani sulle cosce. Di chitarre elettriche bianche e rosse, suonate piano – bisbigliate in una stanza che sa di te. Di Bowie cantato male, mentre cucino. Della tua faccia che voglio toccare. Della tua morbosa curiosità su un punk tradito e umiliato. Che tu li hai sempre odiati, i punk. Di cadute. Di ricadute ancora peggiori. Di fughe bastarde, di ketamina e vicoli ciechi. Le notti senza sonno, il contraccolpo del mattino. Lo schianto e il fremito. Il sangue e il fuoco che sento di perdere.
Fumi piano. I tuoi passi nervosi nel soggiorno. Il mio kimono e le luci spente. Il letto e il tuo corpo crudo. Le mie mani di ghiaccio e la danza lenta e profonda delle tue labbra che non ricordavo. L’oscurità che ci portiamo dentro. La tua gabbia di muscoli. Tu che svanisci sotto di me. Tu che molli il colpo e prendi tutto ciò che puoi. Tu che mi avvolgi e lambisci ogni angolo – collo, spalle, ventre, caviglie. Il profilo delle tue orecchie, il metallo degli orecchini mentre irrompi lento. Tu che spingi e ti dissolvi – come se mi dovessi attraversare l’anima. Le mie gambe intorno al tuo collo, le mie gambe sul muro. Tu che mi sdrai a pancia in giù. Il tuo corpo un pesante presagio nero sopra di me. Tu che mi tieni i polsi, mi tieni sempre i polsi. Tu che mi paralizzi e ti muovi, intrecciando le mani alle mie. Io che quasi perdo i sensi. Tu che mi affondi da dietro e io che non respiro. Vorrei che mi uccidessi ora. Il buio intorno, il nostro fiato affannato e la tua pietrificante presenza. Quanto ti ho amato. Tu che scivoli caldo dentro di me, la viscosità lunare di un’attesa finita. I tuoi brividi e i miei e la tua dannata voce, cristo quella voce che mi penetra piano l’orecchio – that was wonderful, dici.
Io penso solo a Cohen, it is your flesh that I wear e vorrei non finisse mai.
La coltre di tenebre di un nuovo giorno ci insegue e il momento è già andato. La paranoia uccide la magia.
E la mattina, la tua pelle in controluce alla finestra mentre spegni la sveglia, il sottile pulviscolo che inonda la stanza. Tu che torni al letto. Quanto cazzo ti ho amato.
Il silenzio del post.
La notte solitaria e la visione mostruosa. I tuoi veleni sintetici nel mio sangue. La paura del K-hole e la testa che vortica nel nero, mentre mi penetri con cattiveria in quello che fu un letto di sposa. Il mio uomo di allora che ci guarda e piange. 3 siringhe sul pavimento e tu lontano, lontano come una cometa. Mi buchi il petto come fossi Uma, un arancione potente mi inonda di paura. Mi sveglio in singhiozzi.
Incubo. Sei sempre l’incubo quando non sei vero.
Tu che non sei più chi ricordavo. Tu glaciale e io attonita.
Tu forse bipolare o forse ancora tossico. Tu che scappi. Io che pronuncio per la prima volta la parola fine.
Un’altra mattina gelida, mentre la verità nelle canzoni dura sempre solo un istante.
I tuoi messaggi inutili e la mia mente sgombra.
Dell’ultima puntata che abbiamo trasmesso e della certezza che non voglio più amare così in tutta la mia vita.

Amsterdam è un po’ più chiara – e ciò che era parte della nostra colonna sonora diventa epilogo.
I’m a prisoner of love, but I’m coming up for air.

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...