4 voci e i danni collaterali

Le voci che mi tagliano a pezzetti ultimamente sono dei gran classici.
Quel disagiato di Thom Yorke.
Quel disperato di Billy Corgan.
Kim Gordon, una sensualità mai eguagliata.
Bowie. Sempre Bowie. E che ve lo dico a fare.

Eh. Iniziamo dal disgraziato. Thom Yorke è venuto per la resa dei conti. Che tutto è iniziato lì, con qualche sua parola detta troppo in fretta. A quella canzone ho già accennato altrove. Era un venerdì di luglio, una sera passata tra il telefono e le sigarette e i gin tonic. E questa canzone che arriva a sfondarmi le certezze, a darmene di nuove. La ricordo brillante, la speranza. Sfolgorante, la felicità. L’esattezza del momento. House of cards. Dove per la prima volta si apriva uno scenario diverso. E tu spalancavi la bocca e gli occhi, come se fino a quel momento non avessi mai visto i colori. The infrastructure will collapse, voltage spikes. Throw your keys in the bowl, kiss your husband goodnight. Io un invito del genere non ho saputo respingerlo. Denial, denial. Your ears should be burning. Io a dir di no proprio non ce l’ho fatta.

Poi. Saltiamo i mesi. Alla fine di tutto arriva I promise. Del tutto unilaterale, nell’attesa del cambiamento. I won’t run away no more, I promise. Lui che strascica la voce come non mai, io che strascico il futuro. Tu che fotti il futuro. Pesante come ogni fine che si rispetti. I frantumi di quella che sembra una morte annunciata.

E ultima Lift, nel tempo in cui rimani solo e vedi le vite degli altri scorrerti davanti agli occhi. You’ve been stuck in a lift. We’ve been trying to reach you, Thom. E senti il tuo nome, ti chiamano da lontano. Li senti attraverso la tua coscienza ovattata. Ma ancora non sai se reagire o meno, sorpreso dal riflesso della tua faccia in uno specchio. Today is the first day of the rest of your days. Dicono. So lighten up, squirt.
È un danno collaterale, che vi rialziate o meno.

Billy Corgan. Che nessuno ti ha fatto male come lui – quando in quella fine veloce e irrimediabile ti mandava il grido d’aiuto. Che tu non sei stata pronta a cogliere. L’urlo prima del silenzio. Quando sapevi che tutto stava colando a picco e ancora ti sentivi il suo profumo tra le dita. Tu non hai colto. E anche se avessi colto era già tardi. Galapogos. I pianeti si erano già disallineati, le stelle uno schianto pieno di schegge nel tuo stomaco chiuso. And rescue me from me and all that I believe. Ingenua. Fottuta ingenua. Too late to turn back now, I’m running out of sound. And I am changing, changing. And if we died right now, this fool you love somehow is here with you. L’immobilità del passato. I won’t deny the pain.
I won’t deny the change. Chi sei ora? And should I fall from grace here with you, would you leave me too?

E gli Smashing Pumpkins ancora, nell’ora del ritorno. Del male ormai assorbito e dell’autunno che soffia via la certezza. Dei graffi che hanno l’odore metallico del sangue, delle domande a cui non diamo risposta. Disarm. Dei cuori pugnalati e lasciati lì a seccare. The killer in me is the killer in you, my love. Di quel minuscolo pensiero rapito che ti striscia sottopelle. Disarm you with a smile and leave you like they left me here, to wither in denial. Il non sapere come muoversi. I baci del rancore – ancora promessi, dati, negati. The bitterness of one who’s left alone. Ooh, the years burn. Seppellire la logica sotto uno strato sterile di terra. Il desiderio, ancora. I send this smile over to you.
È un danno collaterale, che voi piangiate o meno.

E poi Kim Gordon. I Sonic Youth e l’estetica della perdita. Lei che canta quasi sottovoce sul microfono, lei che tenta di nascondersi nel sottofondo degli strumenti. Il blu splendente del ragazzo morto. Che non fotte a nessuno poi – se la morte è una metafora o meno. I love you, Golden Blue. Di tutti i rumori di fondo che disturbano il sogno già appassito. Dead boy cares, so great to see you. Delle certezze che sfumano. La realtà mai più intuita. Is it time to go? Is it a place I know? E la tua immagine distorta nell’acqua, la tua immagine che diventa minuscola e si allontana dall’idea che eri. I love you, a metallic blue. L’ombra sussurrata in una notte di pioggia sottile. I don’t glitter like the stars above, I don’t glow like neon alone.

E Kool Thing, quando Kool Thing ancora era una verità prodigio. Kool Thing let me play it with your radio. Un cognome e un segno. Cool&Sad, it used to be. It didn’t last.
È un danno collaterale, che voi capiate o meno.

E poi. Ma voi lo avete sentito Bowie dire for my love is like the wind, fare una breve pausa e dire and wild is the wind?
Cazzo, non lo posso reggere proprio. Mi uccide. Wild is the wind. Come quando hai la febbre e tremi per il freddo, una breve vertigine e poi ti sembra di rientrare in contatto col mondo. Ecco, quell’effetto. E la chitarra che lo accompagna, che ti viene voglia di scioglierti sulle corde. Una supplica, anche quando sa che l’amore è reale. Una devozione totale.

E Something in the air. Quando osa dire abracadoo, I lose you. E tu speri solo di smetterla una buona volta di sentire tutto così tanto. And there’s something in the air, something in my eye – I’ve danced with you too long. E sai che c’è qualcosa nell’aria, che è come dice lui. E ti rimane solo una tristezza mai provata, una tristezza avvolgente e profonda. Ci sei in mezzo. Affondi. It feels like we never had a chance. Fai ripartire la canzone. Ancora.

O anche nei pezzi anche con un po’ più di ipotetica leggerezza. Be my wife. Sometimes you get so lonely. Sometimes you get nowhere. E sai che lo stai facendo di nuovo. La stai cercando, quella compensazione. E tutti i futuri sostituti possibili, tutte le vite vissute in precedenza – niente sarà più lo stesso. Please be mine, share my life.
È un danno collaterale, che voi ascoltiate o meno.

Ah, dimenticavo. Nick Cave. Ma ho troppo da dire in questo momento su di lui per non dedicargli un post a parte.
È un danno collaterale, Nick Cave.

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